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Posted giovedì, 7 Novembre 2013 by Roberta Barbi in Premi letterari
 
 

Un secolo fa nasceva Albert Camus, padre dell’esistenzialismo moderno

Albert Camus (1913-1960)Avrebbe spento cento candeline oggi, se fosse ancora vivo, Albert Camus, un uomo per cui le etichette di filosofo e scrittore non sono mai bastate. Forse la sua salute precaria (nel 1960 i suoi polmoni erano devastati dalla tubercolosi che lo aveva colpito presto), le sue elucubrazioni e i suoi pensieri non l’avrebbero fatto arrivare a un’età così avanzata, ma certo è che se l’esistenza ha il sapore dell’assurdo, non meno saporita, cioè non meno assurda, è stata la sua morte. Camus diceva spesso che il modo più ridicolo di morire sarebbe stato – viste le sue esperienze – in un incidente d’auto e la sorte, beffarda, gli riservò esattamente questo destino il 4 gennaio del 1960 a Villeblevin. Nella sua tasca fu ritrovato un biglietto ferroviario mai consumato – forse per un’idea cambiata all’ultimo momento – e nell’auto, occupata dal suo editore anch’egli morto sul colpo in nome della letteratura, un manoscritto di centocinquantaquattro pagine, dalle quali la figlia Catherine ricostruì il romanzo Il primo uomo, uscito ovviamente postumo, e che costituisce una sorta di testamento spirituale. Il protagonista, infatti, ripercorre le emozioni e le impressioni della propria vita, maturando il desiderio di ritrovare il ricordo del padre scomparso e per questo intraprende un viaggio a ritroso nell’anima che lo riporterà nella sua terra natale, l’Algeria, dalla quale era rimpatriato in Francia parecchi anni prima.

Camus non era, come è stato a lungo pensato, un pessimista cosmico (proprio questa divergenza dal pensiero del contemporaneo Sartre, l’altro padre dell’esistenzialismo occidentale, lo allontanerà da lui), bensì un disilluso dalla vita, ma soprattutto dall’uomo e dalle ideologie che questi via via conia e sostituisce una all’altra. Per questo egli si avvicinerà prima ai movimenti antifascisti e poi al partito comunista, ma più per l’indignazione seguita alla guerra civile spagnola (sua madre era originaria di Minorca) che per vera adesione al marxismo, così, poi, finì per abbandonare anche quello e sentirsi più a suo agio con gli elementi propri dell’anarchia, che in tempi recenti lo hanno fatto accedere al pantheon della destra libertaria. Al tempo stesso, però, combatté attivamente i nazisti partecipando alla Resistenza nella cellula partigiana Combat; in seguito lascerà il posto all’Unesco con l’entrata nell’Onu della Spagna franchista e criticherà i metodi brutali dei soviet dopo la repressione di una rivolta a Berlino Est.

Albert Camus (1913-1960)Albert Camus, insomma, attaccherà sempre e comunque qualsiasi idea discosti l’uomo dalla sua dignità e in definitiva dalla sua umanità: “Se la natura condanna a morte l’uomo – scriveva nel 1957 nelle sue Riflessioni sulla pena di morte – che almeno l’uomo non lo faccia!”. Ma ciò, unito al rifiuto dell’autore di essere etichettato come “pessimista”, non deve far pensare neanche l’opposto, e cioè che per Camus la vita fosse un mondo tutto rose e fiori! Il suo animo, la sua esistenza erano davvero in preda al tormento del suo tempo, tanto da fargli concludere che l’unico problema filosofico veramente serio fosse il suicidio, come testimoniano le parole d’apertura del saggio Il mito di Sisifo: “Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta è rispondere al quesito fondamentale della filosofia”. Eppure, proprio la vicenda di Sisifo si conclude con speranza: “Lascio Sisifo ai piedi della montagna […] Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice!”, come a dire che la tensione naturale verso la felicità, la sua eterna ricerca della condizione più bramata e fuggevole che ci sia, possono bastare di per sé a riempire la vita e a renderla speciale. Ma Camus, nella maturità che gli permisero i suoi neanche cinquant’anni anni (morì a quarantasette), trovò una cura per La peste, una ricetta contro il travaglio dell’animo che non lo abbandonava mai: la solidarietà. Solidaire ou solitaire? L’artista, come l’uomo comune, vive sempre in bilico tra solidarietà e solitudine, ma solo una netta svolta dell’esistenza verso la prima potrà donare la soddisfazione della felicità.

Chissà, forse un’occasione, seppur effimera, di felicità, Camus la visse nel 1957, quando gli fu conferito il Premio Nobel per la letteratura. Lui, all’epoca, di romanzi ne aveva scritti solo tre: oltre La peste, l’esordio con Lo straniero ambientato in Algeria e considerato dalla critica (ma non da lui) il manifesto dell’esistenzialismo e dell’indifferentismo ai moti dell’animo umano; nel 1956 La caduta, lungo monologo di un avvocato parigino di successo che si rende conto di vivere in società indossando una maschera di virtù che in realtà nasconde solo egocentrismo e senso di superiorità nei confronti del prossimo.




Roberta Barbi

 
Roberta Barbi è nata e vive a Roma da 40 anni; da qualche anno in meno assieme al marito Paolo e ai figli, ancora piccoli, Irene e Stefano. Laureata in comunicazione e giornalista professionista appassionata di cucina, fotografia e viaggi, si è ritrovata da un po’ a lavorare per i media vaticani: attualmente si occupa del nuovo portale della Santa Sede, Vatican News. Nel tempo libero (pochissimo) si diletta a scrivere racconti e si dedica alla lettura, al canto e al cake design; sempre più raramente allo shopping, ormai rigorosamente on line.