1
Posted venerdì, 12 Dicembre 2014 by Luciano Milani in Punti di vista
 
 

Natali del mio passato remoto più vivi nella mia memoria

Natali del mio passato remoto più vivi nella mia memoria

Sono molti i Natali impressi nella mia memoria in modo così indelebile da permettermi di riviverli minuziosamente a ogni ricorrenza della grande solennità. Tra questi, quelli della mia lontana fanciullezza sono da me rivissuti quasi avvolti in un alone di magica atmosfera. Come proiettate su uno schermo cinematografico, rivedo sempre le immagini delle statuette confezionate da noi scolaretti delle elementari, con l’argilla scavata da noi stessi ai piedi del Monte Tizzone, sotto la direzione del buon maestro Pizzoli.

Dopo tanti e tanti anni rivivo con un senso di acuta nostalgia la gara che si svolgeva tra noi bambini nel dipingere con i colori più variegati le statuine destinate a popolare il presepe della nostra classe. E ricordo ancora il discorsetto che il nostro insegnante ci faceva davanti al presepe al momento di tirare la tenda che lo nascondeva fino al mezzogiorno della Vigilia. Il buon maestro, facendoci rilevare che i nostri personaggi non erano propriamente un’opera d’arte, tuttavia ci rassicurava, spiegandoci che quel che davvero contava non era la bellezza delle statuine, ma la buona novella che esse raccontavano al mondo intero.

Ai ricordi nostalgici dei Natali della mia infanzia sottentrano quelli, ahimè tristi, dell’adolescenza e della giovinezza: i Natali di guerra.

Ricordo la tristezza che divampò in me nel vedere il mio piccolo paese, Montorio Romano, un comune montano a quasi 600 metri sul livello del mare, completamente oscurato la notte del primo Natale di guerra.

Era il 1940. Anche se il conflitto era iniziato da sei mesi, a giugno, e anche se la propaganda del Regime faceva risuonare in ogni istante la grancassa sulla sicura vittoria delle nostre armi, il radiomessaggio di Papa Pio XII, trasmesso a tutto il mondo il 24 agosto dell’anno precedente, aveva aperto gli occhi a tutti noi sulla reale gravità del momento. Il Santo Padre aveva infatti affermato: “Nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra”.

Un anno dopo quelle parole ancora risuonavano nei nostri cuori smarriti e avevano fatto sì che tutta la nostra piccola comunità si stringesse intorno al presepe per chiedere a Gesù Bambino il dono della pace.

Tutti i Natali che seguirono furono celebrati nelle ristrettezze portate dalla guerra. Molte famiglie erano state funestate dalla perdita di figli caduti in combattimento. Per la prima volta, oltre ai soldati caduti in zona di operazioni, perdevano la vita anche migliaia di civili colpiti dai bombardamenti aerei.

Il razionamento annonario lasciava ormai solo uno sbiadito ricordo dei vecchi cenoni natalizi e i classici regali finivano per consistere in modeste confezioni di generi alimentari per le famiglie e in piccoli cestini di frutta e dolci per i più piccoli.

Il sereno che parve infine annunciarsi dopo la caduta del Regime il 25 luglio 1943, dopo l’8 settembre si tramutò in una tempesta più fosca che mai. Il Natale di quell’anno fu rattristato, oltre che dalla sciagurata divisione della patria in due entità politico-geografiche, anche dalla deportazione degli ebrei di Roma da parte delle forze di occupazione nazista nei terribili lager germanici.

Per rivivere un Natale meno triste devo tornare con la memoria a quello del 1944, quando, liberata ormai la regione dall’oppressione delle forze tedesche, anche se il regime del razionamento annonario era ancora in pieno vigore, la distribuzione di alcuni generi alimentari da parte degli Alleati regalò almeno ai bambini uno spiraglio di felicità.

Il Natale del 1945 fu finalmente celebrato “toto urbe in pace composito”. Le ristrettezze economiche non erano certo finite, ma almeno la popolazione cominciava a prendere coscienza dell’inutilità dell’immane conflitto mondiale, pronta a rimboccarsi le maniche per avviare la ricostruzione.

Oggi, alla mia veneranda età, ricordo con passione quei tristi Natali. Ma la tristezza del ricordo triste è confortato dal pensiero che anche allora, pur nell’infuriare della tempesta, noi tutti cristiani assaporavano la letizia di trascorrere insieme quella festa di pace.

Intorno alla magia della grotta di Betlemme, anche allora avvertivamo la forza irresistibile dell’avvento del Verbo fatto Carne.




Luciano Milani