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Posted venerdì, 10 aprile 2015 by Graphe.it in Mondolibri
 
 

“Rosso, il paese delle fragole”, racconto di Isabella Borghese dall’antologia “Una bella bici che va”

In esclusiva per GraphoMania pubblichiamo il racconto Rosso, il paese delle fragole, scritto da Isabella Borghese e pubblicato nell’antologia Una bella bici che va (Giulio Perrone editore – scheda in calce al racconto).

***

Una bella bici che va, antologia a cura di Isabella Borghese

I

l paese delle fragoline e del lago. Della messa in salone e delle case accoglienti. Dei braccialetti con le perline e dei maggiorenni. Dei fiori da pulire e dei succhi di frutta da tappare. Delle discese in bicicletta e della grande abitazione di zio Nando. Il paese di Sofia e di Tommaso. Nemi è sempre stata un po’ loro.

Sofia, Riccioli Rossi, aveva sei anni quando la cinquecento diventava un ripostiglio di valigie e oggetti tra i più disparati. L’automobile attraversava Roma direzione Ciampino, svoltava per la via dei Laghi e raggiungeva Nemi per la prima volta. Si fermava nel parcheggio sotto la piazza del negozio di tabacchi, quello del signor Nando. In paese, Riccioli Rossi, stringeva subito amicizia con tutti e si muoveva da una bottega all’altra proprio come fossero luoghi un po’ suoi. Lei prendeva la sua Graziella bianca e, ogni volta, col fare di chi sa che nella vita come in bici ci vuole equilibrio.

Ci vuole equilibrio e occorre pedalare. Pedalare e non fermarsi mai. Sofia lo sapeva che non era l’ora adatta e che non avevano nessun appuntamento.

Si affacciava in cucina da Irma. «Vado da zio Nando, ciao mamma!» la avvertiva.

«Va bene, Sofia, fai la brava… non è questa l’ora per andare a disturbare le persone a casa. E non chiamarlo così, non è tuo zio!» concludeva.

E mentre Riccioli Rossi si dirigeva verso la porta, «Ma mamma!» mentiva Sofia «Mi sta aspettando!, lo ZIO!».

Era già abile a inventarsi le sue famiglie, e così prendeva la bici e andava dallo zio finto.

«Zio Nando» gli diceva «vengo ad aprire il negozio con te, va bene?».

E ogni volta Nando si perdeva in una risata chiassosa: «Ti apro! Ti apro!» diceva.

E Sofia lo sentiva avvicinarsi verso il cancello.

«È presto, Sofia! Sono le due. Il negozio lo apriamo alle sedici, va bene?».

Riccioli Rossi sorrideva e Nando la faceva accomodare ogni volta, senza batter ciglio.

«La bici la sistemo in cortile» si spiegava Riccioli Rossi.

Lei non si separava mai dalla sua Graziella bianca. Diceva che aveva paura di non trovarla più e ne parlava come le bambine sono solite raccontare la vita con i loro bambolotti. Non se ne separava perché per lei la bicicletta era una conquista.

A sei anni non gliel’avevano ancora comprata. Sofia, all’epoca, era brava sui pattini. Eppure si sentiva pronta, prontissima per imparare a pedalare questo mezzo a due ruote che tanto la affascinava. Così un giorno, al parco, quando un bambino ha poggiato in terra la sua bicicletta arancione Sofia è corsa a prenderla. Si è levata i pattini e ha cominciato a pedalare, a pedalare, a correre, imparando a stare in equilibrio su due ruote. L’ha imparato di fretta e con la paura addosso che, da un momento all’altro, quell’arancio bici le venisse tolto da sotto il sedere.

Il bambino piangeva, ma Sofia si avvicinava a lui: «Bimbo, tu sai andare sui pattini?».

«No».

«Allora prendili, infila i miei, ti aiuto io. Tu imparerai ad andare sui pattini con i miei, io ad andare in bicicletta con la tua. Quando il sole andrà via e dovremo tornare a casa ce li scambieremo di nuovo».

È così che Sofia ha conquistato il suo equilibrio in bicicletta. La bicicletta, che grande conquista! E separarsi da quella che poi è diventata la sua Graziella, crescendo, le è parso impossibile. Del resto le conquiste si conservano con cura. Così quando lei e Nando riposavano sul dondolo, la bici era tanto vicina da poterci buttare sempre un occhio. Certo, sul dondolo e con la Graziella vicino, si divertiva di più perché lì non c’era il televisore e Riccioli Rossi poteva chiedere all’uomo di raccontarle le storie di Emma, che a lei piacevano molto.

