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Posted venerdì, 31 Ottobre 2014 by Roberta Barbi in Mondolibri
 
 

Raccontare storie? Non solo un’arte, anche una scienza

Raccontare storie? Non solo un’arte, anche una scienza

Tempo fa, in questo accogliente salotto virtuale, con la scusa di segnalare l’uscita di alcuni titoli di audiolibri, avevamo disquisito dell’arte del raccontare storie e del valore dell’ascolto; oggi vogliamo tornare su questo argomento, ma rovesciando il punto di vista e interpretando, stavolta, non il lettore, il fruitore e in definitiva l’ascoltatore, bensì il narratore. Anche oggi abbiamo preso spunto dalla cronaca: alla fine di ottobre, in molte scuole d’Italia, si svolgerà un esperimento di “liberazione della lettura” chiamato “Libriamoci” e organizzato in collaborazione con il Centro del libro e della lettura e con la Direzione generale per lo studente. In pratica, in ogni istituto di ordine e grado aderente all’iniziativa, si terranno letture ad alta voce da parte di scrittori – nella migliore delle ipotesi – di amministratori locali, di membri di fondazioni e associazioni culturali, con l’obiettivo dichiarato di diffondere il piacere della lettura tra gli allievi, sottolineandone l’utilità per la crescita personale. Il ministro dell’Istruzione Giannini ha lodato il progetto, definendo la lettura ad alta voce “un’azione collettiva per la condivisione di un patrimonio” e il ministro dei Beni culturali Franceschini si è lanciato in un invito a letterati, musicisti, editori, sindaci, giornalisti e chi più ne ha più ne metta, di recarsi ognuno in una scuola a leggere un brano scelto, in modo che l’iniziativa abbia la più ampia diffusione possibile.

Non stupisce che quando si parli di racconto, il pensiero corra immediatamente alle favole e le iniziative siano rivolte soprattutto ai ragazzi, ma raccontare è una roba seria, un’arte, appunto, ma non solo: come vedremo, anche una scienza, o almeno un’arte con fondamenti scientifici. Quando ascoltiamo una storia, infatti, il nostro cervello si attiva completamente, non se ne accendono solo alcune aree come avviene nella maggior parte delle attività in cui siamo quotidianamente impegnati, tanto che sempre più studi neurologici e psichiatrici stanno approfondendo l’importanza che per il cervello ha il racconto, l’ascolto come la sua costruzione, e per questo fenomeno è stata addirittura coniato un neologismo, ovviamente in inglese: storytelling, con il quale non si indica solo l’atto tradizionale del raccontare una storia, ma il suo significato si estende a dismisura, fino a comprendere qualunque azione compiamo nella nostra giornata, ognuna delle quali può essere interpretata come un atto narrativo.

Non è forse raccontare un po’ di sé – della propria routine, ma anche dei propri desideri, dei propri sogni, delle proprie ansie ecc. – il continuo chattare, pubblicare, postare sui social network, e poi anche rimbalzare, condividere, inoltrare le storie che ci arrivano da altri? Secondo gli psicologi, questa ininterrotta circolazione di parole, fotografie, faccine, è finalizzata a dare a chi ci segue contenuti di valore o d’intrattenimento, ma soprattutto serve a noi, a definire noi stessi e a nutrire le nostre relazioni. Il motivo è che il nostro cervello funziona attraverso le storie: quando lavoriamo, mentre facciamo la spesa, se incontriamo gli amici o andiamo in palestra… poi, ogni tanto, arriva una buona storia e quella “aggira tutte le nostre difese e ci entra in testa come un cavallo di Troia”, afferma Leo Widrich, esperto blogger e cofondatore di Buffer.

L’arte di raccontare storie

Raccontare storie? Non solo un’arte, anche una scienza

Uno come lui può aiutarci a capire come confezionarla meglio, una storia, perché se per la scrittura ci vuole davvero il dono divino, il fuoco sacro che brucia dentro fino a consumarti, tutti noi, invece, narratori – di storie altrui – possiamo diventarlo, con qualche stratagemma da seguire. Certamente chi racconta una storia che non ha scritto, comunque ci mette un po’ di sé e fa, quindi, in parte anche un lavoro creativo, usa l’immaginazione, ma l’obiettivo che non deve mai perdere di vista è: interessare l’uditorio rendendo vivido il testo che usa, attualizzandolo magari, per farlo arrivare al cuore degli ascoltatori come un pugno o come una carezza, ma mai tradendolo. Oltre alla bravura personale, dicevamo, esistono anche trucchi che possono essere declinati a proprio vantaggio, come ad esempio l’uso a effetto delle pause o la tecnica di lasciare in sospeso il finale per aumentare la suspense e dilatare la curiosità fino allo spasimo.

In termini più moderni, potremmo dire che il narratore deve “connettersi” con l’ascoltatore e proporgli un viaggio che non potrà rifiutare e che, suo malgrado, gli metterà in moto i neuroni usando un linguaggio percettivo che collegherà la storia in fieri alle sue esperienze precedenti, alle storie già ascoltate e in qualche modo archiviate nel cervello. Il linguaggio, infatti – ma non diciamo nulla di nuovo che non sia esperito da chiunque ogni giorno – ha un potere evocativo dirompente, e nell’epoca delle storie per antonomasia, accade che alcune parole perdano il proprio valore evocativo e quindi la capacità di sopravvivere nel moderno storytelling.

Andatelo a chiedere agli aedi del nostro tempo – non proprio del nostro, ma nemmeno di tempi tanto remoti – quei narratori radiofonici di sceneggiati e racconti che hanno fatto sognare intere generazioni, oltre ad aver scritto una fondamentale pagina di storia della comunicazione. Proprio pochi giorni fa tra l’altro – il 6 ottobre – la radio della Rai ha festeggiato il suo novantesimo compleanno a Palazzo Corrodi a Roma, prima sede dell’Unione radiofonica italiana (Uri), l’antenata della Rai che cominciò le sue trasmissioni nel 1924. Una scintilla iniziale che oggi ha preso fuoco nell’era digitale e ha incendiato il web, gli smartphone, i social network come Facebook e Twitter, perché la radio si sente ovunque, ma resta radicata nelle sue origini, cioè nella modulazione di frequenza.




Roberta Barbi

 
Roberta Barbi è nata e vive a Roma da 40 anni; da qualche anno in meno assieme al marito Paolo e ai figli, ancora piccoli, Irene e Stefano. Laureata in comunicazione e giornalista professionista appassionata di cucina, fotografia e viaggi, si è ritrovata da un po’ a lavorare per i media vaticani: attualmente si occupa del nuovo portale della Santa Sede, Vatican News. Nel tempo libero (pochissimo) si diletta a scrivere racconti e si dedica alla lettura, al canto e al cake design; sempre più raramente allo shopping, ormai rigorosamente on line.