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Posted mercoledì, 4 Dicembre 2013 by Roberto Russo in Mondolibri
 
 

Intervista a Valentina Cebeni, autrice del romanzo “L’ultimo battito del cuore”

Intervista a Valentina Cebeni, autrice del romanzo L'ultimo battito del cuoreÈ da poco in libreria il romanzo L’ultimo battito del cuore, scritto da Valentina Cebeni e pubblicato da Giunti. La storia, ambientata in Gran Bretagna, racconta di un cammino di rinascita. La protagonista, Penelope, poco dopo il matrimonio con Adam, è vittima di un brutto incidente insieme a suo marito. Lei si salva, ma il marito muore. La ripresa della donna è lunga e sembra non avvenire mai, tanto che sua sorella, Addison, decide di portarla a casa con sé. A dire il vero le due donne non sono mai andate d’accordo e le scintille iniziano fin da subito. Fino a quando Penelope, grazie a Ryan, marito della sorella, scopre il giardino incolto dietro casa e da lì inizia un’opera di ricostruzione, tanto fisica del giardino stesso, quanto spirituale, potremo dire, di Penelope.

Valentina Cebeni ha uno stile di scrittura molto curato e si sente il lavoro di fino che c’è dietro quasi ogni parola. Incuriosito da questo stile particolare, ho raggiunto l’autrice e le ho posto qualche domanda, sia sul libro che sul suo stile di scrittura.

Quali letture ci sono dietro L’ultimo battito del cuore?
L’ultimo battito del cuore è il frutto di una serie di letture eterogenee, contaminazioni talmente stratificate dentro di me da rendermi difficile scindere cosa ha influenzato questo romanzo da quello che sono. Amo la letteratura russa e francese ottocentesca, che ha influenzato il taglio realistico della storia sfidandomi a rendere quanto più autentici possibili personaggi e luoghi relazionati alla società in cui si muove la vicenda, e quella moderna e contemporanea, in cui ricerco maniacalmente tutte le più piccole sfaccettature dell’animo umano e che ne L’ultimo battito del cuore ho tentato di riportare alla luce attraverso i travagli interiori dei personaggi. Questo romanzo è quindi il frutto di due letterature molto diverse, che cerco di tradurre attraverso la mia sensibilità in un impasto omogeneo di realismo e introspezione.

Il tuo stile di scrittura mi è sembrato molto curato, con una ricerca oculata delle parole da usare: qual è il tuo metodo di scrittura?
Sono convinta che la scrittura risponda alla voce dell’istinto, perciò difficilmente posso sostenere di possedere un vero e proprio metodo; in realtà mi lascio guidare dalle sensazioni, ma soprattutto dai miei sensi, dalle suggestioni del momento. Quando scrivo sento prepotente il bisogno di vedere, toccare e annusare la storia, e con lei i luoghi e i personaggi, perciò cerco di essere molto attenta nelle descrizioni, nel rendere nitidamente le emozioni che in un preciso momento sta provando un personaggio. Una parola utilizzata in modo improprio può rovinare un’intera scena, distrarre o peggio infastidire il lettore, perciò ritengo sia fondamentale sceglierle con accuratezza e precisione; sono fra le pochissime armi di cui possiamo ancora disporre per difenderci da una società che ci vuole appiattire in un unico registro, perciò occorre usarle con attenzione!

Perché ambientare il romanzo nel Regno Unito? In Italia non c’erano paesaggi che potevano avere il fascino caldo, e al contempo decadente?
La scelta di ambientare L’ultimo battito del cuore in Gran Bretagna, e nello specifico del Kent, è stata volontaria e ben ponderata; appartengo a quella corrente di pensiero secondo cui l’immaginazione spazia al meglio quando si trova immersa in realtà che esulano dalla quotidianità e luoghi conosciuti, da qui la scelta di ambientare il romanzo all’estero.
Il Regno Unito, poi, è stato una scelta naturale per l’ambientazione di un romanzo di stampo romantico e decadente; un panorama mediterraneo, con i suoi colori caldi e vividi, non sarebbe stato funzionale a descrivere il gelo dell’anima che Penelope si trascina dentro dalla morte di Adam. Un gelo insulare e nordico, screziato di un tepore appena accennato che solo la verde Inghilterra può regalare.
La scelta del Kent, inoltre, trovo racconti al meglio la graduale rinascita che segna la storia della protagonista; la regione è nota al mondo come il “giardino d’Inghilterra”, una terra fertile e romantica, perciò quale ambientazione migliore per narrare la storia di Penelope?

