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Posted 31 Ottobre 2013 by Francesco Fiabane in Racconti e testi
 
 

Dolcetto o scherzetto?

Dolcetto o scherzetto?

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a casetta era una di quelle a schiera, elegante ma sobria, ben tenuta e con un piccolo giardino sul davanti. Una di quelle che spesso s’incontrano nei piccoli centri abitati, ameni paesini che raramente contano più di mille abitanti; sempre meno bambini e sempre più animali da compagnia.

Lì abitava il vecchio, da solo, per scelta o per necessità nessuno avrebbe potuto dirlo con certezza. Non che fosse una persona sgradevole o che altro, anzi, buongiorno e buonasera con signore o signora sempre a chiudere la frase; sempre pulito e ben vestito, di aspetto ineccepibile, solo che non amava la compagnia dei suoi simili, e neanche quella delle altre specie se proprio vogliamo dirla tutta. Un misantropo, direbbero gli intellettuali, un vecchio burbero invece per il resto del mondo. Quanti anni aveva? Non c’è dato saperlo, aveva smesso di contarli quando gli era morto il gatto. Di sicuro si era lasciato gli ottanta alle spalle già da diverso tempo.

Eppure non era sempre stato così. Le comari più anziane raccontavano che da giovane era un simpaticone, sempre pronto alla risata. Un giovanotto di buona compagnia e un mezzo dongiovanni. Ancora non capivano per quale motivo non si fosse mai sposato, eppure molte di loro ci avevano provato a metterlo sulla retta via, ma lui niente, uccel di bosco; quanti cuori infranti si era lasciato alle spalle?

C’era stato un tempo nel quale la festa dei morti, così si chiamava quando lui era un bambino, aveva un altro sapore e un diverso significato.

Cosa lo avesse portato a diventare un vecchio burbero, nessuno lo sapeva, per quanto si facessero infinite illazioni potete star certi che nessuna di queste era corretta. Forse il passare del tempo, l’evolversi del mondo intorno sempre troppo veloce e poco propenso ad aspettare chi rimane indietro, la vecchiaia, il vedersi consumare di giorno in giorno senza poter far nulla per cambiare quello che è stato, e con ormai poca voglia di voler cambiare quello che sarà.

Mah!

Per il vecchio, quello era l’ennesimo trentuno ottobre, un giorno come un altro da passare davanti alla televisione a bere un paio di birre prima di andare a letto.

C’era stato un tempo nel quale la festa dei morti, così si chiamava quando lui era un bambino, aveva un altro sapore e un diverso significato. Dalle sue parti, un paese cattolico, era dedicata alla commemorazione dei defunti e, il giorno precedente, a quella dei santi. Certo, anche lui sapeva bene che quella “festa” era di origini molto più antiche, che si rifaceva a culti agro pastorali legati al succedersi delle stagioni; culti ormai quasi dimenticati, certo, ma che differenza faceva? Si andava in chiesa e si conoscevano le ragazze più belle, quelle che uscivano solo per le feste, e poi c’erano i dolci che in quel periodo avevano un sapore meno dolce e più malinconico. Insomma era una ricorrenza più introspettiva, più privata. Ai tempi moderni era stata sostituita da una cosa più chiassosa e più simile al carnevale chiamata Halloween, roba d’importazione insomma. I bambini, ma non solo, si vestivano come dei guitti da strada e andavano in giro per le case a bussare e chiedere: “Dolcetto o scherzetto?”, e se non gli davi qualcosa potevi ritrovarti la porta imbrattata di uova marce o le gomme della macchina sgonfie.

Ma che tempi erano? Dove era finita la buona educazione?

Il campanello suonò proprio in quel momento, interrompendo le sue divagazioni solitarie.

Di sicuro saranno quei mocciosi mascherati con la lagna del dolcetto, pensò. Li avrebbe cacciati in malo modo, e poi voleva vedere se qualcuno di loro si sarebbe azzardato a fargli qualche scherzo! Dopo la lezione che gli aveva dato lo scorso anno, era sicuro che non si sarebbero più azzardati.

Si alzò dalla poltrona e andò ad aprire.

“Dolcetto o scherzetto?” dissero tre bambini vestiti da spettro, o qualcosa di molto simile.

Il vecchio rimase di sasso, per la prima volta da tanti, credetemi, tanti anni.

Quei bambini avevano qualcosa di familiare, qualcosa che smuoveva i suoi ricordi più ancestrali con l’unico risultato di agitare il fango sul fondo dello stagno e rendere l’acqua ancora più torbida.

Chiuse loro la porta in faccia senza dire una parola.

Rimase fermo davanti alla soglia per alcuni minuti, come in catalessi.

Il campanello suonò un’altra volta, ma lui non aprì.

Invece si diresse verso la camera da letto, prese dalla cassettiera un logoro album di fotografie e cominciò a sfogliarlo, senza una ragione precisa. Eccola, quella era la foto che inconsciamente stava cercando. La sua prima comunione.

Il campanello suonò ancora, ma lui ora era troppo preso dalla foto per pensare di andare ad aprire.

Erano loro quattro, sempre insieme come i tre moschettieri e d’Artagnan. Chi dei quattro fosse d’Artagnan non si era mai stabilito con certezza, tutti volevano essere sempre lui, il mitico eroe.

I ricordi fluirono come acqua di fontana su un terreno arido. Quanto tempo era passato? Che fine avevano fatto i suoi tre moschettieri? Si erano persi di vista dopo il diploma e poi… e poi chissà!

Il campanello suonò ancora una volta, ma lui non lo sentì tanto era assorbito dal suo passato.

Forse quei bambini assomigliavano soltanto ai quattro del suo passato, forse erano dei nipoti che somigliavano in maniera impressionante ai loro nonni, o bisnonni magari!

Comunque fosse, non aveva intenzione di andare ad aprire e stare a quel gioco idiota del dolcetto o scherzetto.

Tornò in salotto deciso a mettersi davanti alla televisione, con le cuffie alle orecchie per non sentire i disturbatori, e guardare tribuna politica. Altri pagliacci con altri costumi.

La sua poltrona però già era occupata da un vecchio che sembrava essersi addormentato mentre guardava la televisione con le cuffie. Assurdo! Aveva la testa riversa da un lato ed era stranamente troppo pallido. Rimase a osservarlo per un po’, allibito, prima di avere la certezza che fosse morto, e una buona mezzora prima di rendersi conto di essere… lui! Stava osservando se stesso, non vi erano dubbi!

Il campanello suonò di nuovo, ma ora era talmente terrorizzato da non prestargli la minima attenzione. Quel trillo insistente era l’ultimo dei suoi problemi, adesso.

Di riflesso si guardò le mani: erano sempre le sue, certo, ma più piccole, più giovani.

Corse allo specchio nel corridoio, ma dovette mettere una sedia per arrivare a vedersi il viso, un viso da bambino con i capelli arruffati e un sorriso di denti irregolari.

Il campanello questa volta suonò con insistenza.

Ora era pronto per andare ad aprire e, acciderbolina, questa volta toccava a lui fare d’Artagnan.

Foto | Pixabay




Francesco Fiabane