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Posted lunedì, 2 Dicembre 2013 by Susanna Trossero in Mondolibri
 
 

La terza puntata di Masterpiece, tra monache di clausura e culturisti

Masterpiece 3 puntata

Masterpiece 3 puntata

Ieri sera, al nuovo appuntamento con il talent scout per aspiranti scrittori Masterpiece, in onda su Rai Tre alle 22,50, abbiamo visto i concorrenti in gara (i loro nomi sul sito del programma) contendersi la possibilità di aggiudicarsi la vittoria della terza puntata, tra le letture di brani estrapolati dai loro scritti e le prove immersive (chi si è ritrovato a riflettere sulla vita delle monache di clausura di Pinerolo vivendo con loro per ben due giorni, chi ha passato un po’ di tempo a Bologna tra i culturisti…).

Superata l’immersione in queste realtà non consuete, ecco i due aspiranti scrittori ancora in gara – la giovanissima Agnese Peretto che ama i temi sociali e l’ironico foggiano Adelmo Monachese, dalla verve coinvolgente – salire sulla Mole Antonelliana per l’ultimo scoglio, il pitch, breve discorso necessario a convincere del proprio talento un ospite del programma. Stavolta si è trattato della scrittrice Silvia Avallone, seconda classificata nel 2010 al Premio Strega con il suo romanzo d’esordio Acciaio e da poco in libreria con un nuovo romanzo dal titolo Marina Bellezza.

In questa puntata dunque, emerge la piccola grande Agnese Peretto, dall’aria ingenua ma dalla scrittura molto incisiva, definita grande talento all’unanimità. La vediamo superare ogni ostacolo compreso quello di reggere il confronto con il temibile giudice… De Cataldo! Ebbene sì, ieri era lui il giurato insopportabilmente cattivo, demolitore, addirittura sarcastico ma non con lei, per la quale ha espresso palese e totale ammirazione (possiede una miracolosa capacità di immedesimazione).

Intervista a Maria Palazzo, concorrente di Masterpiece

Maria Palazzo, una delle concorrenti di Masterpiece 2013

Vorremmo adesso soffermarci su una delle aspiranti scrittrici che abbiamo avuto modo di ascoltare proprio nella puntata di ieri sera, Maria Palazzo, siciliana, approfondendo la sua conoscenza con un’intervista che gentilmente ha concesso per i lettori di GraphoMania. Abbiamo notato il silenzio ammirato con cui tutti e tre i giurati hanno ascoltato il brano del suo romanzo, definendo la sua scrittura “diretta e lapidaria”. Cominciamo con una domanda forse banale, ma che può raccontarci molto di lei:

In che modo o quando ha preso coscienza della sua passione per la scrittura?
La scrittura più che un mezzo, per me, è un modo di essere e di fare. Ho sempre comunicato in questo modo: avendo sin da piccola un diario segreto, dedicando ai miei amici o ai miei amori delle lettere, continuando oggi ad avere una agenda sulla quale annoto tutto. Ed aggiungo che questo non mi fa sentire una scrittrice: in prima istanza, penso di essere una buona e curiosa lettrice.

Siamo in un paese in cui solo il 10% della popolazione legge regolarmente, ma ecco il paradosso: tutti desideriamo scrivere. Lo dimostra l’aumento delle pubblicazioni: nel 2012 per esempio, sono stati pubblicati circa sessantaquattromila libri! Una tale e dispersiva offerta, a volte anche di scarsa qualità, finisce per penalizzare i veri talenti, per demotivarli o renderli dubbiosi sulla volontà di mettersi in gioco. Secondo lei, che cosa significa essere un aspirante scrittore in un momento così confuso e difficile?
Un’analisi questa con la quale concordo e che mi spaventa in quanto, la scarsa qualità appagata purtroppo non solo in ambito editoriale ma culturale più in generale, è fuorviante e pericolosa. Creare falsi modelli porta a un impoverimento dei valori e riferimenti. Essere una aspirante scrittrice in questo clima socio-politico e storico-culturale – per me che faccio l’attrice di teatro e sono una laureata in filosofia (quanto di più precario possa esserci oggi) – rappresenta una sfida ed una speranza insieme: che le cose non solo possano cambiare ma anche essere migliori.

E veniamo a Masterpiece: ci vuole raccontare quanto coraggio (o incoscienza) ci vuole per decidere di tentare di parteciparvi, sapendo che esporsi televisivamente non è come spedire un manoscritto a un editore?
Sinceramente, per carattere sono una persona molto razionale: prendo le cose per quelle che sono senza caricarle di significati aggiunti. Masterpiece è un gioco, anche se le persone che vi lavorano sono molto serie e stanno cercando di produrre un prodotto di qualità. E poi ho seguito il consiglio di mia madre: “Se una persona è davvero intelligente deve riuscire a mettersi in gioco anche in esperienza lontane da sé e dal proprio modo di vedere le cose. Sempre mantenendo ferma l’idea che si ha su di sé. Onesta è ironia”. È una donna saggia.