Emma a Nemi la conoscevano tutti. Era una vecchina di corporatura media, un gran petto dove nascondeva, incastrata nella medaglietta di una collana d’oro, la foto del marito morto molti anni prima. Un lutto mai elaborato: lei vestiva sempre di nero, una retina grigia a trattenerle i lunghi capelli color cielo arrabbiato e avvolti in uno chignon. Persino i gambaletti variavano nelle sfumature di nero e grigio. Il color carne, neanche quello a lei pareva il caso di indossare ancora.

E se il nome del marito usciva anche solo di sfuggita o per caso nei discorsi in cui inciampava, la sua espressione d’improvviso si raggrinziva. È facile ricordare con quale rapidità il suo volto sorridente e gioviale sembrava rintanarsi in una smorfia di sofferenza e malinconia. E se il suo interlocutore non era capace di deviare il discorso era altrettanto possibile scoprirla da un momento all’altro in un pianto nostalgico. In questo caso era lei a riprendere in mano la situazione: «Cosa posso offrirvi?» proponeva «Biscotti? Succo di frutta?».

L’arte della cucina fatta in casa era una grande risorsa per Emma, quando d’estate si metteva in giardino a fare le passate di pomodoro e i succhi di frutta. E Sofia, quando c’era, si divertiva davanti alla macchina per tappare i succhi di frutta o per incartare i fiori per il mercato della mattina.

Col tempo anche Sofia era diventata una frequentatrice della messa in salone. E mentre Tommaso e Lorenzo facevano i chierichetti, ogni volta, dopo la lettura del Vangelo, quando tutti erano concentrati a soffermarsi sulle parole di Dio e certo non volevano prestare attenzione ai movimenti di Sofia, lei di filato scivolava in cucina. In men che non si dica raggiungeva la credenza tra la macchina del gas e la stufa, apriva lo sportello meno difettoso e prendeva un grande biscotto. Già, perché i biscotti di Emma erano grandi e friabili. Di quelli che si potevano fare anche in tre o quattro pezzi, intingere nel latte la mattina o mordicchiare un morso alla volta per la merenda. Nel momento in cui giungeva il rumore sordo di alcune sedie spostarsi Sofia capiva che la messa era al punto della Comunione. Il momento migliore per intrufolarsi di nuovo nella sala.

E così, le storie di Emma, mentre anche Sofia cominciava a viverle e a farne parte, erano un piacevole intrattenimento sul dondolo di zio Nando. Sì. E lui che ogni volta concludeva con: «Eh! Emma, una cara donna. Vuole bene a tutti lei qui in paese. A tutti!».

Questo pomeriggio di Nando e Sofia avveniva quando lei aveva undici anni. Non si sentiva in piena salute Sofia e ad accompagnare quelle ore si presentava un dolore nel basso ventre alquanto nuovo e fastidioso. Non era potente, ma costante.

«E tu, Sofia, oggi non vai a pulire e a preparare i mazzi di fiori per il mercato?» chiese lo zio.

Sofia lo guardava, in silenzio. Quanta vita quando erano tutte lì, le donne, davanti a quei crisantemi!

«Oggi no. Tommaso ha detto che nel tardo pomeriggio andiamo a fare un giro lungo. Lui in bici e io con i pattini».

«Un giro lungo?» chiese Nando mentre si lasciava andare a una fragorosa risata. «Ma tu e tuo fratello non lo sapete che è pericoloso arrivare giù in paese con la bici e i pattini?».

«Sì, lo sappiamo».

Quando Tommaso diceva a Sofia che l’avrebbe portata con i pattini significava che lei si sarebbe attaccata dietro la bici di lui. Solo Tommaso conservava il potere di separare Sofia dalla sua bicicletta. Da piccoli percorrevano avanti e indietro tutto il vialone che andava dalla fine della piazza a casa di Gabriele, l’ultima abitazione prima della discesa ripida che portava al bosco in fondo.

Sofia quel pomeriggio aveva quel dolore così persistente da preferire una gonnellina jeans ai pantaloni, le collant di filanca rossa e il maglione in tinta, così come il cerchietto. Era tutta in tinta. Rossa, in modo esagerato, dalla testa ai piedi.

