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Posted domenica, 4 Maggio 2014 by Roberto Russo in Mondolibri
 
 

Viaggi letterari tra navi e aerei

“Eppure m’inorgoglisco della mia umiliazione, e poiché a tal privilegio son condannato, quasi godo di un’aborrita salvezza: sono, credo, a memoria d’uomo, l’unico essere della nostra specie ad aver fatto naufragio su di una nave deserta”.
Così, con impenitente concettosità, Roberto de la Grive, presumibilmente tra il luglio e l’agosto del 1643. Da quanti giorni vagava sulle onde, legato a una tavola, a faccia in giù di giorno per non essere accecato dal sole, il collo innaturalmente teso per evitare di bere, riarso dal salmastro, certamente febbricitante? Le lettere non lo dicono e lasciano pensare a una eternità, ma si dev’essere trattato di due giorni al più, altrimenti non sarebbe sopravvissuto sotto la sferza di Febo (come immaginosamente lamenta) – lui così infermiccio quale si descrive, animale nottivago per naturale difetto.

Questo è l’incipit de L’isola del giorno prima, terzo romanzo di Umberto Eco e ci introduce al tema del viaggio letterario in nave. La storia raccontata da Eco è singolare: siamo nel 1643 e Roberto de la Grive, a seguito di un naufragio, vaga su una zattera. Incontra una nave e ritiene di essere salvo: riesce a salire a bordo e, sorpresa, la nave è deserta. La storia si svolge sul meridiano di cambio data: sarebbe stato sufficiente oltrepassare il meridiano per trovarsi a ieri ed evitare tutta una serie di problemi?

Il viaggio in nave è un altro dei luoghi letterari. Solcare i mari è un qualcosa di epico, tanto che i greci antichi avevano un mito – quello degli Argonauti e del vello d’oro – che narra dei primi uomini che riescono a vincere la difficoltà di muoversi sulle acque e, per primi, viaggiano attraverso le grandi distese marine.

Navi e mare hanno da sempre affascinato la mente degli scrittori: come non ricordare, per esempio, la vicenda di Danny Boodman T. D. Lemon Novecento raccontata da Alessandro Baricco in Novecento? Il protagonista viene lasciato da neonato sul transatlantico Virginian e lì cresce, vedendo il mondo il maniera contraria alla comune esperienza: se per noi la norma è vivere sulla terraferma, per lui è naturale vivere su una nave.

Forse l’esempio più alto in letteratura del fascino del viaggio in mare lo troviamo in Dante Alighieri, che nel canto ventiseiesimo dell’Inferno ci presenta l’ultimo viaggio di Ulisse, che non riesce a vivere nella tranquilla Itaca e quindi, con i suoi compagni, parte in nave per oltrepassare quelli che allora erano ritenuti i confini del mondo: le colonne di Ercole ovverosia lo stretto di Gibilterra. Il discorso che Ulisse fa ai suoi – la celebre “orazion picciola” – è un invito a viaggiare sempre, senza fermarsi mai, non solo fisicamente ma anche dal punto di vista spirituale: si viaggia per conoscere. Dante fa dire a Ulisse:

“O frati”, dissi, “che per cento milia
perigli siete giunti a l’occidente,
a questa tanto picciola vigilia

d’i nostri sensi ch’è del rimanente
non vogliate negar l’esperïenza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e conoscenza”.

Non esistono solo le navi che solcano il mare, ma anche quelle che si muovono per i cieli: gli aerei. È lo scrittore francese Daniel Pennac che ci fornisce il là per unire, letterariamente parlando, i due mezzi di trasporto. Scrive Pennac ne Il paradiso degli Orchi (traduzione di Yasmina Melaouah):

“Anch’io ti voglio. Come porta-aerei, Benjamin. Vuoi essere la mia porta-aerei? Verrò a posarmi di tanto in tanto, per rifare il pieno di sensazioni.” Posati bellezza, e vola via quando vuoi. Io da questo momento navigo nelle tue acque.

Volare è un altro dei modi di muoversi che ha colpito la fantasia degli scrittori e dei narratori: il mito di Icaro ne è testimonianza. Ma il volo è anche un modo per evadere e vivere in un mondo proprio: del resto Peter Pan vola e, quando cresce, perde la capacità di volare. C’è bisogno di pensieri felici per saper volare (o anche solo per staccarsi dalla contingenza spesso avvilente).

Ma se di sogni vogliamo parlare, allora non possiamo non parlare de Il piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry. Come ricorderete la storia inizia con un guasto all’aereo. Vi riportiamo l’inizio del secondo a mo’ di invito, se volete, per leggere – o rileggere – il celeberrimo racconto (traduzione di Nini Bompiani Bregoli):

Ho trascorso la mia vita solo, senza nessuno cui poter parlare, fino a sei anni fa quando ebbi un incidente col mio aeroplano, nel deserto del Sahara. Qualche cosa si era rotta nel motore, e siccome non avevo con me né un meccanico, né dei passeggeri, mi accinsi da solo a cercare di riparare il guasto.
Era una questione di vita o di morte, perché avevo acqua da bere soltanto per una settimana.
La prima notte, dormii sulla sabbia, a mille miglia da qualsiasi abitazione umana. Ero più isolato che un marinaio abbandonato in mezzo all’oceano, su una zattera, dopo un naufragio.
Potete immaginare il mio stupore di essere svegliato all’alba da una strana vocetta: “Mi disegni, per favore, una pecora?”
“Cosa?”
“Disegnami una pecora”.




Roberto Russo

 
Roberto Russo è nato a Roma e vive a Perugia. Dottore in letteratura cristiana antica greca e latina, è appassionato del profeta Elia. Segue due motti: «Nulla che sia umano mi è estraneo» (Terenzio) e «Ogni volta che sono stato tra gli uomini sono tornato meno uomo» (Tommaso da Kempis). In questa tensione si dilania la sua vita. Tra le altre cose, collabora con alcune testate online, è editore della Graphe.it, e tanto tempo fa ha pubblicato un racconto con Mondadori.