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Posted martedì, 19 agosto 2014 by Sara Rania in Mondolibri
 
 

Musica e parole a cavallo dell’oceano: intervista ad Angel Luís Galzerano

Angel Luís Galzerano

Angel Luís Galzerano è un ponte tra due mondi: il celeste Uruguay dov’è nato da genitori di origine italiana e l’Italia appunto, dove risiede ormai da molti anni. Un piede fisso in Franciacorta, nella provincia di Brescia, e lo sguardo perso in quel curioso orizzonte che accompagna i suoi arpeggi con una coerenza profonda e nostalgica. Il suo è un canto libre che si esprime attraverso le note, ma anche in parola. Un fiume di frasi struggenti che si portano dentro tutta l’intensità di un’esistenza migrante, costruita in una continua sfida alle identità che si pretendono fisse. La sua poetica rifiuta ogni categoria, per costruirsi in un perpetuo andirivieni già consolidato in due libri dal sapore noto ed estraneo: Di qui e d’altrove. Fotostoria di un’emigrazione (2010), Cronache sentimentali di un italiano a metà (2014) che ha girato la penisola sotto forma di spettacolo letterario musicale. Ho bevuto a pieni sorsi dai suoi testi di prosa e di poesia musicata, spesso portati in scena insieme ad Alan Zamboni, già presentato tra queste pagine , per trarne gli spunti di approfondimento che vi presento.

Cantare un mondo lontano guardandolo con grande amore. Come riesci a trasmettere il sentimento della terra madre che ti porti sempre dentro?
Ho vissuto la mia formazione personale Montevideo e quando me ne sono andato ho lasciato con la mia città un appuntamento mancato, come un amore che non si è mai contaminato con il tempo e si è cristallizzato nella mia memoria. Ancora oggi riesce a essere il luogo dove raccolgo storie che mi emozionano e suggestionano. Forse perché riesco sempre a guardarlo con gli occhi di un adolescente.

Dall’Uruguay all’Italia, raccontare a cavallo dell’oceano per un autore figlio di due patrie. Sfida o necessità?
Per quanto mi riguarda raccontare (e cantare) è fermare l’oblio e testimoniare. È cercare un senso poetico all’esistenza per poter dire che il mondo non mi è indifferente, si tratta insomma di una necessità. La sfida è sentirle, fare convivere in me queste due patrie e cercarne i contrasti mettendoli in evidenza per poterli raccontare. E’ anche una fonte di ricchezza: avere più parole, suoni e colori per ricreare la mia realtà.

Storie con la valigia. L’importanza del viaggio nello spirito di un narratore. Come interpreti e trasferisci su carta le suggestioni catturate nei tuoi spostamenti più significativi?
Quando viaggio cerco di guardare con gli occhi di chi cerca la meraviglia, di vedere con sguardi sempre nuovi. Ed è cosi che a volte riesco a intravedere situazioni e dettagli da raccontare che altrimenti sfuggono. Molte volte ho la sensazione che la meraviglia ci sfiora e nemmeno ci accorgiamo. Il viaggio per me ha una dimensione privilegiata per quanto riguarda le storie. Capita che, in un vagone del treno o nel autobus, spesso svaniscano più facilmente i filtri e le distanze che ci separano dalle persone, creando così nuove situazioni di incontro nelle quali si possono cogliere storie che non aspettano altro che essere raccontate.

Immergersi nell’atmosfera di un paese attraverso le sue storie. L’abilità evocativa della scrittura meticcia, una “moneta che non va mai fuori corso”.
Siamo fatti tutti dalla stessa materia. Per cui ciò che mi emoziona può emozionare anche altri. Tutti vogliamo essere accolti, amati, compresi. Siamo fatti di dolore, passione, amore, paure e vogliamo sopratutto aprirci alle emozioni (in maniera più o meno consapevole). Quando scrivo e canto del mio paese lontano mi capita spesso che qualcuno alla fine dello spettacolo si avvicini e mi dica: “Grazie per averci fatto sognare….” e questo è il mio obiettivo. La scrittura migrante ci consegna dure realtà ma anche mondi a colori che ci aiutano a pensare che si può vivere diversamente. Uno dei bisogni più forti di tutti è quello di sognare, di sapere che si può vivere più umanamente e questa è una moneta “mai fuori corso”

Migranti nell’anima. Raccontaci di quella spinta interiore che porta ad andar lontano e ad “immigrare una volta sola” in questa gran “terra da esplorare”.
Nel mio caso erano anni in cui c’era il mito del viaggio e la meta era il viaggiare. In quella spinta interiore di cui parli ci sono molte cose come una buona dose d’incoscienza, a volte disperazione, voglia di riscatto, voglia di avere una seconda possibilità e poterla sfruttare, potersi inventare un’altro io che somigli di più a ciò che desideriamo davvero essere. Anche la voglia di non rimanere legato ad un solo luogo o ad un’unica cultura e vedere come è il mondo altrove. La differenza la farà il possibile ritorno o il non ritorno. Nel secondo caso si resterà un po’ orfani ma si guadagnerà un’altra visione. Se si aggiunge l’aver vissuto tutta la mia vita in Uruguay sentendo parlare dell’Italia, con le sue bellezze, le sue montagne, i parenti, il suo cibo… il gioco è fatto! A ogni modo non ho mai incontrato un migrante che affronti questa situazione a cuor leggero.

Foto | Sara Rania




Sara Rania

 
Sara Rania, mille idee per la testa e sempre almeno un libro in tasca. Saltellando tra suggestioni letterarie tutte da vivere e viaggi dell'anima rigorosamente condivisi online (http://www.eyael.com/), si affanna ancora alla ricerca degli elementi di convergenza del reale, mescolando allegramente gustosi ingredienti libreschi e luoghi dall'alto potenziale culturale. Gli artistici anfratti di Parigi (http://magazine.mytemplart.com/author/sara-rania/) sono la sua patria d'adozione da qualche anno, ma i panni sciacquati in Arno fin dalla più tenera età, le forti radici marinaresche nutrite tra Napoli e l'Isola d'Elba e qualche anno di tran-tran milanese ne hanno consolidato l'insaziabile e curiosa natura italica che continua ad esercitarsi in ardite esplorazioni tra canali, jardins e lampioni.