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Posted 31 Ottobre 2013 by Andrea Roma in Racconti e testi
 
 

Aleph. La faccia del silenzio

Aleph. La faccia del silenzio

I

ndosso una maschera perché la mia faccia non mi piace. Non mi è mai piaciuta e mai mi piacerà. Questo, perché in fondo non piace nemmeno a lei. Lei, l’unica che abbia mai amato e a cui mi sia mai importato di piacere.

Per questo porto una maschera, una di quelle bianche, di cartongesso, col naso lungo, con le guance rugose. Sulla fronte della maschera ho scritto una Aleph, la prima lettera ebraica, che non è la “A” di noi occidentali, l’Aleph non ha suono, Aleph è il silenzio. Quello assordante di una notte vuota, di un albero che cade lontano, quello della risposta alla domanda: “È per via della mia faccia che non ti piaccio?”

La maschera copre la mie paure e da un volto a quelle degli altri. La maschera cela il volto ai miei occhi costretti a guardarlo ogni dannato giorno e ogni dannata notte. Ma questa notte è diversa, altroché se è diversa. Ho trovato una faccia nuova. Una bella, questa volta, non come quella che mi ha dato mia madre. Una faccia che piace, non a tutti, ma solamente a chi veramente m’interessa che piaccia. Questa sera mi procuro una faccia.

 

Aleph, la prima lettera ebraica, che non è la A di noi occidentali, l’Aleph non ha suono, Aleph è il silenzio

Il corpo del ragazzo è a terra, a faccia in giù. Sono in piedi sopra di lui con ancora il coltello insanguinato. Sul suo giubbino sgocciola del sangue dalla lama. Tlick, tlick, tlick. Un attimo di pausa. Ucciderlo è stato una bella prova per i miei nervi. Ma ce l’ho fatta. Respiro, inspiro, respiro, inspiro. Immobile. Il freddo condensa il mio sforzo in piccole nuvolette bianche che mi escono da sotto la maschera. È il momento di girarlo. Lo giro e finalmente i miei occhi si incrociano con i suoi, che son rimasti aperti. Non è una gran faccia, ma è la faccia che mi serve. Tutto qua.

Mi chino su di lui. Controllo per bene dov’è l’attaccatura dei capelli, dove iniziano le orecchie e dove inizia invece la pelle del mento. Non ha la barba. Bene. Inizio il lavoro di coltello. Non so da che parte iniziare, è la prima volta che levo la faccia a qualcuno. Faccio prima gli occhi, infilo la punta del coltello vicino all’orbita e comincio a penetrare la pelle, pian pianino, non devo rovinarla. Con calma traccio il primo cerchio intorno all’occhio e poi faccio anche l’altro. Nonostante il freddo, sento il sudore grondare all’interno della maschera, ma vado avanti. Inserisco la lama nel collo e poi vado verso l’orecchio, ma non mi viene fuori un bel lavoro, ho seghettato tutto il bordo come un bambino che taglia malamente un foglio di carta. Devo stare più attento. Ritorno nella gola con la lama e poi vado verso l’altro orecchio. Viene fuori un pezzo di gola tutto duro e grigiastro. Mi vien da vomitare. Mi tocca lasciare lì la mia faccia per andare a vomitare in mezzo ai fiori. Mi prendo due minuti.

Ritorno su quel corpo e finisco il mio lavoro. Stavolta non bado troppo ai bordi, voglio fare presto. Arrivo sulla fronte e do un bel strattone per strappare il cuoio capelluto, i capelli non mi servono. Solo la faccia. A questo punto, infilo i polpastrelli di entrambe le mani nella cute sotto la fronte e comincio a tirare, piano però, non voglio che si rovini. Ma è più facile di quanto pensassi. Si solleva bene, viene via facilmente. Basta essere decisi, colpetti rapidi e brevi, come quando si toglie l’adesivo del prezzo sulla copertina dei libri o dei dvd.

Alla fine non è troppo rovinata, posso ancora usarla. Basta solo sistemare i bordi. La metto dentro un sacchetto di plastica e vado via.

 

Andai davanti alla porta della mia bella, della ragazza che mi piaceva. Non portavo la maschera con Aleph, era il momento di dire la mia, avevo la mia faccia nuova. La faccia che le piaceva. Avevo comprato un mazzo di rose e suonai al campanello di casa sua. Sotto la mia faccia sorridevo ed ero contento. Venne ad aprire e si fermò sulla porta con gli occhi spalancati, dovevo sembrarle il principe azzurro che veniva a prenderla per portarla via. Ma incominciò a indietreggiare e il suo volto divenne la maschera di una ragazza terrorizzata, si porto le mani alla bocca e cominciò a urlare.

Io le porsi le mie rose e le dissi di non avere paura, che ora possedevo anch’io la faccia di chi lei voleva amare e che avremmo potuto essere felici, insieme. Ma lei non capiva. Indietreggiò ancora e chiuse la porta davanti a sé. Io rimasi lì, fermo, nel silenzio che si era appena formato. Con le mie rose e la mia faccia nuova. Non sapevo dove avevo sbagliato, avevo ripulito la faccia dal sangue, avevo fatto due buchetti per inserire i lacci e mi calzava alla perfezione, era della mia misura. Cosa c’era che non andava? Mi levai la faccia lì davanti alla porta e la buttai per terra, insieme alle rose. Mi sentii nudo e scappai nella notte, in lacrime.

Ritornai a casa, chiusi la porta dietro di me e decisi di ricoprire con Aleph quella faccia che non poteva piacere a nessuno.

Andrea “Knulp” Roma è un alunno del blog Tutta colpa della Maestra




Andrea Roma