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Posted domenica, 8 Giugno 2014 by Roberto Russo in Mondolibri
 
 

I viaggi letterari e “Le città invisibili” di Italo Calvino

I viaggi letterari e “Le città invisibili” di Italo Calvino

Quando si viaggia, a volte, si ha come l’impressione che alle città che si visitano manchi qualcosa. O che si nota qualcosa che a molti sfugge. Un senso di inadeguatezza potrebbe cogliere il viaggiatore che si trova dinanzi alla bellezza di alcuni contesti urbani. E magari il viaggiatore – o la viaggiatrice – più acuta potrebbe intessere relazioni tra questa e quella città, tra una piazza e un’altra. Oppure potrebbe inventarne di nuove. È come trovarsi dinanzi a città invisibili che solo gli occhi appassionati di chi viaggia sanno vedere. Le città invisibili è anche il titolo di uno splendido romanzo che Italo Calvino, padre della moderna lingua italiana, scrisse nel 1972.

Ne Le città invisibili Italo Calvino racconta le storie in un modo molto particolare: una serie di blocchi narrativi indipendenti, inseriti in una conversazione che avviene tra Marco Polo, il narratore, e Kublai Khan, il destinatario della narrazione. La descrizione delle città, i cui particolari li coglie solo Marco Polo, è suggestiva: ognuna ha il nome di una donna e corrisponde a una tematica particolare. Abbiamo, così, la città e i morti, il desiderio, il cielo, gli scambi, il nome, i simboli, la memoria…

Ne Le città invisibili c’è un gioco matematico: la numerazione disordinata di alcuni capitoli dimostra che non c’è alcuna cronologia da seguire e che la narrazione è sospesa in una sorta di ucronia (un tipo di narrativa fantastica, cioè, che si basa sulla premessa che la storia del mondo abbia seguito un altro corso rispetto a quello reale): si può iniziare dalla fine e procedere verso l’inizio o dall’inizio verso la fine o ancora a metà, in un gioco di libertà enunciativa che è molto interessante. Un po’ come quando si viaggia veramente: nessuno ci obbliga a scegliere un percorso piuttosto che un altro.

Non c’è alcuna trama che vincola i personaggi de Le città invisibili, eccezion fatta per la conversazione tra Marco Polo e Kublai Khan che funge da cornice alle varie descrizioni. Ma tanto Marco Polo quanto Kublai Khan esistono solo nei loro discorsi, così come le città descritte dal veneziano esistono solo nella descrizione che lui ne fa.

L’unica espressione del tempo è data dall’evocazione dello spazio finito delle città: ognuna sviluppa un motivo all’interno delle tematiche di Calvino (morte, significato, identità, desiderio, trascendenza, esistenza…). Abbiamo così Despina che è la città che rappresenta il desiderio per chi vi si avvicina, ma in modo differente a seconda di come vi giunge – se dal mare o dal deserto – perché fa sì che si desideri l’opposto di quello che si ha. L’angoscia esistenziale è magistralmente plasmata in città come Ottavia, collocata in una rete sospesa su un precipizio, o Adelma, nei cui abitanti il viaggiatore riconosce i volti dei suoi morti.

Mai nei miei viaggi m’ero spinto fino a Adelma. Era l’imbrunire quando vi sbarcai. Sulla banchina il marinaio che prese al volo la cima e la legò alla bitta somigliava a uno che era stato soldato con me, ed era morto. Era l’ora del mercato del pesce all’ingrosso. Un vecchio caricava una cesta di ricci su un carretto; credetti di riconoscerlo; quando mi voltai era sparito in un vicolo, ma avevo capito che somigliava a un pescatore che, già vecchio quando io ero bambino, non poteva più essere tra i vivi. Mi turbò la vista di un malato di febbri rannicchiato per terra con una coperta sulla testa: mio padre pochi giorni prima di morire aveva gli occhi gialli e la barba ispida come lui tal quale. Girai lo sguardo; non osavo fissare più nessuno in viso.

Pensai: “Se Adelma è una città che vedo in sogno, dove non s’incontrano che morti, il sogno mi fa paura. Se Adelma è una città vera, abitata da vivi, basterà continuare a fissarli perché le somiglianze si dissolvano e appaiano facce estranee, apportatrici d’angoscia. In un caso o nell’altro è meglio che non insista a guardarli”.

Calvino è interessato alle città come grande metafora della creazione e dell’interpretazione umana. Le città, con il loro sistema architettonico sociale intrecciato a quello ideologico, sono ciò che gli uomini fanno a se stessi, la propria manifestazione. Da qui la tesi di Calvino che tutte le città – quelle esistenti e quelle che ancora non ci sono – si possono immaginare una volta che se ne conoscono le regole primordiali. In questo moto il tempo perde la propria supremazia e svanisce completamente nello spazio della coscienza. Le città immaginarie sono il luogo dell’esperienza simbolica e condividono il legame con l’assoluto della poesia.

Un gioco fantastico quello di Calvino ne Le città invisibili. Ma anche un po’ pessimistico dal momento che le città sono patrimonio dell’immaginazione e, pertanto, sebbene sublimi, sono futili.

Foto | Pixabay




Roberto Russo

 
Roberto Russo è nato a Roma e vive a Perugia. Dottore in letteratura cristiana antica greca e latina, è appassionato del profeta Elia. Segue due motti: «Nulla che sia umano mi è estraneo» (Terenzio) e «Ogni volta che sono stato tra gli uomini sono tornato meno uomo» (Tommaso da Kempis). In questa tensione si dilania la sua vita. Tra le altre cose, collabora con alcune testate online, è editore della Graphe.it, e tanto tempo fa ha pubblicato un racconto con Mondadori.