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Posted martedì, 21 Ottobre 2014 by Sara Rania in Mondolibri
 
 

Francesco Carofiglio, le mille esistenze della narrazione

Francesco Carofiglio

Francesco Carofiglio mi ha sempre affascinata con la sua scrittura che ha il dono di svilupparsi con quella naturalità che solo gli intrecci ben congegnati sanno imprimere alla narrazione. Dopo aver letto il suo ultimo libro avevo un bel po’ di domande che mi ronzavano in testa. Ed è proprio da Voglio vivere una volta sola che ho deciso di partire per portarvi nei meandri della tecnica compositiva, svelando qualche interessante particolarità del suo lavoro. Al centro di questa breve intervista una vicenda tenera e misteriosa, quella di Violette, che vive nascosta negli occhi di coloro che la amano.

La famiglia e l’infanzia del cuore, quanti ricordi in un periodo così carico di emozioni che evolve attraverso gli anni dei fratelli “in carne e ossa” Jean e Augustin. Puoi svelarci qualche aneddoto che ti appartiene e che ha segnato anche il tuo tempo?
Violette è la bambina che non c’è. Non esiste, anche se apparentemente presente e viva. È un personaggio che appartiene alla finzione del racconto (anche se non ne sarei così certo) e in teoria è molto lontana dalla mia esperienza personale. Ma non posso negare che, prima immaginandomela e poi dandole una voce, le nostre vite si siano intrecciate, rendendo questa esperienza di scrittura quasi unica. Quello che racconta Violette è quello che forse io stesso ho immaginato tante volte e che magari avrei desiderato raccontare. Le città, le vite degli altri, i suoni di un passato che adesso sembra lontanissimo. Questo gioco di specchi ha creato una sorta di spiazzamento tra reale e immaginario che, credo, anche il lettore percepisca e che, forse, è il segreto di una piccola alchimia misteriosa.

Francesco Carofiglio, Voglio vivere una volta solaLa storia di Violette ci riporta all’eterno tema degli amici invisibili e a quei legami essenziali “invisibili agli occhi” tanto cari a scrittori come Antoine de Saint-Exupéry. Quali sono i profondi inserti che i tuoi personaggi tessono con il colorato mondo dell’immaginario?
Direi che i miei personaggi corrono spesso su questa linea sottile. In modo più o meno dichiarato danzano in un felice disequilibrio tra quello che accade e quello che potrebbe accadere. E forse io stesso amo muovermi in quello spazio così felicemente rischioso.

Gli esterni: Parigi città multipla, Roma viva e assolata, la Bretagna e la sua gente concreta. L’importanza della “trasparenza delle località” nelle tue parole.
I luoghi, le città, le case sono veri e propri personaggi di una storia. Il tessuto connettivo che consente agli altri personaggi di prendere vita, e di entrare in comunicazione con il lettore. Non potrei farne a meno.

Gli interni custodi di memorie: come nascono le dimensioni spaziali delle tue storie e cosa conservano della tua formazione architettonica?
Disegnare le case per me passa sempre, inizialmente, attraverso un processo immaginativo ludico. Disegnare un luogo dove sarebbe bello vivere, dove mi piacerebbe vivere. Come si faceva da bambini. Questo non necessariamente ha a che fare con il lusso o con materiali di particolare pregio, ma attiene a una qualità degli spazi e dei suoni che una casa deve poter comunicare. Quando scrivo o progetto uno spazio io provo a raccontare storie, e mi piace provare, nel bene e nel male, ad ascoltare quei suoni.

Il passato non sembra essere una “terra straniera” ai tuoi occhi. Parafrasando il titolo del film del 2007 del quale hai co-partorito la sceneggiatura, mi piacerebbe spingerti a lasciarci con una breve riflessione sullo scorrere del tempo.
Io penso, un po’ come Violette, che la memoria è un gioco che puoi montare e smontare. I ricordi, quelli lontani e quelli più recenti, quelli belli e anche quelli dolorosi apparecchiano come giocattoli una tavola che prima o poi andrà sparecchiata. Le cose sono cose, e gli oggetti restano oggetti. Possono anche andare via. Quello che rimane è la bellezza degli attimi. Quella rimane. Fino a quando riusciremo a pensarli.




Sara Rania

 
Sara Rania, mille idee per la testa e sempre almeno un libro in tasca. Saltellando tra suggestioni letterarie tutte da vivere e viaggi dell'anima rigorosamente condivisi online (http://www.eyael.com/), si affanna ancora alla ricerca degli elementi di convergenza del reale, mescolando allegramente gustosi ingredienti libreschi e luoghi dall'alto potenziale culturale. Gli artistici anfratti di Parigi (http://magazine.mytemplart.com/author/sara-rania/) sono la sua patria d'adozione da qualche anno, ma i panni sciacquati in Arno fin dalla più tenera età, le forti radici marinaresche nutrite tra Napoli e l'Isola d'Elba e qualche anno di tran-tran milanese ne hanno consolidato l'insaziabile e curiosa natura italica che continua ad esercitarsi in ardite esplorazioni tra canali, jardins e lampioni.