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Posted martedì, 27 agosto 2013 by Roberta Barbi in Mondolibri
 
 

Cento candeline per Boris Pahor, il paladino degli sloveni d’Italia

Cento candeline per Boris Pahor, il paladino degli sloveni d’Italia

Si dice che il posto in cui si viene al mondo influenzi il carattere di una persona e la sua vita per sempre. Non credo si tratti di una legge universale, ma pensate alla biografia di Boris Pahor mentre rileggete alcuni versi tratti dalla poesia Tre vie del suo concittadino di una generazione precedente, Umberto Saba, che scrive proprio della strada in cui Pahor nacque:

A Trieste ove son tristezze molte, e bellezze di cielo e di contrada, c’è un’erta che si chiama Via del Monte. Incomincia con una sinagoga, e termina ad un chiostro; a mezza strada ha una cappella; indi la nera foga della vita scoprire puoi da un prato, e il mare con le navi e il promontorio, e la folla e le tende del mercato. Pure, a fianco dell’erta, è un camposanto abbandonato, ove nessun mortorio entra, non si sotterra più, per quanto io mi ricordi: il vecchio cimitero degli ebrei, così caro al mio pensiero, se vi penso ai miei vecchi, dopo tanto penare e mercatare, là sepolti, simili tutti d’animo e di volti. Via del Monte è la via dei santi affetti…

Negli anni della sua infanzia prima e della sua adolescenza poi, Trieste vide la dissoluzione dell’Impero austroungarico e poi l’amara disputa tra sloveni e italiani (“Anche se l’erba crescerà nel porto, vogliamo Trieste”, dicevano gli irredentisti italiani come ha ricordato lo stesso Pahor in una delle sue ultime apparizioni televisive nel salotto di Fabio Fazio nel 2008) che si concluse con l’esilio di molti uomini di cultura sloveni e durante il Ventennio con l’umiliazione estrema: il cambio di nomi e cognomi alle persone che forzatamente avevano dovuto adottare la cittadinanza italiana, una sorta di pulizia etnica in salsa romana. Boris Pahor, il cui nome – quasi una profezia – significa “glorioso in combattimento”, cita due episodi di quegli anni che furono determinanti per la sua formazione e per il suo avvicinamento al mondo della letteratura: assistere a soli sette anni al rogo dei libri davanti al monumento di Verdi e all’incendio (purtroppo solo il primo di una serie) della Narodni Dom, la Casa della Cultura slovena; e la lettura del romanzo Umiliati e offesi di Dostoevskij, che sembrava scritto per gli sloveni della Venezia Giulia e i croati d’Istria.

Come da sua stessa ammissione, Pahor “non seppe diventare italiano” e così, dopo un fiasco alla scuola italiana di Trieste, fu spedito a studiare nel seminario di Capodistria, dove gli balenò anche l’idea di farsi prete (allora la Chiesa slovena sfidava i fascisti continuando a intonare a Messa canti in lingua slovena e croata nelle città di Trieste e Gorizia).

Nel periodo tra le due guerre l’opposizione slovena al regime di Mussolini divenne di fatto il primo movimento antifascista e di questa parte della sua vita Pahor si rammarica di non aver scritto un capolavoro come Necropoli, nato invece dall’esperienza dell’orrore vissuto nel campo di concentramento di Natzweiler-Struthof e conosciuto al grande pubblico in italiano solo quattro anni fa, quaranta anni dopo la stesura, perché evidentemente “prima non si aveva interesse che uno scrittore sloveno trionfasse a Trieste”.

Quell’orrore e quella spinta fortissima a sondare l’animo umano per vedere da dove arrivi tutto quel male, non lo abbandoneranno mai: ci sono già in Il rogo nel porto, una raccolta di racconti che costituiscono quasi il fondale roccioso su cui Necropoli si ancora, o in Il petalo giallo in cui la domanda è: può il dolore sconfinato e immotivato del sopravvissuto intendersi anche solo per un attimo con il dolore delle vite cosiddette “normali”?

“Sono per una letteratura umanamente impegnata e penso che la migliore al mondo sia quella che affronta il tema del male”, è solito dire Pahor e si capisce anche perché, nella sua lunga carriera postbellica da insegnante di italiano nella scuola slovena amava insegnare soprattutto Dante e Manzoni.

Il male non si ferma mai e soprattutto non ha colore: è così che dopo il fascismo arrivò il comunismo della Jugoslavia di Tito. Nel 1975 Pahor pubblica, assieme all’amico triestino Alojz Rebula, il libro-intervista Edvard Kocbek: testimone della nostra epoca: una denuncia del massacro di dodicimila prigionieri di guerra, appartenenti alla milizia anti-comunista slovena, e i crimini delle foibe perpetrati dal regime comunista jugoslavo nel maggio del 1945. Il libro provoca durissime reazioni da parte del governo locale, tanto che le opere di Pahor vengono proibite nella Repubblica socialista di Slovenia e all’autore viene vietato l’ingresso in Jugoslavia.

Ma la storia per fortuna continua ad andare avanti: oggi la Jugoslavia non esiste più e anche il muro di Gorizia, nel 2004, è crollato. Pahor, nella sua lunga vita, è ancora qui a testimoniare tutto questo, pronto a impugnare la penna per descrivere il nuovo tipo di male, forse meno evidente ma altrettanto subdolo, che attanaglia la società di oggi: atomismo, solitudine, indifferenza.




Roberta Barbi

 
Roberta Barbi è nata e vive a Roma da 40 anni; da qualche anno in meno assieme al marito Paolo e ai figli, ancora piccoli, Irene e Stefano. Laureata in comunicazione e giornalista professionista appassionata di cucina, fotografia e viaggi, si è ritrovata da un po’ a lavorare per i media vaticani: attualmente si occupa del nuovo portale della Santa Sede, Vatican News. Nel tempo libero (pochissimo) si diletta a scrivere racconti e si dedica alla lettura, al canto e al cake design; sempre più raramente allo shopping, ormai rigorosamente on line.