0
Posted 7 Gennaio 2015 by Maria Giuseppina Zara in Racconti e testi
 
 

Quella volta che mia madre produsse abardenti dai corbezzoli

Quella volta che mia madre produsse abardenti dai corbezzoli

L

a mia vita, fino agli otto anni, si è svolta tra i monti dell’Ogliastra, a Taquisara, una frazione del comune di Gairo, sorta intorno alla stazione ferroviaria, nella vallata omonima. Si, proprio il paese distrutto dalle tante alluvioni. L’ultima, quella decisiva del 1951, ne ha segnato il destino per sempre. Il vecchio paese semovente sui suoi strati geologici inzuppati dalle piogge, è stato ricostruito parzialmente, dopo la disastrosa alluvione del 1927, lungo la ferrovia, a poco meno di 800 metri sul livello del mare: Taquisara, appunto. Lì ho passato la mia infanzia fino al 1952, con mia madre e i miei fratelli, che aumentavano di numero col passare degli anni, in concomitanza con le rare visite di Babbo. In quei primi anni della mia vita, mio padre è sempre stato una presenza assente: emigrato a Carbonia, come migliaia di disperati da tutta la Sardegna e da tante regioni italiane, da gennaio del 1946 aveva preso servizio nelle miniere carbonifere. Lì viveva, in un albergo operaio, dove tanti lavoratori rientravano spossati dalla fatica e consumavano la loro solitudine, lontani dalle loro famiglie.

Questo sacrificio serviva ad alimentare un progetto che i miei genitori avevano da quando si erano messi insieme: accumulare il denaro necessario a costruire una casetta e realizzare una piccola azienda agricola e zootecnica nel terreno della Marina di Gairo, che Mamma aveva ereditato dalla sua famiglia. Tutti gli sforzi erano finalizzati alla realizzazione del sogno.

Produrre acquavite era vietato per legge; ma in Ogliastra molte famiglie violavano il divieto, per fare provvista di questa bevanda molto apprezzata localmente, che qualcuno chiamava filuferru, altri abardenti (acqua che arde)

Mia madre era una giovane donna energica, intelligente e creativa. Si occupava dei figli e contribuiva come poteva alla modesta economia familiare. Coltivava l’orto e faceva la provvista di legna, per l’inverno, nel bosco di Usartana. Metteva in vendita il surplus della produzione di patate e fagioli da sgranare, dopo aver essiccato e conservato l’occorrente per le necessità alimentari della famiglia. Ogni tanto si faceva venire idee bizzarre, o originali, a seconda del punto di vista, per aumentare le modeste entrate. Quell’autunno, facendo legna nel bosco, notò che gli arbusti di corbezzolo erano carichi di frutti che cominciavano a colorarsi. Decise che d’inverno avrebbe fatto l’abardenti (acquavite) con i corbezzoli: ne avrebbe conservato un po’ per la famiglia; il resto l’avrebbe messo in vendita. In Ogliastra l’acquavite di Gairo era rinomata per la qualità.

Appena i frutti furono maturi cominciò la raccolta frenetica: si recava nel bosco almeno due volte, al mattino presto, e tornava con su cadinu1)Grosso cesto dai bordi alti. in equilibrio sulla testa, pieno di frutti rossi. Li scaricava velocemente in un grande tino posto nel seminterrato della casa. Poi ripartiva a piedi per fare un altro carico. Non so quanti frutti abbia portato, rubando il cibo a uccelli e animali selvatici; so che la raccolta durò molti giorni. Quando ritenne che il tino fosse pieno a sufficienza, lasciò il tutto a fermentare.

Produrre acquavite era vietato per legge; ma in Ogliastra molte famiglie violavano il divieto, per fare provvista di questa bevanda molto apprezzata localmente, che qualcuno chiamava filuferru, altri abardenti (acqua che arde). Si faceva quando c’era la neve alta: i carabinieri, che viaggiavano a cavallo, non avendo altri mezzi di locomozione, difficilmente si sarebbero avventurati per i sentieri impervi che portavano dal vecchio paese a Taquisara.

A gennaio i frutti erano già fermentati. Ci sarebbe voluta una bella nevicata, per isolare completamente il posto in maniera naturale e tener lontani eventuali intrusi o curiosoni. In attesa di ciò, Mamma si procurò il macchinario adatto allo scopo, chiedendolo in prestito a un parente: lui avrebbe partecipato personalmente all’impresa, facendo a mes’ a pari2)Dividendo il risultato del lavoro a metà, come allora si usava..

Finalmente arrivò la situazione tanto attesa. Un giorno nevicò per tutto il tempo e la neve si accumulò e lentamente si stratificò, fino a sfiorare il davanzale della finestra della nostra cucina, al piano rialzato. Ora c’erano le condizioni meteorologiche ideali. Nessuno si avventurava per le strade con una tormenta simile. Per iniziare il lavoro bisognava solo attendere che fosse notte fonda: era necessario agire in modo discreto, per evitare che qualche paesano se ne accorgesse e facesse la spia ai carabinieri. C’era un freddo intenso, che ti gelava gli arti e “bruciava” le narici. La gente se ne stava tappata in casa, non si andava neppure alla fontanella, ad attingere l’acqua. Per soddisfare le necessità idriche, bastava aprire una finestra e prendere la neve pulita, che si scioglieva nei secchi e nelle pentole.