Ci può dire, se possibile, qualcosa sul suo romanzo?
Al pianterreno di una casa di un quartiere di una denigrata periferia (di una qualsiasi città), vive Cate (Caterina), di quattordici anni. La casa è buia e senza visuale anche a causa di un muro che fa da barriera/“siepe” alla sua vista. Così come tutto il quartiere circondato dai palazzi di case popolari, dalle torri degli altiforni delle cementerie, dai rottami delle auto – accatastate una sopra l’altra – in attesa di essere pressate allo sfascio.
Settanta metri quadri da condividere con due sorelle: la maggiore indifferente e opposta a Caterina e la minore da accudire con tenerezza e protezione. Una madre anafettiva e austera.
Caterina trascorre le sue giornate tra la passione per lo studio (alimentata dalla sua professoressa di italiano, sua mentore e guida anche affettiva), tra un continuo scambio di confidenze e passatempi fra adolescenti con la sua unica e insostituibile amica, Fede (Federica) e il suo ragazzo Ale (Alessandro).
Attraverso una narrazione ora di vicende presenti ora di vicende passate – sfruttando l’uso del flash-back – si racconta in prima persona, non solo la vita di una ragazza ma anche lo spaccato di un quartiere, di una realtà sociale abbandonata al degrado, alla grettitudine, all’ignoranza e al diniego di una possibilità di riscatto.
Sarà l’omicidio della madre a riscattare la protagonista dalla violenza subita dal boss del quartiere, dopo che la donna l’ha “venduta” come veicolo e merce di scambio per cancellare un debito lasciato dal marito (ingenuo malavitoso del quartiere ormai lontano dalla famiglia da tre anni).
Sin dalle prime pagine – e così lungo tutto il romanzo – si evince che nessuno dei personaggi è negativo se non solo quello della madre. O forse è più corretto dire che, anch’esso serve per creare la contrapposizione fra questi e Caterina: quest’ultima, infatti, non è né migliore né peggiore degli altri. Senza essere o una eroina o una vittima (o forse essendolo tutte e due insieme), è semplicemente diversa dagli altri. Essi, infatti, rappresentano il quartiere, lei la voglia di fuga da esso.
Caterina non vuole salvare nessuno: non vuole salvare il suo ragazzo, abusato dal padre dall’età di otto anni ai dieci; non vuole salvare la sua amica rimasta incinta a quattordici anni. Vuole salvare solo se stessa.
Fra toni ora sereni ora carichi di una tragica consapevolezza; tra momenti appassionati e altri duri, severi e tristi, si racconta uno spaccato di vita che al presente vede trascorrere due stagioni – dalla primavera all’estate – e attraverso i ricordi, i quattordici anni della protagonista e le vicende di chi le sta intorno.
Un finale apparentemente tragico e definitivo, lascia spazio (al lettore), se non di giustificarla, comunque di non condannare Caterina e gli concede di immaginare di vederla proseguire verso la sua possibilità di riscatto e di cambiamento.

Per concludere: Francesco Guccini nel 2009 commentò positivamente l’esistenza del talent musicale X-Factor (allora alla seconda edizione su RaiDue), dichiarando che solo quel tipo di programmi avrebbe potuto salvare la musica in Italia. Possiamo dire lo stesso di Masterpiece?
No, non penso proprio, perché legato ai metodi e ai tempi televisivi e chiaramente legato ad una forte componente di spettacolarizzazione. Questo non è uno screditamento al programma e al lavoro serio di chi sta dietro di esso, e neppure un giudizio negativo e cattivo. Solo una riflessione: l’editoria dovrebbe recuperare il suo ruolo, dare valore alle idee e ai veri scrittori e non solo a quelli “commerciali, e la televisione dovrebbe tornare ad occuparsi di vera informazione e sano e costruttivo intrattenimento. È un dato di fatto che, purtroppo, siamo lontani dai tempi in cui i libri erano tesori e la televisione insegnava a scrivere alla popolazione.

Un grazie per la disponibilità di questa giovane autrice che, ieri sera, seppur suscitando interesse e ammirazione, non ha superato le prove, dunque non potrà accedere alle fasi finali di Masterpiece (ma c’è sempre il ripescaggio, comunque!)

Esclusi da Masterpiece

Esclusi da Masterpiece

A proposito di esclusioni, in molti si domandano che fine faranno i sogni e le aspirazioni degli esclusi dalle selezioni, nonché le loro fatiche letterarie che – lo ricordiamo – sono davvero tante: ben cinquemila manoscritti sono stati oggetto di valutazione! Ebbene, per chi ancora non lo sapesse, è nato il sito Esclusi da Masterpiece dove potrete conoscere i “non concorrenti” e i loro romanzi, e dove gli stessi così si raccontano: “Sono nate amicizie, collaborazioni e mentre il nostro quarto d’ora di celebrità si allontanava, si sono costruiti legami che speriamo siano ben più duraturi”.

Auguriamo a tutti loro, e alla nostra gentile amica Maria Palazzo, di continuare a credere nel sogno che li accomuna: pubblicare il romanzo nel cassetto.

La foto dei giudici di Masterpiece è presa dal blog della trasmissione




Susanna Trossero

 
Susanna Trossero è nata a Cagliari e vive a Roma. Ha fatto della scrittura la sua principale occupazione. Ha pubblicato poesie, raccolte di racconti, romanzi, e sta lavorando ad altri progetti. È un’appassionata di racconti brevi.