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Posted 31 Gennaio 2015 by Roberta Barbi in Mondolibri
 
 

Giulio Bedeschi – alpino, medico e scrittore – nasceva cent’anni fa

Giulio Bedeschi (1915-1990)

Nell’anno in cui l’Italia ricorda il “suo” inizio della Prima Guerra Mondiale – con una decina di mesi di ritardo rispetto alle dichiarazioni seguite all’attentato di Sarajevo – ricorre anche il giorno del centenario della nascita di un grande, seppur controverso, protagonista della Seconda, sia nelle armi che in letteratura: Giulio Bedeschi.

Forse nascere mentre infuria un conflitto come la Grande Guerra non dà molte chance al destino, o forse del medesimo è un brutto scherzo, fatto sta che nel 1940, dopo la laurea in Medicina conseguita a Bologna e la scuola allievi ufficiali degli alpini, il vicentino Bedeschi si arruola come volontario e parte come sottotenente medico per la campagna di Grecia. Nel suo curriculum bellico, però, entra ben presto la devastante campagna di Russia, dopo il suo trasferimento alla brigata alpina Julia, e grazie al fatto che fu uno dei pochi sopravvissuti, oggi possiamo leggerne il miglior resoconto che ne sia mai stato scritto e cioè il suo capolavoro, Centomila gavette di ghiaccio:

La popolazione russa ben presto s’era istintivamente accostata agli alpini; la gente d’Ucraina aveva trovato via d’intesa con gli uomini dalla penna nera e si mostrava larga di simpatia e di attenzioni verso quei ragazzi gioviali; offriva spontanea ospitalità nelle isbe e si intratteneva volentieri a conversare fino a tardi.

Eppure il romanzo all’inizio non ebbe una grande fortuna: scritto di getto al termine della guerra, ultimato nel 1948 e riscritto dopo che la prima stesura andò perduta nell’alluvione del Polesine, incassò ben sedici rifiuti da altrettanti editori prima che Mursia ebbe “il coraggio” di darlo alle stampe nel 1963. Ma ciò avvenne non per i contenuti crudi che un libro sulla guerra poteva contenere, né perché celasse in sé scomode verità; fu piuttosto un problema politico, o meglio, un problema con la parte politica alla quale apparteneva l’autore e nei confronti della quale, soprattutto nell’immediato dopoguerra, era comprensibile ci fossero quantomeno delle reticenze. Bedeschi infatti era un repubblichino: dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 si mise a capo della XXV Brigata Nera Capanni di Forlì – una delle più numerose dell’epoca, con circa ottocento uomini – che sciolse dopo il 25 aprile, per poi darsi alla macchia e riapparire solo qualche anno dopo, che faceva il medico in un ospedale di Ragusa, in Sicilia. Di quel periodo Bedeschi non volle mai parlare, e anche la vedova alla sua morte, sopraggiunta nel 1990, non svelò nulla di più, ma si sa, erano anni bui, confusi, nei quali si giustificano umanamente, forse, i rifiuti editoriali subiti, ma che almeno oggi, settant’anni dopo, l’amore per la letteratura deve ignorare, esorcizzare, dimenticare.

Giulio Bedeschi, Centomila gavette di ghiaccioRecentemente un’inchiesta su documenti d’epoca condotta dal quotidiano Avvenire, ha fatto un po’ di luce sulle attività del Bedeschi gerarca e comandante militare: certo, i rastrellamenti di partigiani non potevano mancare, ma nell’imminenza dell’arrivo del fronte in Romagna – che sarà poi liberata nel novembre 1944 – lo scrittore si occupava piuttosto di trasferire le famiglie fasciste più a nord, si premurava che i materiali spostati fossero di proprietà del partito o almeno regolarmente requisiti (cosa voglia dire, poi, regolarmente in tempo di guerra…), si opponeva ai saccheggi dei tedeschi, sorvegliava la trebbiatura per evitare che il grano venisse imboscato. Nessun arresto, sembra, nessuna azione di polizia, nessun crimine apparente, ma la verità, spesso, in tempo di guerra, è dura da accertare. Confermata, invece, la sua vena propagandistica: aveva ideato un foglietto per i militi della brigata, che naufragò dopo il primo numero, mentre numerose sono le testimonianze delle sue prove giornalistiche in favore del regime.

Una volta libero e completamente affrancato dal suo passato, quando ormai anche il suo primo romanzo aveva vinto il Premio Bancarella, Bedeschi ne scrisse il seguito, Il peso dello zaino, e poi via, sulla scia della memoria che a volte come una carezza calda, più spesso come uno schiaffo gelido, detta al cuore e alla mano con la veemente voce dell’esperienza, furono pubblicati La rivolta di Abele, Gli italiani in Russia, Nikolajewka: c’ero anch’io, Fronte greco-albanese: c’ero anch’io, Fronte d’Africa: c’ero anch’io, Fronte russo: c’ero anch’io, Il Corpo d’Armata Alpino sul fronte russo. Tutti romanzi a metà strada tra il mondo della narrazione e il diario di guerra, che molto hanno rivelato dell’atrocità del secondo conflitto mondiale, ma anche dell’assurdità della guerra come mezzo per risolvere i dissidi umani, oltre al loro indubbio valore letterario.

Ma siccome Bedeschi, oltre a essere medico e scrittore, si sentiva anche molto “alpino”, nel 2004, postumo, esce Il segreto degli alpini, curato dalla moglie Luisa Vecchiato Bedeschi, che viaggia sull’onda della commozione frugando tra i ricordi del marito, gli aneddoti di sempre, ma soprattutto sulle affettuose, toccanti lettere che le spediva dal fronte russo, pressoché insostituibile testimonianza storica di un orrore che inghiottì molte famiglie italiane, mai veramente dimenticato neppure da chi ebbe la fortuna di tornare.

Foto | Wikipedia




Roberta Barbi

 
Roberta Barbi è nata e vive a Roma da 40 anni; da qualche anno in meno assieme al marito Paolo e ai figli, ancora piccoli, Irene e Stefano. Laureata in comunicazione e giornalista professionista appassionata di cucina, fotografia e viaggi, si è ritrovata da un po’ a lavorare per i media vaticani: attualmente è autrice e conduttrice de “I Cellanti”, un programma di approfondimento sul mondo del carcere in onda su Radio Vaticana Italia. Nel tempo libero (pochissimo) si diletta a scrivere racconti e si dedica alla lettura, al canto e al cake design; sempre più raramente allo shopping, ormai rigorosamente on line.