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Posted domenica, 14 Settembre 2014 by Roberto Russo in Premi letterari
 
 

L’isola di Atlantide in una poesia di Wisława Szymborska

L'isola di Atlantide in una poesia di Wisława Szymborska

Le isole, lo abbiamo visto, costituiscono un mondo fantastico, sia nella realtà che nella fantasia delle scrittrici e degli scrittori. Con José Saramago ci siamo avventurati per i mari della poesia siamo andati in cerca dell’isola sconosciuta.

Mario Tomé ebbe a dire che “il continente è la norma, e l’isola l’eccezione”. Una massima, questa, applicabile senza dubbio al mondo del mito, ma, da Darwin, sappiamo che è una evidenza dell’evoluzione. Le isole sono microsistemi a sé stanti, universi paralleli che hanno regole proprie derivate da un tempo altro e mondi in cui il meraviglioso, il diverso, lo sconosciuto possono essere la norma.

Tra tutte le isole quella che forse ha più colpito la fantasia di scrittori e pensatori, come anche di lettori e viaggiatori è Atlantide: un’isola, un mito, un mondo, una fantasia. Forse una speranza.

Atlantide è anche il titolo di una poesia di Wisława Szymborska (1923-2012), premio Nobel per la letteratura nel 1996, che ci accompagna nell’odierno viaggio letterario.

Sono esistiti o no.
Su un’isola o non su un’isola.
L’oceano o non l’oceano
li inghiottì oppure no.

Qualcuno amò qualcuno?
Qualcuno si batté con qualcuno?
Accadde tutto oppure nulla
là oppure non là.

C’erano sette città.
È sicuro?
Ambivamo all’eternità.
E le prove?

Non furono aquile, no.
Furono aquile, sì.

Ipotetici. Dubbi.
Non commemorati.

Non estratti dall’aria,
dal fuoco, dall’acqua, dalla terra.

Non contenuti in una pietra
né in una goccia di pioggia.

Non adatti a posare
sul serio per un ammonimento.

Una meteora cadde.
Non una meteora.
Un vulcano eruttò,
Non un vulcano.
Qualcuno invocò qualcosa.
Nessuno nulla.

Su questa più o meno Atlantide.

La poesia di Wisława Szymborska è tratta da La gioia di scrivere. Tutte le poesie (1945-2009). Testo polacco a fronte, a cura di Pietro Marchesani, Adelphi, 2009.




Roberto Russo

 
Roberto Russo è nato a Roma e vive a Perugia. Dottore in letteratura cristiana antica greca e latina, è appassionato del profeta Elia. Segue due motti: «Nulla che sia umano mi è estraneo» (Terenzio) e «Ogni volta che sono stato tra gli uomini sono tornato meno uomo» (Tommaso da Kempis). In questa tensione si dilania la sua vita. Tra le altre cose, collabora con alcune testate online, è editore della Graphe.it, e tanto tempo fa ha pubblicato un racconto con Mondadori.