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Posted 6 Febbraio 2015 by Roberta Barbi in Mondolibri
 
 

Aldo Manuzio. A 500 anni dalla scomparsa del primo editore italiano, usiamo ancora il punto e virgola

Aldo Manuzio

Cinquecento anni fa l’Italia come la conosciamo oggi non era ancora fatta, ma l’italiano sì, almeno da un punto di vista linguistico, che Aldo Manuzio, famoso tipografo veneziano e a ben donde considerato il primo vero editore del Belpaese, contribuì a perfezionare, almeno nella forma scritta. Sua, infatti, la sistemazione definitiva della punteggiatura nella lingua volgare: il punto fermo a fine frase (sparì, invece, quello mobile all’interno del periodo), la virgola, l’apostrofo e l’accento, come pure quella via di mezzo tra pause che è il punto e virgola, invenzione “manuziana” che usiamo ancora oggi… almeno chi sa scrivere correttamente.

Ma il vento innovatore ch’egli seppe spirare sull’editoria moderna va molto oltre: ideatore del carattere corsivo – che non a caso nelle altre lingue è chiamato “italico” – utilizzato per la prima volta nel 1501 per la sua edizione delle opere di Virgilio e l’anno successivo per quelle di Dante, ci mise del suo anche per migliorare la maneggevolezza dei volumi che considerava, sempre e comunque, opere d’arte. Fu lui a introdurre nell’editoria colta il cosiddetto formato in ottavo, fino ad allora riservato ad alcune pubblicazioni di carattere religioso a causa della sua maggiore portabilità, ai danni dei manoscritti e degli incunaboli medievali e tralasciando anche i formati tradizionali in folio (ossia a quattro pagine) e in quarto (cioè a otto). Per la prima volta, inoltre, furono numerate le pagine fronte-retro (recto e verso).

Le sue edizioni “aldine”, in un certo senso, divennero i primi tascabili della storia in Italia, ma questo non deve trarre in inganno: per Aldo Manuzio l’edizione doveva essere perfetta, esente del tutto da errori, ed era questa bellezza che spesso tradiva l’idea di maggiore diffusione possibile, insita nella natura stessa della stampa intesa come riproducibilità di un’opera.

Ed era proprio questo che nel 1490 aveva portato Manuzio (pochi sanno che era originario di Bassiano, oggi in provincia di Latina) a insediare a Venezia la sua tipografia: consegnare ai posteri le grandi opere del passato, in primis i classici greci e latini che aveva studiato per tutta la vita. E infatti, a vedere la luce per prime, furono le opere di Poliziano, sulle quali impresse il suo motto “festina lente” (affrettati con calma) e il suo logo costituito da un’ancora e un delfino, a simboleggiare la solidità e la velocità unite in una sola immagine.

Pur considerate già dai suoi contemporanei veri tesori da bibliofili, le opere di Manuzio erano in commercio e per volere del loro stesso “papà” non “parlavano” altro che greco: questa la lingua utilizzata nelle opere; greci i correttori di bozze; in greco, perfino, erano le istruzioni impartite agli stampatori e ancora il greco era la lingua che Manuzio stesso amava parlare in casa sua, dopo averla appresa a Ferrara da Guarino da Verona.

Perciò fu con grande amore che lavorò su Aristotele e Tucidide, Sofocle ed Erodoto, ma poi allargò i suoi orizzonti anche al latino di Cicerone, Luciano, Catullo, Virgilio e Ovidio. In volgare, oltre a quelle già citate, stampò le opere del veneziano Pietro Bembo – che tra l’altro era un suo illustre consulente – e la Commedia di Dante, la cui edizione del 1515, uscita dal torchio a mano corredata di superbe illustrazioni, risulta addirittura più preziosa e ricercata della prima, datata 1502.

Una menzione, se non altro per essere ritenuto da molti il più bel libro del Rinascimento, merita anche l’Hypnerotomachia Poliphili di Francesco Colonna, un vero e proprio capolavoro dell’arte tipografica, uscita dalla tipografia “manuziana” con xilografie realizzate probabilmente da un artista della cerchia del Bordone.

Sempre Manuzio, infine, fu il primo a tenere cataloghi delle opere da lui stampate: il primo con i classici della letteratura e della filosofia greca è del 1498; ma fu poi aggiornato con le pubblicazioni in latino e in volgare tra il 1503 e il 1513.

Foto | Wikimedia Commons




Roberta Barbi

 
Roberta Barbi è nata e vive a Roma da 40 anni; da qualche anno in meno assieme al marito Paolo e ai figli, ancora piccoli, Irene e Stefano. Laureata in comunicazione e giornalista professionista appassionata di cucina, fotografia e viaggi, si è ritrovata da un po’ a lavorare per i media vaticani: attualmente è autrice e conduttrice de “I Cellanti”, un programma di approfondimento sul mondo del carcere in onda su Radio Vaticana Italia. Nel tempo libero (pochissimo) si diletta a scrivere racconti e si dedica alla lettura, al canto e al cake design; sempre più raramente allo shopping, ormai rigorosamente on line.