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Posted 16 Giugno 2013 by Graphe.it in Poesia e dintorni
 
 

Il sole di giugno in una poesia di Gesualdo Bufalino

Il sole di giugno in una poesia di Gesualdo Bufalino

Avete mai provato la sensazione di voler dire qualcosa e non riuscire ad esprimerla? È come se le parole, anche quelle della nostra bella lingua italiana, a volte non sapessero tradurre quello che si prova.

Questo è vero soprattutto se si parla di amore, a qualunque livello. I mistici, per esempio, che parlano dell’amore divino non possono fare altro che mutuare la terminologia dalla quotidianità e così parlano di fidanzamento e matrimonio spirituale, ma avvertono che è qualcosa di molto più profondo, che non sanno dire.

Lo stesso vale per l’amore umano, che è profondo e spirituale come quello cantato dai mistici. Un esempio di questa mancanza di parole ci è data dalla bella poesia di Gesualdo Bufalino (1920-1996) che tutti noi apprezziamo per la prosa (avete letto Diceria dell’untore che gli è valso il Premio Campiello nel 1981? E Le menzogne della notte con cui ha vinto il Premio Strega nel 1988?) ma che è anche poeta sopraffino, come ci mostra questa incandescente lirica amorosa, dai toni perentori e vagamente allucinati.

A chi lo sa

S’io sapessi cantare
come il sole di giugno nel ventre della spiga,
l’ubiquo invincibile sole;
s’io sapessi gridare
gridare gridare come il mare
quando s’impenna nel ludibrio d’aquilone;
s’io sapessi, s’io potessi
usurpare il linguaggio della pioggia
che insegna all’era crudeli dolcezze…
oh allora ogni mattino,
e non con questa roca voce d’uomo,
vorrei dirti che t’amo
e sui muri del mio cieco cammino
scrivere la letizia del tuo nome,
le tre sillabe sante e misteriose,
il mio sigillo di nuova speranza,
il mio pane, il mio vino,
il mio viatico buono.

Se volete approfondire le poesie di Gesualdo Bufalino il libro L’amaro miele, pubblicato da Einaudi nel 1982 (e poi nel 1989 in edizione accresciuta e ancora nel 1989), è quello che fa per voi.

Foto | bi_plus_one via photopin cc




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