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Posted domenica, 15 Settembre 2013 by Graphe.it in Poesia e dintorni
 
 

Innamorarsi della bruttezza, una poesia dall’antica Roma

Innamorarsi della bruttezza, una poesia dall'antica Roma

È facile innamorarsi – o, più corretto, prendersi una cotta – di una persona fisicamente: è lì che con la sua armonia e la sua beltà ci mette poco a far innamorare di sé. È senza dubbio legittimo innamorarsi di una persona bella, donna o uomo che sia, anche se, mi sia concesso cedere ai modi di dire, non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che piace.

Più difficile innamorarsi – anche qui: prendersi una cotta – per una persona brutta, una persona che esce dai canoni di bellezza e rientra un po’ più in quelli che sono considerati canoni della bruttezza. Eppure il vero amore potrebbe stare proprio nell’innamorarsi della bruttezza perché ci si trova dinanzi a qualcuno o qualcuna che ha quel quid che ci colpisce veramente.

La pensava così Marco Argentario, retore romano di origine greca, vissuto a cavallo tra il I secolo a. C. e il I secolo d. C. Secondo lui amare davvero vuol dire amare una donna ritenuta brutta secondo i canoni estetici più comuni. È solo quando l’anima delira per “una brutta”, dice Marco Argentario, che abbiamo la vera fiamma dell’amore.

Innamorarsi della bruttezza

No, non è amore volere una donna di splendido aspetto
fidandosi degli occhi consapevoli.
Quando, vedendo una brutta, sviàti dall’estro, si ama
e nell’incendio l’anima delira,
questo è l’amore, la fiamma. Del bello s’allegrano tutti,
se c’è un gusto scaltrito che discerne

Di Marco Argentario sappiamo ben poco: ci sono rimasti una trentina di epigrammi erotici e simposiaci che hanno risonanze della poesia alessandrina.

Il tema della bruttezza da amare verrà poi ripreso dai lirici barocchi che canteranno la bellezza fuori dal comune di donne senza capelli o con quelli che comunemente sono ritenuti difetti fisici.

Per quel che riguarda la bruttezza, maschile o femminile, può essere utile per una riflessione la seguente frase di Muriel Barbery che ne L’eleganza del riccio afferma:

Nella nostra società essere povera, brutta e per giunta intelligente condanna a percorsi cupi e disillusi a cui è meglio abituarsi quanto prima. Alla bellezza si perdona tutto, persino la volgarità. E l’intelligenza non sembra più una giusta compensazione delle cose, una sorta di riequilibrio che la natura offre ai figli meno privilegiati, ma solo un superfluo gingillo che aumenta il valore del gioiello. La bruttezza, invece, di per sé è sempre colpevole, e io ero già votata a quel tragico destino, reso ancora più doloroso se si pensa che non ero affatto stupida.

Foto | © Piotr Marcinski – Fotolia.com




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