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Posted 20 Luglio 2014 by Roberta Barbi in Premi letterari
 
 

Nasceva 150 anni fa Erik Axel Karlfeldt, il poeta svedese della sobrietà

Erik Axel Karlfeldt (1864-1931)

Fu una vita, quella di Erik Axel Karlfeldt, di cui oggi ricordiamo i 150 anni dalla nascita, interamente dedicata al Premio Nobel, massimo riconoscimento mai assegnato nella sua terra natale: la Svezia.

Il poeta, che veniva dalla sperduta cittadina di Avesta, nella gelida contea centrale di Dalarna tutta laghi e foreste, campi e miniere, aveva studiato a Uppsala (università che gli conferì la laurea honoris causa in filosofia nel 1917), ed era poi approdato a Stoccolma nel 1904 come membro dell’Accademia svedese – di cui fu segretario dal 1912 alla morte – l’anno dopo era al Nobel Institute e dal 1907 nel Nobel Committee. Ne vide, quindi, e ne decise anche, probabilmente, di premi Nobel per la Letteratura che proprio in quegli anni muoveva i suoi primi passi (l’edizione zero è del 1901 e la categoria letteratura una delle cinque originariamente previste nel testamento di Alfred Nobel), prima di rifiutare il suo – con eleganza e, appunto, sobrietà – nel 1918, ma nulla poté contro i suoi più accaniti sostenitori che glielo conferirono postumo nel 1931.

Un poeta di chiara fama già in vita, Karlfeldt, che era riuscito ad andare oltre le sue origini contadine facendo gavetta come insegnante, bibliotecario e giornalista, ma senza mai dimenticarle (tranne il cognome, cambiato per non essere confuso con il padre, che aveva avuto guai con la legge): la maggior parte dei protagonisti del suo verseggiare, infatti, sono pieni “del dolce vino della terra” ma anche “del dolce vino dei ricordi”, come il Fridolin personaggio chiave dell’omonimo poema datato 1902, in cui molti leggono se non proprio un autoritratto dell’autore, per lo meno un suo alter ego.

Versi solo in apparenza semplici, i suoi, come puri e genuini i suoi temi: il misticismo della natura, il rimpianto per un passato sincero ma ormai lontano, la gioia a tratti rassegnata del vivere che animano le campagne svedesi, ghiacciate per molti mesi all’anno, ma in cui, sotto la neve, arde il fuoco delle popolazioni contadine che le abitano, annodate nelle loro lunghe sciarpe, strette come le casupole in legno che ne costituiscono il piccolo mondo, sparpagliate sembrerebbe a caso a sporcare il bianco immacolato del manto invernale.

Ma accanto a questa finestra spalancata sul mondo agreste, Karlfeldt ne aprì un’altra su quello del cuore umano, perché comuni a tutti nel tempo e nello spazio, come in tutto l’universo, sono i temi della vita e della morte, del dolore e dell’amore, dell’attaccamento alla terra e della ricerca della fede affrontati nelle sue prime composizioni, e che ne fecero probabilmente il più grande poeta svedese a cavallo tra Ottocento e Novecento, caratterizzato da uno stile a volte ironico a volte patetico, da una polifonia in bilico tra il popolaresco e il raffinato, e da una metrica intessuta da variazioni ritmiche e rime traboccanti musica e colori.

Poeta a tutto tondo sì, ma non solo: se il suo interesse per il barocco e il Biedermeier svedesi, infatti, sono testimoniati dalla stesura di due monografie sui poeti svedesi Lucidor e Dahlgren, c’è da dire che l’autore firmò anche molti discorsi, una raccolta dei quali fu pubblicata nel 1931 dopo la sua morte. Una selezione delle sue poesie più amate, inoltre, fu tradotta in inglese da Charles Wharton Stork sotto il titolo Arcadia Borealis, e pubblicata nel 1938.

Ancora oggi, infine, molti componimenti di Karlfeldt vengono riproposti nelle feste contadine con un dolce accompagnamento musicale, perché le tematiche della natura e le antiche leggende nordiche che le pervadono non sono mai scomparse, anzi: alimentano un immaginario collettivo che è entrato di diritto a far parte della cultura nazionale svedese e che costituisce, per così dire, un testamento filosofico-letterario di grande suggestione che ci ha lasciato questo inarrivabile cantore del Nord:

Ascolta cuore mio! Sulla landa
vibra il suono di un’ultima passione,
il fragore forte del tuono
echeggia un addio dal ponte blu notte.
Splendido era vivere ebbro fra le rose,
vagare nel fuoco come alla luce di casuali incendi.
Fiori dell’autunno
fiori del sollievo
misero è il vostro sussurro senza canto. (da Silenzio del cuore)

Foto | Wikipedia




Roberta Barbi

 
Roberta Barbi è nata e vive a Roma da 40 anni; da qualche anno in meno assieme al marito Paolo e ai figli, ancora piccoli, Irene e Stefano. Laureata in comunicazione e giornalista professionista appassionata di cucina, fotografia e viaggi, si è ritrovata da un po’ a lavorare per i media vaticani: attualmente è autrice e conduttrice de “I Cellanti”, un programma di approfondimento sul mondo del carcere in onda su Radio Vaticana Italia. Nel tempo libero (pochissimo) si diletta a scrivere racconti e si dedica alla lettura, al canto e al cake design; sempre più raramente allo shopping, ormai rigorosamente on line.