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Posted 15 Marzo 2013 by Graphe.it in Mondolibri
 
 

Il conto dell’Ultima Cena, di Moni Ovadia


[Benché non possa essere definita la professione più antica del mondo, dal momento che la palma in tal senso spetta a un altro settore merceologico, la ristorazione può essere annoverata fra le attività economiche che risalgono alla notte] dei tempi. Alcuni popoli hanno creato delle cucina che incontrato il gusto universale, così che la loro proposta gastronomica è divenuta sinonimo dell’andare a mangiare fuori. Risulta addirittura difficile immaginare che ci sia stata un’epoca in cui certi ristoranti non esistevano.

Moishe va a mangiare al ristorante cinese e si mette a chiacchierare con il cameriere, commentando quanto siano sagge le genti della Cina.

– Sì, – ribatte orgoglioso il cameriere, – siamo saggi perché il nostro popolo è vecchio di quattromila anni. Ma anche gli ebrei sono molto saggi…

– Certo, – risponde Moishe. – Loro molto saggi. Nostro popolo è vechio di cinquemila anni.

– Non è possibile, – replica stupefatto il cameriere. – E dove avete mangiato per mille anni?

Gli stimoli della fame e della sete, così come il senso di spossatezza che accompagna il calo degli zuccheri, sono considerati normali.

Tuttavia, a causa della loro storia travagliata e delle continue vessazioni subite, gli ebrei riescono a intravedere un pericolo anche nel sintomo più innocuo.

Un italiano dice: “Sono stanco e assetato; berrò un po’ di vino”.

Un messicano dice: “Sono stanco e assetato; berrò un po’ di tequila”.

Uno scozzese dice: “Sono stanco e assetato; berrò un po’ di whisky”.

Uno svedese dice: “Sono stanco e assetato; berrò un po’ di acquavite”.

***

Sinossi (dal sito della casa editrice): La tradizione ebraica della kasherut indica i cibi che si possono consumare perché conformi alle regole della Torah. Ma oltre a questo, il cibo ebraico ha prodotto un’enorme mole di storielle, divieti, ricette e prescrizioni che Ovadia ripercorre con la consueta miscela di umorismo e santità: cullandoci tra pasti e digiuni, tra falafel, molokheya, hommus e altre leccornie, tra antiche osterie e contaminazioni culinarie, e una musica che accompagna l’ospite a tavola, con l’ironia tipica dell’ebreo errante. Per un viaggio che guarda al cielo con il gusto della terra. Un viaggio dalla manna del deserto, il cosiddetto «pane degli angeli», fino a Pesakh, la Pasqua, dove un Gesù ebreo mangia agnello, pane azzimo, erbe amare e dessert.

La storia è nota a pochi.
A ogni elezione di un nuovo papa, una delegazione della comunità ebraica romana si recava nei sacri palazzi portando un’antica pergamena sigillata che, regolarmente, il sommo pontefice rifiutava di accettare. Finché, un giorno, il papa, d’accordo con il rabbino capo, decise di consultarne il contenuto. L’intestazione recitava: «Il conto dell’Ultima Cena». Non si sa con esattezza l’ammontare dell’importo richiesto per quel celebre pasto, anche perché, per risapute ragioni, gli apostoli e Gesù non riuscirono a onorare il debito. Però si sa qualcosa riguardo a quell’ultima cena.

Parte da qui il viaggio di Moni Ovadia all’interno della tradizione kasher. La casa dell’ebreo errante Moni Ovadia, che tra l’altro è vegetariano, è un’enorme cucina affacciata sul mondo. Dove lui se ne va in giro tra una «fiera dell’Est» e regole kasher, insegnamenti rabbinici e storielle ebraiche, ricette tipiche e cucina che se la fa con la religione.

Nel girovagare tra salse mediterranee, melanzane, ceci e uova, incontriamo l’arzilla Janette, una egiziana novantenne che ci spiega la cucina dell’esilio e della diaspora, insieme alle ricette di Edith, unica depositaria della tradizione familiare sefardita di casa Ovadia. E un atteggiamento all’assaggio che è prima di tutto interiore, predisposizione dell’animo di chi è abituato a guardare al cielo attraverso gli odori e i sapori della terra.

Perché, in fin dei conti, dovremmo tutti imparare a essere kasher, ovvero adatti alla nostra dignità di essere umani.

Moni Ovadia con Gianni Di Santo
Il conto dell’Ultima Cena.
Il cibo, lo spirito e l’umorismo ebraico
Einaudi, 2010
ISBN 978-88-06-20035-0
pp. VI-140, euro 16




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