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Posted 30 Aprile 2013 by Roberto Russo in Mondolibri
 
 

Marco Magini, menzione speciale al Premio Calvino 2013. La nostra intervista

Marco Magini, finalista Premio Campiello 2013Marco Magini con Come fossi solo è tra i sei finalisti del Premio Calvino 2013. Il testo ha ricevuto la menzione speciale dalla Giuria con questa motivazione: “Un esempio di letteratura di testimonianza che affronta con coraggio e in maniera attentamente documentata una pagina vergognosa e rimossa dell’Occidente, il massacro di Srebrenica. Notevole è la forza evocativa di alcune scene come suggestivo è l’impianto a tre voci della narrazione ‒ un giudice internazionale, un soldato delle forze di interposizione Nato, un miliziano serbo-bosniaco ‒ ciascuna con la sua grana e la sua peculiare prospettiva”.

Insieme ad Anna Wood, nostra inviata alla cerimonia di premiazione, abbiamo rivolto alcune domande all’autore per conoscere un po’ meglio sia lui che il suo testo. Ecco cosa ci siamo detti.

Lei è del 1985 e nel suo romanzo Come fossi solo parla del massacro di Srebrenica che è avvenuto nel 1995. Come e dove si è documentato per scrivere un pezzo di storia che non ha vissuto e quali sono state le ragioni che l’hanno spinta a trattare proprio di quel massacro?
Ci sono due motivi per i quali ho deciso di scrivere questo romanzo: credo innanzitutto che parlare di Srebrenica non sia solo un semplice esercizio di memoria quanto sopratutto una necessità per l’Europa contemporanea che assiste negli ultimi anni al risorgere di preoccupanti fenomeni di nazionalismo. In secondo luogo credo che il processo a Dražen Erdemović ponga interessanti interrogativi sia riguardo al ruolo delle organizzazioni internazionali nei recenti conflitti, sia riguardo al concetto di giustizia nei confronti di crimini di questa portata.

Per quanto riguarda la documentazione, ci sono numerosi saggi sia sulla guerra in ex-Jugoslavia che sul massacro di Srebrenica. Fondamentali per me sono stati Maschere per un massacro, di Paolo Rumiz e They would never hurt a fly di Slavenka Drakulic per la visione di insieme che danno del conflitto; Srebrenica: Record of a War Crime, di Honig e Both, e la documentazione presente sul Sito del Tribunale Internazionale per l’ex-Jugoslavia per la documentazione puntuale che offrono sul massacro.

Prima della prossima domanda, c’è bisogno di una spiegazione: Una sirena scopereccia è un racconto di Bukowski tratto da Storie di ordinaria follia. Si racconta di due alcolizzati che rubano all’obitorio il cadavere di una donna e hanno con lei rapporti sessuale. Nell’incipit del suo romanzo (che è stato declamato durante la premiazione) si legge di un soldato che viene incitato a fare sesso con una donna riversa sulla paglia. E il soldato si accorge che la donna è morta. Ecco la domanda: si è ispirato a Bukoskwi per questa scena? Oppure ci sono altri riferimenti?
Conosco il racconto ma devo ammettere di non averne preso spunto al momento della stesura del testo. La scena letta durante la premiazione del Calvino è funzionale al viaggio formativo compiuto dal protagonista che inizialmente giudica quella del soldato come una professione come un’altra, come un mezzo attraverso il quale sfamare la famiglia, fino ad arrivare solo alla fine a capirne la reale portata.

Nell’economia del romanzo ho cercato di limitare al minimo l’utilizzo di scene di quello che considero voyeurismo bellico: lo sfruttare cioè la drammaticità intrinseca in determinati eventi per dare forza al racconto. Allo stesso tempo però credo non si possa scrivere un libro sul massacro di Srebrenica senza descrivere quelle situazioni, quei particolari, che spero disturbino lo spettatore al punto dallo scuoterlo. In questo senso credo ci sia una sostanziale differenza di intenti rispetto al racconto di Bukowski: io non intendo far emergere il grottesco della situazione quanto piuttosto riportare un episodio che rappresenti la drammaticità di molti altri che stavano avvenendo contemporaneamente durante il conflitto.

