0
Posted domenica, 23 Novembre 2014 by Roberta Barbi in Punti di vista
 
 

Lingua italiana: questa sconosciuta per oltre il 50% dei nostri connazionali

Lingua italiana: questa sconosciuta per oltre il 50% dei nostri connazionali

Circa un mesetto fa a Firenze si sono svolti gli Stati Generali della lingua italiana nel mondo, iniziativa promossa dal ministero degli Esteri e della Cooperazione internazionale, in collaborazione con il dicastero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca e con quello dei Beni e Attività culturali e del Turismo.

Sono state dette cose molto belle alla due giorni, in cui si è ricordato che l’italiano non è una materia residuale, ma anzi, che alla sua promozione devono partecipare Governo e Parlamento nonostante l’epoca di ristrettezze economiche; sono state fatte analisi molto accurate e veritiere sulla crescente domanda di italiano che c’è all’estero (soprattutto in Russia); sono state avanzate interessanti proposte come quella di far rientrare la nostra lingua nel patrimonio immateriale dell’umanità Unesco, al pari della musica lirica.

A questo proposito, in effetti, essendo l’Italia il Paese del Bel Canto, è stato dimostrato come proprio l’opera sia il veicolo di maggiore diffusione dell’italiano all’estero ed è possibile ipotizzare che proprio l’amore che si nutre per questo tipo di espressione musicale faccia poi nascere la passione per la lingua dei poeti, Dante prima di tutti, che è anche una delle lingue più musicali al mondo. Non a caso gli Stato Generali si sono svolti a Firenze, e proprio il Comune del Giglio ha lanciato proposte ambiziose sulla materia: per esempio istituire in Italia un Erasmus dedicato alle arti come veicolo della lingua italiana nel mondo; raddoppiare le tournée delle orchestre sinfoniche e liriche e degli organici di musica popolare intese anche come promozione della lingua italiana, e utilizzare il cinema come veicolo di diffusione, promuovendo in ogni istituto italiano di cultura una scuola di cinema per i giovani.

Ma gli Stati Generali hanno rivelato un altro aspetto della questione, più interno allo Stivale e assai più deprimente: se, infatti, ci affanniamo tanto a promuovere la conoscenza della nostra lingua all’estero, noi, almeno, dovremmo saperla usare alla perfezione, giusto? E invece non è così: una ricerca realizzata proprio in occasione degli Stati Generali fiorentini, ha scoperto che il 53% di noi (cioè un italiano su due) commette regolarmente errori di grammatica quando scrive un testo, un messaggio o una lettera.

Premesso che la grammatica si studia alle scuole elementari, questi sarebbero gli sbagli più comuni: un po’ scritto senza apostrofo (lo fa il 73%, sarà pigrizia nella digitazione?!), qual è invece scritto con l’apostrofo (vi incorre il 68%): insomma, pare essere proprio quel piccolo segno d’interpunzione il vero tallone d’Achille per milioni di italiani. Ma non è certo l’unico. Il 61% degli intervistati ha fatto outing di non saper coniugare correttamente il congiuntivo, mentre l’esatta metà della popolazione scrive “pultroppo” anziché “purtroppo”. E vabbè. Il problema è che sempre la metà (e speriamo sia la stessa) scrive “entusiasto” quando l’aggettivo si riferisce a un sostantivo maschile, per analogia a quanto avviene nelle forme plurali dello stesso aggettivo. Dilemma davvero insolubile, poi, sembra essere l’uso di ed o ad, in cui cascano il 47% degli italiani. La spiegazione in merito che sto per darvi, tra l’altro, si discosta da quella di Libreriamo (che ha realizzato il sondaggio) ed è – a mio giudizio, ovviamente, ma sono solo una che ha fatto le elementari – più corretta. Innanzitutto la “d” in questione si definisce eufonica, cioè serve all’orecchio, non alla vista, perciò è necessario aggiungerla solo quando un testo è destinato alla lettura ad alta voce; inoltre va aggiunta solo ed esclusivamente quando la parola che segue inizia non con una vocale qualsiasi, ma con la stessa (quindi ok “ed ecco”, no a “ed ora”). Per concludere, anche punteggiatura e pronomi sono ostici per i nostri connazionali: uno su tre non sa usare bene “gli” e “le”.

