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Posted 17 Febbraio 2014 by Anna Wood in Racconti e testi
 
 

Amiche mai. Un racconto per la festa del gatto

Amiche mai. Un racconto per la festa del gatto

M

i chiamo Amelia, sono stata ritrovata nel parcheggio dell’Esselunga, in uno scatolone che prima di me e la mia famiglia conteneva le olive denocciolate, quelle che ti servono i bar di periferia quando prendi un Crodino insieme alle patatine sbriciolate. L’odore della salamoia è il primo che il mio naso nero ricordi.

Nella “sfi-gattaggine”, la fortuna volle che una signora, nello sfilarsi la tracolla per cercare le chiavi dell’auto, perdesse il suo orecchino a forma di palla, il quale rotolando sull’asfalto del parcheggio fu stoppato nella sua corsa verso un tombino proprio dallo scatolone in cui ero.

La signora, tirando un sospiro di sollievo nel piegarsi per raccoglierlo, ci vide e disse: “Oooh! Aaaah! Eeeh! Iiiiih! Miii” e una serie di altre stupidaggini che di solito si riservano alle cose che suscitano tenerezza. Dopo averci accarezzato uno a uno con un dito profumato di buono su cui svettava un inquietante unghia color verde speranza, non ci lasciò seccare al sole come i pomodori secchi , ma ci portò al gattile tutti insieme, miagolando.

La nostra casa divenne una decorosa gabbietta al piano rialzato a cui tutte le mattine i volontari davano una rassettata . Non avevamo problemi di cibo: una ciotola di croccantini in quel posto non la negavano a nessuno e gli altri gatti non ci davano problemi, a se le davano di santa ragione tra di loro.

Dopo circa un paio di mesi passati in gattile, un sabato pomeriggio di metà ottobre si presentarono due persone in cerca di un gattino per dare compagnia alla loro gatta che, secondo loro, durante la giornata soffriva di solitudine Ancora non sapevano che quello era il loro personale pensiero non condiviso dalla Mici che in realtà amava la solitudine tanto quanto la sua ciotola piena zeppa di tonno e il cuscino sul davanzale della cucina vista piccioni.

Sdraiata in modalità “felino” in gabbia, pensavo di aver scampato l’adozione quando vidi la volontaria prendere per la collottola con decisone mio fratello, il Certosino con gli occhi gialli. Ma i signori dopo aver parlottato tra di loro glielo fecero rimettere in gabbia. Non lo volevano perché era troppo bello e darlo in adozione sarebbe stato facile.

Le vibrisse vibrarono: non erano persone normali, tutti cercavano gatti con il sorriso Durbans, i baffi lunghi e il manto lucido e curato! Loro invece volevano me, che di bello non avevo neanche i baffi: corti e duri, così come il pelo di tutti colori razza Calicò, occhi cisposi, una zampetta più grossa dell’altra e una puzza addosso da far invidia ai cinghiali. Non ero la classica “Figomicetta” ma una “Bruttogatta”.

In trenta secondi passai dalle mani della volontaria alle braccia della tizia che, sussurrandomi fastidiosamente nell’orecchio, mi mise in un trasportino con la moquette terribilmente bluette.

Arrivai nella mia nuova casa dopo un breve viaggio in Panda, e con circospezione zampettai lentamente fuori dal trasportino fino a infilarmi piatta come uno scarafaggio sotto un mobile. La Mici mi diede il benvenuto gonfiando tutto il pelo anche quello sul lato B e, spalancando la bocca, fece uscire una sorta di rantolo satanico. Scappò via dal soggiorno derapando sul parquet incerato, sbattendo contro le porte e rifugiandosi sotto la vasca da bagno da dove emetteva miagolii sinistri.

Amiche mai, questo fu subito chiaro fin dal primo minuto.

A causa dei forti segnali di squilibrio da parte della vecchia padrona di casa, che per contestare il mio arrivo aveva messo in atto una guerra all’ultimo baffo, durante il giorno rimanevo chiusa a chiave in una stanza le cui pareti erano ricoperte da ritratti di gatti sconosciuti, grassi, tigrati, bianchi e neri, rossi e certosini dal faccione beffardo.

Avevo a disposizione, oltre alle ciotole di acqua e crocchette, un bel tappeto che sfilacciai come il bordo dei jeans in voga negli anni ‘70 e un divano bianco Ektorp Ikea che il primo giorno usai come lettiera.

La sera ero libera di muovermi per casa, ma il percorso era più un sentiero di guerra: passavo sotto il mobilio strisciando contro i muri. Mici attendeva ore il momento in cui sarei entrata nella lettiera per fare le mie cose e, non appena sentiva la sabbietta scricchiolare, spuntava come un lampo da dietro la porta scorrevole aggredendomi. Sette chili di gatto che si abbattevano come una furia sui sei etti scarsi di pelo e ossa. Quanta cacca avevo mangiato e quanta ne avevano pulita!

Non era stata una bella idea quella di dare compagnia a Mici. Lei era la padrona di casa da troppo tempo. Mangiare e dormire erano state le due uniche due attività per otto anni. Ritrovarsi tra i piedi un “topogatto” era stato un grave affronto, avrebbe dovuto rimarcare tutti i confini di una casa di cui aveva disposto a suo piacimento. Ma lo stress e le corse per randellarmi l’avevano trasformata da pigra gattona da davanzale ad agile felino incazzato. Ora riusciva a saltare sul piano cucina con un solo balzo, senza l’ausilio delle sedie. Ero il suo gioco preferito, ero come Titti per gatto Silvestro. Beep Beep per Willy il Coyote. Sempre in fuga.

Le cose cambiarono una mattina di giugno. Mici alle 5.30 del mattino piombò nella camera da letto miagolando con un tono fastidioso e acuto. Non le diedero retta, anzi la scacciarono pensando fosse il solito attacco di fame pre-mattutino, ma Mici non la smetteva. Saltando su e giù dal letto li costrinse ad alzarsi e seguirli in cucina. Proprio in quel momento la vicina, affacciandosi, li avvertì che ero caduta dal balcone ed ero in bilico sulla pensilina dell’appartamento sottostante. Chiamarono i pompieri, che si imbragarono e mi recuperarono con una mano inguantata. Non ringraziai nessuno scappai in casa come una scheggia rifugiandomi in bagno. La paura aveva fatto novanta e non solo.

Da quel giorno Mici fu meno aggressiva, probabilmente per il senso di colpa. Loro non lo sapevano, anche se lo intuivano: era stata lei a darmi la zampata che mi fece rotolare giù dal balcone mentre mi rincorreva sul bordo del cornicione.

Anna Wood è un’alunna del blog Tutta colpa della maestra

Foto | Pixabay




Anna Wood