0
Posted lunedì, 18 Febbraio 2013 by Roberta Barbi in Mondolibri
 
 

Tra usato e bookcrossing: viva i trafficanti di… libri!


Il venticinquesimo rapporto Eurispes sullo stato della lettura in Italia pubblicato il 1 febbraio scorso, ha puntato la lente d’ingrandimento (e il dito) contro un 22.9% di connazionali, circa uno su quattro, che hanno dichiarato di non aver letto neppure un libro nell’ultimo anno. Eppure i dati ci dicevano che il mercato libraio era in leggera ascesa nonostante la crisi, e secondo l’AIE (Associazione italiana editori, ndr) tra il 2007 e il 2011 le vendite dell’usato sono cresciute del 21%: nella sola Milano, dove ogni inizio di dicembre si svolge un importante Salone del libro usato, il trend positivo si attesta a +5.6% nel primo trimestre 2012, stando alla Camera di Commercio del capoluogo lombardo.

Allora deve esserci per forza una forma alternativa di circolazione dei libri, che rende pressoché impossibile una misurazione attendibile della lettura, e una delle più suggestive e forse sfuggenti è certamente il bookcrossing.

In questo blog ne abbiamo parlato anche recentemente, sottolineando il bel connubio libro-parco-relax che ha condotto l’amministrazione di Siviglia, in Spagna, a liberare circa cinquemila titoli negli spazi verdi cittadini; idea che ha immediatamente ispirato l’associazione Parco Uditore di Palermo (città che con lo street ci piglia, il panino con lo sfinciuni docet) che l’ha replicata nella nuova area inaugurata a ottobre.

Comunque l’iniziativa non deve stupire, in considerazione del fatto che alle radici (appunto) del bookcrossing sta una sorta di spirito ecologico contrario agli sprechi e quindi a quello per eccellenza: lo spreco di carta. Ma esattamente cos’è il bookcrossing e perché è avvolto da questo alone di mistero?

Come sempre per identificare una pratica culturale, come questa di rilascio gratuito di libri in spazi pubblici, utilizziamo un termine inglese, ma se volessimo azzardarci a tradurlo potremmo chiamarlo giralibri, liberalibri, libri in libertà, oppure libri liberi. In realtà, però, non è un’iniziativa così lasciata al caso come potrebbe sembrare a un primo, diffidente, sguardo: tutti i volumi coinvolti, infatti, dovrebbero essere catalogati in un sito web, etichettati e quindi riconoscibili come libri appartenenti al movimento mondiale del bookcrossing, nonché, in questo modo, tracciabili, ossia se ne può seguire il viaggio ai quattro angoli del globo.

Tutto questo in teoria, perché non c’è alcun obbligo per chi trova un libro, di segnalarne il passaggio sul web (neppure di leggerlo, figuriamoci!), e da qui l’estrema libertà dell’iniziativa. Vi farà sorridere, ma pare che il primo a sperimentare una cosa del genere fosse il filosofo greco Teofrasto, che chiudeva le pergamene con i testi da lui scritti nelle bottiglie e poi le abbandonava in mare: romantico anche se un tantino poco ambientalista.

Saranno, però, i coniugi americani Hombaker nel 2001, agli albori del boom di internet, a trasferire l’intero fenomeno in rete, creando l’apposito database e stabilendo, in un certo qual modo, alcuni requisiti per la partecipazione: la passione per la lettura, la disponibilità alla condivisione della cultura e la libera iniziativa.

Oggi esistono alcune varianti del bookcrossing in senso stretto: i bookring, i bookrays e le bookboxes. Nei primi due il concetto base è il seguente: chiunque voglia leggere un libro ne fa richiesta on line a un’apposita mailing list e riceve il libro per posta, solo che nel caso dei bookrays, una volta letto, dovrà rispedirlo al primo nominativo della lista, oppure aspettare che qualcun’altro ne faccia richiesta o al massimo liberarlo in uno spazio pubblico, come le bookcrossing zones tipiche, quali sale d’attesa di ospedali, biblioteche, bar o negozi che in qualche modo aderiscono al fenomeno. Le bookboxes sono, invece, scatole che viaggiano per il mondo contenenti più libri alcuni dei quali (o anche tutti) possono essere sostituiti a ogni passaggio. In questo moda davvero si rende sempre più il mondo intero un’immensa biblioteca.

Foto | themarina




Roberta Barbi

 
Roberta Barbi è nata e vive a Roma da 40 anni; da qualche anno in meno assieme al marito Paolo e ai figli, ancora piccoli, Irene e Stefano. Laureata in comunicazione e giornalista professionista appassionata di cucina, fotografia e viaggi, si è ritrovata da un po’ a lavorare per i media vaticani: attualmente si occupa del nuovo portale della Santa Sede, Vatican News. Nel tempo libero (pochissimo) si diletta a scrivere racconti e si dedica alla lettura, al canto e al cake design; sempre più raramente allo shopping, ormai rigorosamente on line.