Per rimanere nel contesto di libri, autrici e autore: c’è un libro che lei può indicare come quello che più influito sulla sua formazione di scrittore?
Devo ammettere che fatico a definirmi scrittore…. in generale sono sempre stato un avido lettore e ci sono molti scrittori che ammiro: Pavese, Fante, Marquez, Marai, Vian.. solo per citarne alcuni. Per quanto riguarda Come fossi solo, l’ambizione è stata quella di ispirarsi a romanzi come Vergona, Aspettando i barbari e La vita e il tempo di Michael K di Coetzee sia per la loro analisi del concetto di giustizia che per la distante precisione nella descrizione della violenza.

Veniamo al Premio Calvino: cosa si prova a essere selezionati come finalisti di questo premio? Si ricorda cosa stava facendo quando l’hanno chiamata per dirle che era tra i finalisti?
È stata una grandissima soddisfazione: dopo tre anni passati a leggere, scrivere e riscrivere le stesse pagine, avevo veramente bisogno di capire se quello che avevo scritto avesse un valore. Il giorno che mi hanno informato della finale ero casualmente rientrato prima dall’ufficio, dato che eravamo rimasti senza luce, e, ricevuta la notizia, ho cominciato a saltellare in soggiorno roteando i pugni in aria. Non ci sono parole per descrivere il lavoro che compiono quei “folli” dei lettori del Calvino!

A proposito, quale libro di Calvino le piace di più?
Ho amato numerosi libri di Calvino ma, se devo sceglierne uno, dico sicuramente la raccolta di Marcovaldo, perché mia madre me le leggeva ogni sera prima di andare a letto, è davvero un bel ricordo di infanzia.

Alla cerimonia di premiazione lei è stato l’unico che ha parlato al pubblico in sala con un piglio deciso: è abituato a farlo per lavoro? Ha frequentato corsi motivazionali? Altro?
Sinceramente no ma sono stato molto contento quando molti tra i presenti sono venuti a farmi i complimenti dopo la fine della premiazione, è stata una bella soddisfazione.

Nell’azienda in cui lavora si occupa di cambiamento climatico ed economia sostenibile: se il suo romanzo verrà pubblicato (come ci auguriamo!), chiederà che venga stampato su carta riciclata?
Spero proprio di sì: speriamo adesso di trovare un editore e che sia anche sensibile alla tematica.

Come la situazione culturale italiana vista da Zurigo, città in cui lavora?
Mi sono trasferito a Zurigo solo da sei mesi, ma sono ormai cinque anni che vivo all’estero. È difficile in poche battute descrivere tutti i sentimenti che provo per l’Italia e per la situazione attuale: credo di interpretare i sentimenti di molti giovani nella mia situazione quando dico che vivendo fuori si è spesso sopraffatti dalla malinconia pensando al nostro paese dal quale finiamo per sentirci respinti.

Infine, ci facciamo un po’ i fatti suoi: chi l’ha accompagnato alla premiazione?
Un classico dell’italianità: babbo, mamma e fidanzata! Più due cari amici di infanzia che mi hanno fatto una sorpresa e sono venuti da Arezzo per assistere alla premiazione.




Roberto Russo

 
Roberto Russo è nato a Roma e vive a Perugia. Dottore in letteratura cristiana antica greca e latina, è appassionato del profeta Elia. Segue due motti: «Nulla che sia umano mi è estraneo» (Terenzio) e «Ogni volta che sono stato tra gli uomini sono tornato meno uomo» (Tommaso da Kempis). In questa tensione si dilania la sua vita. Tra le altre cose, collabora con alcune testate online, è editore della Graphe.it, e tanto tempo fa ha pubblicato un racconto con Mondadori.