Noi passavamo il tempo seduti davanti al caminetto acceso, in cucina, raccontando storie e cuocendo le castagne di Barigau, nella cenere infuocata. Mamma ci fece cenare al caldo e ci mandò a letto presto. La cucina era distante dalla camera da letto, che restava gelida, per cui mettevamo subito la testa sotto le coperte, per sentire meno freddo. Da fuori non arrivava alcun rumore che potesse disturbare il sonno. Il silenzio era irreale.

Quella volta, non so perché, mi svegliai nel cuore della notte. Mamma aveva fatto di tutto perché non ci accorgessimo di ciò che stava per accadere; ma io ero animata da una fortissima curiosità e qualcosa nell’aria mi aveva insospettito. Le mie antenne avevano percepito lo svolgersi di eventi segreti e misteriosi, come erano per me tutti gli avvenimenti notturni. Per noi bambini tutto ciò che si svolgeva in quelle notti, scarsamente illuminate dal lume di una stearica, era segreto e misterioso, come le ombre che si allungavano esageratamente sui muri, o come le storie degli adulti davanti al caminetto che, chissà perché, contenevano sempre racconti di fatti strani e insoliti o di spiriti e fantasmi.

A letto, non percepivo la presenza di mia madre. Nessun suono proveniva dal suo giaciglio. Solitamente ne sentivo il respiro rilassato. Decisa a scoprire cosa stesse succedendo nella nostra casa, misi la testa fuori dalle coperte. Al buio, mi accorsi che mamma non era coricata nel suo letto. Mi vestii in un lampo. Il freddo era insopportabile. Corsi scalza verso la cucina, attraversando l’andito gelido e buio. Salii in silenzio i pochi gradini e mi trovai davanti alla porta: era accostata, da lì arrivavano voci ovattate. Attraverso lo spiraglio illuminato spiavo le operazioni che si svolgevano all’interno. Un imponente macchinario di metallo lucente, forse rame, troneggiava al centro, occupando parte del vasto ambiente. Osservavo affascinata i tubicini che formavano volute attorcigliate. Sentivo le narici solleticate dal profumo di caffè d’orzo e ghiande, misto all’inconfondibile odore pungente dell’abardenti. A quel punto il freddo e la curiosità divennero impellenti. Spinsi delicatamente la porta e mi fiondai su una seggiolina davanti al caminetto, senza smettere un attimo di guardare la scena. Mamma, premurosa, mi coprì i piedi scalzi e mi versò un po’ del caffè che stava a borbottare nel bricco azzurro smaltato, posto a bollire sul fuoco.

L’uomo che dirigeva le operazioni di distillazione davanti al limbiccu3)La macchina per la distillazione – corruzione dialettale della parola alambicco., era accigliato e mi osservava, contrariato. Mi era del tutto sconosciuto. E presto mi divenne molto antipatico. Stufo di avere una bambina curiosa tra i piedi, che per di più poneva domande, a un certo punto mi invitò ad avvicinarmi. Fiduciosa che presto si sarebbero chiarite tutte le mie curiosità, feci qualche passo verso di lui. Mi fece sedere e, mentre osservavo da vicino tutte quelle meraviglie, con un torrente di domande pronte a uscir di bocca, mi fece notare il liquido che sgorgava goccia a goccia, dall’estremità di una lunga pompetta, collegata al macchinario. Approfittando della mia distrazione, mi versò qualche goccia di acquavite sulle gambe, dicendomi che funzionavano come ottimo disinfettante.

Le mie ginocchia di bambina “scamminata”, come diceva mia madre rimproverandomi, erano perennemente “sbucciate” di fresco: mi piaceva correre sui muretti e spesso cadevo, procurandomi contusioni, graffi e sbucciature – appunto! -, chissà perché, sempre sullo stesso posto: le ginocchia. Esse apparivano curiosamente dipinte come una carta geografica, con una sovrapposizione di lividi di varie sfumature di colore che, aggiornandosi continuamente, viravano dal blu al viola al rossiccio e infine al verde pallido, per poi sparire, soppiantate dalle nuove ferite fresche di giornata…

Il contatto del liquido ardente sulla pelle escoriata fu scioccante! Quella notte, dunque, l’acquavite l’assaggiarono le mie ginocchia. L’effetto mi parve terrificante: un orrendo bruciore mi salì fino al cervello, spegnendo la mia curiosità. Era sopraffatta dal dolore lancinante. L’uomo promise minaccioso di disinfettarmi ancora, ripetendo l’attentato alle povere ginocchia sbucciacchiate.

Quella nottata si concluse in modo imprevisto. Più che le minacce, poté il bruciore. Non piansi: ero troppo orgogliosa per lasciarmi andare a una tale debolezza… e poi, non avrei mai dato una soddisfazione del genere a quell’antipatico. Abbandonai velocemente la cucina, infilando di corsa lo spiraglio della porta al contrario, ripercorsi l’andito gelido e mi precipitai dolorante sotto le coperte, forzatamente paga di ciò che ero riuscita a sbirciare in quella notte piena.

Foto | Pixabay

Note   [ + ]

1. Grosso cesto dai bordi alti.
2. Dividendo il risultato del lavoro a metà, come allora si usava.
3. La macchina per la distillazione – corruzione dialettale della parola alambicco.



Maria Giuseppina Zara