Intervista a Valentina Cebeni, autrice del romanzo L'ultimo battito del cuoreIl tuo primo romanzo è stato pubblicato da una “grande” casa editrice italiana: come vedi tu il mondo editoriale italiano?
L’editoria italiana è un mondo per me ancora semi sconosciuto, perciò è difficile esprimere un giudizio esaustivo in merito. Purtroppo ho notato che anche questo settore è stato travolto dalle criticità che in questo momento investono l’Italia, ma vedo nelle persone che vi lavorano la voglia autentica di reagire, di fare quello scatto che il resto del paese ancora rimanda. Nelle redazioni delle case editrici, grandi o piccole che siano non importa, si cerca di combattere la crisi proponendo storie coinvolgenti ai lettori, e noto con sollievo che da qualche tempo le librerie ospitano in media più autori italiani rispetto al passato recente.
Sulla qualità delle storie proposte, invece, occorrerebbe una riflessione più profonda; in queste ultime settimane ho sentito e letto persone e autorevoli giornalisti scagliarsi contro questo o quell’autore per la scarsità dei contenuti dei romanzi in vetta alle classifiche, ma ritengo che queste siano solo critiche sterili. In questo modo si perde di vista il fulcro della questione, e la funzione primaria che la letteratura ha, almeno secondo me: intrattenere. Le persone hanno bisogno di qualche ora di totale astrazione dalla quotidianità, e possono e devono sentirsi libere di scegliere il compagno di viaggio che gli è più affine, che sia il pensatore impegnato, il patito del fantasy o l’amica con cui spettegolare, e se si guarda al panorama editoriale italiano in quest’ottica possiamo ritenerci davvero fortunati. Ci sono migliaia di storie meravigliose firmate da nostri connazionali che ci attendono nelle librerie.

Nei giorni scorsi abbiamo celebrato la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne: quanto, secondo te, la letteratura può influire nel creare un clima di pace anche in questo contesto?
La letteratura, come ogni veicolo di cultura, informazioni, di storie, può portare alla luce il problema, ma dare soluzioni in merito è molto complicato; le soluzioni sono dentro di noi, che formiamo la società, lo Stato. Si trovano nell’educazione al rispetto delle cose e delle persone che impariamo da piccolissimi, prima all’interno del nostro nucleo familiare e poi a scuola, dove il confronto e l’accettazione dell’altro fanno e devono essere parte del percorso educativo di ogni bambino.
Troppo spesso leggiamo sui quotidiani che chi maltratta la propria compagna ha spesso alle spalle un’infanzia segnata dalla violenza. Ecco, io credo che si debba ripartire dal nucleo dell’essere umano in quanto animale sociale: la famiglia. In questo ovviamente la letteratura può dare il suo contributo; le storie aprono la mente, e una mente aperta non si macchierà mai, mai, di simili brutalità.
Il fatto che gli adulti di oggi, invece, non abbiano la minima idea di quale sia il ruolo della donna all’interno della nostra società, è il riflesso, temo, di un’ignoranza dilagante che ha generato mancanze difficilmente sanabili, derivanti a loro volta dalla perdita delle radici del nostro essere, dall’incapacità di accettare noi stessi, del rifiuto di qualsiasi approccio alla vita che vada oltre la fisicità. Si ha un rapporto fisico, oserei definire “animale”, con tutto; nelle pagine di cronaca locale leggiamo ogni giorno che ci si accoltella per un parcheggio, per un graffio sulla portiera dell’auto, perciò come si può credere che si possa avere un approccio diverso con la propria compagna?
Premesso questo credo purtroppo che la letteratura possa contribuire ben poco a salvare gli adulti violenti, ma può e non deve assolutamente mancare all’appuntamento con l’infanzia. I bambini sono la speranza di un avvenire in cui per le donne e per tutte le categorie più deboli della nostra società la parola violenza sia solo un brutto ricordo del passato, perciò chiedo a tutte le mamme e ai papà di dedicare una mezz’ora del loro tempo, la sera, per leggere al proprio figlio o figlia la favola della buonanotte. Raccontate ai vostri bambini di mondi diversi, fantastici; spronateli a sognare, educateli al rispetto per l’altro e all’amore, e gli adulti violenti si dissolveranno come la nebbia del mattino.

Si avvicina il Natale, momento dei regali per eccellenza. Quale libri, secondo te, NON sono da regalare per questa festa? (Troppo facile chiederti quali regaleresti…!)
Partiamo da un assunto: un regalo è la traduzione materiale di un’esigenza irrazionale, quella di vedere il destinatario del nostro dono felice. Quando qualcuno ci fa un regalo, o siamo noi ad acquistarlo, compiamo un atto d’amore, e donare una storia è il più sublime, a mio avviso, poiché si sta donando una suggestione, un sogno. Ore di riflessione sui grandi temi nel caso di saggi, ad esempio, oppure di totale evasione, un bene raro e molto prezioso, visti i tempi. Le storie poi sono randagie e indipendenti; non seguono le mode, non hanno un padrone, ma si adattano al periodo storico dell’anima di ogni singola persona, a prescindere dall’aspetto o il conto in banca, perciò no, non credo esistano libri da regalare e altri da scartare. Piuttosto credo che esistano milioni di persone e altrettanti milioni di storie diverse; come trovare la combinazione perfetta tra questi due fattori in funzione della persona che scarterà il pacchetto sotto l’albero sta soltanto a noi.

La foto di Valentina Cebeni è di Laura Sbarbori.




Roberto Russo

 
Roberto Russo è nato a Roma e vive a Perugia. Dottore in letteratura cristiana antica greca e latina, è appassionato del profeta Elia. Segue due motti: «Nulla che sia umano mi è estraneo» (Terenzio) e «Ogni volta che sono stato tra gli uomini sono tornato meno uomo» (Tommaso da Kempis). In questa tensione si dilania la sua vita. Tra le altre cose, collabora con alcune testate online, è editore della Graphe.it, e tanto tempo fa ha pubblicato un racconto con Mondadori.