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Posted martedì, 30 Settembre 2014 by Roberto Russo in Premi letterari
 
 

Il Nobel allo scrittore keniota Ngugi wa Thiong’o?

Ngugi wa Thiong’o

I bookmaker inglesi danno 6 a 1 Ngugi wa Thiong’o come vincitore del Premio Nobel per la letteratura 2014, subito dopo Haruki Murakami. Non è la prima volta che lo scrittore keniota è considerato papabile al Nobel e, confesso, che io dal 2010 tifo per lui. In attesa del verdetto dell’Accademia di Svezia, vediamo di conoscere meglio questo scrittore, considerato tra i massimi esponenti della letteratura africana e la principale figura letteraria dell’Africa orientale.

Ngugi wa Thiong’o (Kamiriithu – Kenya – 5 gennaio 1938) ha iniziato scrivendo in inglese ma poi è passato alla sua lingua madre, il Gikuyu (la lingua parlata dai Kikuyu o Gikuyu, il gruppo etnico più numeroso del Kenya). Il suo nome viene scritto in diversi modi: N’Gugi, N’gugi o Ngũgĩ.

Ngugi wa Thiong’o

Lo scrittore Ngugi wa Thiong’o con sua moglie

La sua prima pubblicazione è The Black Hermit (L’eremita nero) pubblicata nel 1962 ed è anche la prima opera teatrale in lingua inglese a essere stata pubblicata in Africa Orientale. Il punto di svolta della sua attività di scrittore, comunque, è del 1967 con il romanzo A Grain of Wheat (Un chicco di grano), nel quale la difesa della proprietà collettiva della terra viene rappresentata come strumento fondamentale di riscatto per il popolo keniota.

Il suo primo romanzo in Gikuyu è Caitaani mũtharaba-Inĩ (Diavolo in croce) e risale al 1977. Una curiosità: il romanzo è stato scritto quando Ngugi wa Thiong’o era in carcere per motivi politici e, a causa delle condizioni in cui si trovava, venne vergato su rotoli di carta igienica. L’opera considerata di maggior rilievo è satirica: Murogi wa Kagogo (Il mago del corvo).

Il mio consiglio per conoscere meglio l’autore e apprezzarne lo stile è leggere Sogni in tempo di guerra, in libreria per Jaca Book con la traduzione di Guendalina Carbonelli. Ngugi wa Thiong’o ci racconta della sua infanzia e della sua vita nella grande famiglia allargata. Ma l’aspetto che più ho apprezzato di questo libro è come l’autore ci parli del ruolo della parola, della narrazione in seno alla sua famiglia e della capacità di rendere vive le storie che la cultura orale cura in modo del tutto particolare.

Dal libro Spostare il centro del mondo. La lotta per le libertà culturali (edito in Italia da Meltemi con la traduzione di Carmen Nocentelli Truett e a cura di Cristina Lombardi-Diop) riporto un passo che mi sembra significativo del modo di guardare il mondo da parte di Ngugi wa Thiong’o:

Il mondo moderno è frutto sia dell’imperialismo europeo che della resistenza opposta ad esso dai popoli asiatici, africani e sudamericani. Perché, quindi, dovevamo permettere che le reazioni all’imperialismo di europei come Rudyard Kipling, Joseph Conrad, o Joyce Cary determinassero la nostra prospettiva? Ovviamente questi scrittori avevano reagito all’imperialismo con presupposti e atteggiamenti ideologici diversi […] Fu all’università di Makerere, benché al di fuori della struttura ufficiale, che mi imbattei per la prima volta nelle nuove letterature d’Africa e dei Caraibi. Ricordo ancora l’esaltazione provata nel leggere il mondo da un centro che non fosse l’Europa. La grande tradizione letteraria europea aveva inventato e anche delimitato la prospettiva dei Calibani, dei Venerdì, e degli africani riabilitati dalla loro immaginazione. Ora i Calibani e i Venerdì della nuova letteratura raccontavano la loro storia, che era anche la mia.

Di Ngugi wa Thiong’o in italiano abbiamo vari titoli, anche se al momento attuale sul mercato si trova solo Sogni in tempo di guerra, ma in biblioteca se ne possono trovare altri, come anche sui siti specializzati in testi di difficile reperibilità. Sempre per Jaca Book è in preparazione il testo Decolonizzare la mente, traduzione di Decolonizing the Mind. The Politics of Language in African Literature risalente al 1986.




Roberto Russo

 
Roberto Russo è nato a Roma e vive a Perugia. Dottore in letteratura cristiana antica greca e latina, è appassionato del profeta Elia. Segue due motti: «Nulla che sia umano mi è estraneo» (Terenzio) e «Ogni volta che sono stato tra gli uomini sono tornato meno uomo» (Tommaso da Kempis). In questa tensione si dilania la sua vita. Tra le altre cose, collabora con alcune testate online, è editore della Graphe.it, e tanto tempo fa ha pubblicato un racconto con Mondadori.