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Posted lunedì, 22 Luglio 2013 by Roberta Barbi in Mondolibri
 
 

Leggere il libro o guardare il film? Questo è il dilemma…

Leggere il libro o guardare il film? Questo è il dilemma…

Tanto tempo fa, preda del fervore letterario tipico della gioventù, avrei dato a questa domanda la mia personale risposta, netta e assiomatica come poche. Ahimé, l’avanzare dell’età (forse che anche della saggezza?!) e le esperienze di vita collezionate, mi suggeriscono invece un più diplomatico e accomodante “dipende”.

È capitato anche a me, infatti, come accade nelle proverbiali migliori famiglie, lungo il mio fulgido e irriducibile percorso di vita da “lettrice forte” d’imbattermi – saltuariamente, s’intende – in opere letterarie sì di gran pregio, peraltro universalmente condiviso anche dalla sottoscritta, ma parimenti di una noia mortale. Superato da molti anni il terrore da eresia letteraria e pace fatta (anni di terapia psicologica, miei cari) con alcuni classici della letteratura mondiale, non ho paura di fare coming out con voi che mi state leggendo: ebbene sì, con Moby DickIl nome della rosa non sono riuscita a superare pagina trenta.

Ecco, l’ho detto. Siete stramazzati al suolo? Non credo, perché se scandagliate con sincerità il profondo del vostro animo di appassionati di carta e inchiostro, ognuno di voi troverà uno scheletro rinchiuso in un polveroso armadio o magari sotto ipnosi visualizzerà la copertina di quel libro che proprio non è riuscito a digerire, esperienza che ha dovuto rimuovere, poi, dolorosamente, obbligato da pressanti sensi di colpa culturali e da imponenti convenzioni letteral-sociali.

La succitata assennatezza senile mi ha fatto apprezzare, con il tempo, dunque, non solo film d’autore tratti da opere letterarie di livello, ma addirittura fiction e prodotti televisivi a basso costo, nei quali, tuttavia, ho ravvisato una comune qualità fondamentale: il potere divulgativo – pur un po’ becero se accettiamo l’idea che qualche ora distratta davanti al video, magari in compagnia, possa sostituire giorni di struggente lettura solitaria – che consente di poter parlare di quasi tutto anche senza conoscerlo nei dettagli.

Ovviamente vanno fatte le dovute distinzioni. Innanzitutto fra intreccio e linguaggio: se il cinema o la tv possono raccontarvi la storia contenuta in un libro, l’adattamento che soggettisti e sceneggiatori ne hanno fatto non potrà neppure lontanamente paragonarsi alla scrittura di un autore di un certo calibro. Punto secondo: il lavorio spasmodico della vostra immaginazione che mentre leggete un libro è alle prese con la costruzione fisica del mondo fantastico in cui siete immersi, dell’aspetto dei personaggi, dei loro abiti, dell’ambiente in cui si muovono, potrebbe discostarsi molto dal prodotto finale della fantasia di regista e compagnia bella, del quale al cinema siete fruitori.

Detto questo, urge una categorizzazione: esistono libri che sono migliori dei film corrispondenti (la maggior parte secondo me), film che sono migliori dei libri da cui sono tratti (qualcuno ce n’è) e film che sono equivalenti ai libri cui si ispirano (ne ho trovato un solo caso in trentacinque anni di vita).
La prima categoria è talmente rappresentata che mi pare superfluo parlarne, così salto immediatamente alla seconda, chiarendola con qualche esempio da brainstorming. Non ti muovere di Sergio Castellitto è di qualità superiore all’omonimo libro uscito dal computer della moglie, Margaret Mazzantini. L’autrice, infatti, pur essendo una scrittrice di successo, a parer mio non riuscirà mai a rendere lo squallore comunicato dalla fotografia del film e dalla magistrale interpretazione di Penelope Cruz, incredibilmente brutta. E non è una questione di sovrapposizione di codici, perché se il linguaggio visivo o iconografico fosse destinato a battere sempre e comunque, con la potenza che gli è propria, quello parlato e scritto, allora non staremmo qui a parlarne. Un capolavoro è un capolavoro, libro o film che sia.

E arriviamo all’unico caso da me individuato di film che si equivale in tutto e per tutto al romanzo da cui è tratto. Mi sono chiesta a lungo perché accadesse questo e le spiegazioni possibili sono due: o l’autore è talmente abile nelle descrizioni da farti “vedere” quello di cui parla; oppure (meno credibile) il regista è tanto bravo da leggere tra le righe e andare al di là dell’intenzione letteraria dell’autore. Il caso di cui parlo è Harry Potter, uno qualunque dei sette film (o dei sette libri). Quando sono andata al cinema per il primo, La pietra filosofale li avevo già letti quasi tutti e quello che ho trovato sullo schermo era esattamente il parto della mia fantasia letteraria durante la lettura: Hogwarts era proprio così, il Quidditch si giocava esattamente in quel modo, perfino le gelatine tutti i gusti più uno avevano lo stesso aspetto! Insomma, superata l’euforia del trovarsi sulla stessa lunghezza d’onda di un regista hollywoodiano multimilionario, è stata una noia mortale. E fu così che dei sette film sul giovane maghetto inglese ne ho visto uno solo, il primo.

Un caso a parte (e con questo concludo) riveste il prodotto cinematografico che si fonda su un testo sacro come la Bibbia, a causa delle diverse implicazioni che entrano in gioco. In merito, quattordici anni fa ho sostenuto un interessantissimo esame universitario con un giovane sacerdote docente che oggi è monsignore ed è uno dei più quotati esperti di comunicazione e media in Vaticano. Naturalmente i miei ricordi sono un po’ sbiaditi, ma presso a poco egli divideva il cinema biblico in due filoni: il cinema della “fedeltà” e il cinema del “tradimento” in base alla coerenza del prodotto filmico alle Sacre Scritture. Attraverso un’analisi semiotica di cui non posseggo più gli strumenti, ci faceva scomporre scene o addirittura interi lungometraggi per paragonare al testo non solo i dialoghi, ma tutti i codici utilizzati nel film: fotografia, scenografia, costumi ecc. I risultati sono stati sorprendenti, se pensate che il più alto esempio di cinema della “fedeltà” è risultato essere L’ultima tentazione di Cristo di Martin Scorsese e di cinema del “tradimento” Gesù di Nazareth di Franco Zeffirelli (avete presente il Cristo biondino, pulitino e con l’occhio azzurro pur essendo ebreo?!). Ma era un’altra epoca: quella antecedente a The Passion di Mel Gibson.

Foto | © dezperado – Fotolia.com




Roberta Barbi

 
Roberta Barbi è nata e vive a Roma da 40 anni; da qualche anno in meno assieme al marito Paolo e ai figli, ancora piccoli, Irene e Stefano. Laureata in comunicazione e giornalista professionista appassionata di cucina, fotografia e viaggi, si è ritrovata da un po’ a lavorare per i media vaticani: attualmente si occupa del nuovo portale della Santa Sede, Vatican News. Nel tempo libero (pochissimo) si diletta a scrivere racconti e si dedica alla lettura, al canto e al cake design; sempre più raramente allo shopping, ormai rigorosamente on line.