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Posted martedì, 19 febbraio 2013 by Gianluca Meis in Racconti e testi
 
 

Due sorelle

Due sorelle

Due sorelle, un racconto di Gianluca Meis

Omaggio a Leon Bloy

Il caldo, quel giorno, le era più insopportabile che mai. Sentiva il sudore colarle lungo le tempie. Il respiro difficoltoso. La passeggiata non le portava alcun sollievo, anzi, la vista della carcassa di un piccione aveva aggiunto malessere e pena. Quel crocevia trafficato teneva lontani anche i gatti. Alla mancanza di ombra lungo la strada verso casa, pensò di rimediare facendo una sosta insolita per lei. Cercò refrigerio nella penombra di una chiesa. Si sedette in un angolo, dietro al confessionale, per stare con la schiena appoggiata al marmo fresco. Se ne stava lì, a vagare con la mente, mentre la sera si annunciava con un clamore colorato di sollievo, tra i vetri del rosone nella navata centrale. D’improvviso, quando ancora non aveva preso in considerazione l’ipotesi di tornare in strada, senza sapere come e perché, era diventata la testimone della confessione di un’altra donna. Avrebbe dovuto andarsene subito, non appena era arrivata insieme al sacerdote con addosso la cotta, o almeno fare un po’ di rumore, in modo che fossero avvertiti della presenza di una estranea. Adesso era troppo tardi e non avrebbe fatto altro che aggravare quell’indiscrezione già di per sé imperdonabile. Pudore e timidezza si aggiunsero alla poca voglia di lasciare quei marmi refrigeranti. In quella posizione le parole le giungevano indistinte e sentiva soltanto un bisbiglio; tuttavia da ultimo il colloquio sembrava farsi animato. Qua e là alcune sillabe si staccavano dal flusso incolore di quel chiacchiericcio penitenziale e temette davvero di cogliere qualche confessione di cui non era la destinataria. D’un tratto la previsione si avverò: “Padre, le dico che ho messo del veleno nella tisana!” Poi, più nulla. La donna, il cui viso restava celato alla sua vista, si alzò dall’inginocchiatoio per scomparire silenziosamente tra le ombre generate dalle candele votive. Quanto al prete non dava segnali di vita: dovettero trascorrere interminabili minuti prima che aprisse lo sportello e si allontanasse a sua volta col passo pesante di chi ha ricevuto un gran colpo alla schiena. Furono il tintinnare delle chiavi del sacrestano, all’ora di chiusura della chiesa, a ridestarla dall’intorpidimento in cui era caduta. Quella frase echeggiava in lei ossessivamente.

Aveva riconosciuto la voce di sua sorella!

Impossibile essersi sbagliati. Aveva persino riconosciuto la sua andatura al tremolio delle ombre nella navata, che ora pareva crollarle addosso con tutto il peso dei suoi archi e degli affreschi stinti e mai restaurati.

Vivevano insieme, lei e la sorella, che non vedeva quasi nessuno e usciva di casa solo per recarsi alle funzioni religiose a differenza sua, così poco incline alla fede. Si era però abituata a venerarla con tutta l’anima: un esempio unico di rettitudine e bontà. Per quanto risalisse con la memoria al passato, non trovava alcuna ombra né macchia, nessuna bassezza, alcun sotterfugio nella sorella. Una vita triste, segnata dal lutto mai dismesso per il marito morto giovane in cantiere e dal ritorno nella casa dei genitori, da allora condivisa e diventata il loro rifugio dal mondo.

C’era di che impazzire ora che quella frase, udita nel confessionale, faceva della donna un’assassina!

Era un’assurdità troppo grande, assolutamente da non credersi, si ripeteva sudando e cercando aria con gli occhi sbarrati.

Ma poi assassina di chi? Buon Dio! Non le risultavano morti avvelenati in famiglia. Suo marito fu vittima di un incidente sul lavoro e neppure avrebbe cercato di uccidere lei, che non si era mai ammalata, che non aveva mai avuto bisogno di tisane e poi sapeva quanto lei la adorasse. Ricordava la sua apprensione quando rincasava tardi e come fosse stata lei a star male quando, vittima di una delusione d’amore, sperimentò per la prima volta l’eccesso di alcool. Tornò a casa sospinta da orrore e da disperazione.

Perché quella confessione?

Subito la sorella premurosa le si fece incontro per abbracciarla:

Hai fatto tardi. Come sei pallida, non stai bene?

No sto bene“, rispose, “sto bene, ma soffro il caldo. E tu, come stai? Sarai uscita a prendere un po’ di fresco. Mi pare d’averti intravista di lontano per strada“.

Sì, sono uscita, sono stata a confessarmi. Cosa che credo tu non faccia da tempo“.

Dunque non aveva sognato. Ultima speranza che le restava per non impazzire. Diventò ancora più pallida e la sorella allarmata si rivolse a lei con impeto: “Cos’hai? Tu stai soffrendo e nascondi la cosa proprio a me?“. La sorresse accompagnandola verso una poltrona. “Anche se non vuoi dirmi che hai, lascia che mi prenda cura di te. Siedi un attimo e poi ti accompagno a letto. Non mi importa se hai bevuto ancora o che. Non ti giudico, dovresti saperlo ormai. Ti preparerò qualcosa di leggero per cena. E se dovesse venirti la febbre ti preparerò una tisana…

A quella frase la donna stramazzò a terra, rossa e gonfia in viso.

La sorella respirò a pieni polmoni, stringendo per la fatica i pugni alla gonna. Chiuse la recita di quella preoccupazione affettata con un teatrale segno di croce. Un gran sospiro accompagnò il tendersi della mano verso il telefono: “Non c’è bisogno d’altro. Corri ti prego. Ti aspetto”.

La donna aveva un aneurisma all’ultimo stadio, e sua sorella un amante che non intendeva condividere la casa con altri.

Gianluca Meis è un alunno del blog Tutta colpa della Maestra,
eletto come miglior blog letterario 2012 ai Macchianera Italian Awards

Foto | Pixabay



Gianluca Meis