Purtroppo, però, quelle stesse persone che non sanno la differenza tra maschile e femminile, utilizzano alla perfezione termini prestati da lingue straniere e oggi di uso comune anche qui da noi, come “zapping”, “exit poll” o “premier”. Contro questi anglicismi e contro i forestierismi in generale, si è scagliata la scrittrice Dacia Maraini intervenuta proprio agli ultimi Stati Generali. “Noi italiani spesso maltrattiamo la nostra bellissima lingua – ha detto – in giro c’è una sorta di servilismo linguistico per cui ogni cinque o sei parole ne infiliamo una inglese e spesso lo fanno anche coloro i quali non lo sanno neppure parlare”. L’autrice, dunque, invitando a un uso più sobrio di tali parole, si è soffermata in particolare sull’uso, anzi, sull’abuso di termini quali location, “un neologismo debordante che mi fa proprio sorridere”, e welfare: “Addirittura un ministero è stato chiamato così!”.

E se queste vi sembrano questioni di lana caprina, sappiate che non molto tempo fa un incidente del genere ha fatto scoppiare una baruffa a Montecitorio: in Aula si stava discutendo dell’alluvione a Genova, quando un deputato ligure, poco dopo, si è visto avvicinare in Transatlantico dal presidente Boldrini. Il parlamentare ha pensato giustamente che questa volesse manifestargli la propria solidarietà umana e politica, invece lo ha sgridato perché nel dibattito l’aveva chiamata signor presidente e non signora presidente!!! Ma ci rendiamo conto? Non lo sa la Boldrini che nel giornalismo tutti i sostantivi vanno declinati al maschile?!

E comunque ha trovato seguito ai suoi deliri linguistici, tanto che si è suggerito di dedicare una sessione dei lavori della Camera all’uso del linguaggio (quando si dice le priorità del Paese…) con l’obiettivo di aggiornarlo, magari in sede di Giunta del Regolamento. D’altronde – argomentano queste femministe del dizionario – anche l’Accademia della Crusca si sta adeguando all’evoluzione verso una lingua di genere. Sarà. A me sembra che la notizia del giorno sull’Accademia fondata nel 1583 sia che ha da poco pubblicato il primo eBook della sua storia (questo sì che è aggiornarsi!) dal titolo “Scrivere la nuova Europa: editoria italiana, autori e lettori nell’era digitale”, curato dal presidente Claudio Marazzini e distribuito sulle principali piattaforme digitali internazionali per raggiungere il più alto numero di persone possibili.

E comunque, per una volta, consoliamoci, che non sono solo i nostri politici a dare il cattivo esempio: in un’intervista alla tv Canal Plus, il ministro francese della Cultura, Fleur Pellerin, ha dichiarato – senza vergognarsi, questa è la notizia – di non leggere un vero e proprio libro da due anni, note di lavoro e lanci d’agenzia sì, ma un libro no. Che tristezza, e che figura, anche perché, incalzata dalla giornalista che ha ovviamente intravisto la dichiarazione succulenta, non ha saputo citare neppure un titolo di Modiano (il Nobel della Letteratura di quest’anno, NdA) e pensare che solo pochi giorni prima aveva commentato l’assegnazione del premio in questo modo: “Un giorno felice per la letteratura francese; mancava solo quest’ultima consacrazione a Patrick Modiano (almeno ne conosceva il nome di battesimo!) che rappresenta agli occhi del mondo la vitalità e la buona salute della nostra letteratura”. Vitalità e buona salute di cui la letteratura francese non gode certo grazie a lei.

Foto | Pixabay




Roberta Barbi

 
Roberta Barbi è nata e vive a Roma da 40 anni; da qualche anno in meno assieme al marito Paolo e ai figli, ancora piccoli, Irene e Stefano. Laureata in comunicazione e giornalista professionista appassionata di cucina, fotografia e viaggi, si è ritrovata da un po’ a lavorare per i media vaticani: attualmente si occupa del nuovo portale della Santa Sede, Vatican News. Nel tempo libero (pochissimo) si diletta a scrivere racconti e si dedica alla lettura, al canto e al cake design; sempre più raramente allo shopping, ormai rigorosamente on line.