Nando era occupato a preparare l’impasto della pizza e ad accendere il fuoco del forno a legna. Riccioli Rossi gli sistemava le piccole ciotole dove lui avrebbe riposto tutte le verdure e i vari condimenti. «Passi per la pizza, dopo il giro con Tommaso? Eh Sofia?».

«Poi vediamo zio! Tu conservamene un pezzo di quella bianca con i fiori di zucca». Era già la sua preferita.

Sofia lasciò le ultime ciotole sul tavolo vicino al forno e scivolò sulla guancia di Nando per il saluto a forma di bacio.

Tutte le volte, quando usciva, Riccioli Rossi sceglieva il cancello dall’altra parte del giardino. Apriva le porte e le incastrava all’incontrario, senza farsi vedere; poi le accostava. Sapeva che in questo modo, quando sarebbe tornata, non avrebbe dovuto citofonare due, tre, forse anche quattro volte fino a sovrastare il chiacchiericcio degli ospiti di Nando, ma sarebbe entrata di filato a cercare il suo posto. E lo fece anche quel pomeriggio.

Salì di corsa a casa, saltando chiassosa i gradini che attraversavano il giardino fino all’ultima scalinata.

Quel pomeriggio Tommaso era affacciato alla finestra-balcone che comunicava con quella della casa di Erica, la bambina dell’appartamento accanto. Quella con cui Sofia ogni tanto scriveva favole di fantasmi e laghi sotterranei, e Tommaso invece la faceva ridere come i maschi che vogliono far divertire la femmina che amano.

«Tommaso, eccomi. Scusa per il ritardo, ma ho mal di pancia da stamattina… e non so cos’è. Prendo i pattini e scendiamo?».

«Ok! Ti va anche se stai male?».

«Sì, ho voglia di fare questo giro sui pattini con te!».

Di lì a poco Sofia e Tommaso salutarono Erica e, uscendo dal cancello Sofia si poggiò sul muretto.

«Certo che avresti potuto indossare un pantalone!» puntualizzò Tommaso.

Sofia rispose con una semplice risata. Poi si tirò su ed era pronta. Tommaso la aspettava poco più avanti. Per un pezzetto si mossero separati poi Riccioli Rossi si appese al portapacchi della bici curvandosi in avanti. In pianura correvano felici. La bici è una questione di felicità perché è una questione di libertà. Tommaso accelerava e le gambe di Sofia, che era sui pattini, d’istinto si allargavano prendendo velocità. Si allargavano sempre di più. Questo li faceva ridere molto, a crepapelle. C’era lo spazio, la libertà, la felicità, il loro giocare e stare insieme.

«Tommaso! Così prima o poi cadrò!» gridava Sofia.

«Che dici Sofia? Non sento».

«Ho detto che andrà a finire che cadrò!».

In quell’istante Tommaso aveva appena preso la discesa ripidissima che partiva da casa di Gabriele, quella che portava al bosco… Veloce! Veloce! Veloce! Veloce! Sempre più veloce!

Le gambe di Sofia si aprirono in una spaccata e mentre si perdeva in una risata che le tolse il fiato si ritrovò con le mani e la faccia spalmate sul cemento della strada. Le collant rotte all’altezza delle ginocchia non avevano più il colore d’origine. Erano sangue e buchi.

Tommaso si fermò appena possibile. Sofia continuava a ridere anche se piangeva. Continuava a ridere. «Che mal di pancia!» era l’unica esclamazione che riusciva, di tanto in tanto, a tirar fuori mentre riprendeva il respiro interrompendo la risata. Tommaso le tolse i pattini. «Devi sederti sul portapacchi, Sofia!» disse con premura «Così ti riporto io a casa».

Riccioli Rossi si alzò. Sentiva il sangue scorrere dalle ginocchia, ma anche altrove. Così, si mise a sedere nuovamente accarezzandomi il basso ventre. Tommaso appese i pattini al manubrio e a fatica percorse la ripida salita.

«Che dolore!» continuava a lamentarsi Sofia. «È un fastidio proprio strano».

«Ora ti passerà, dovrai togliere le calze, lavarti e poi ti metto l’acqua ossigenata. Stai attenta a non tenere le calze attaccate alla ferita».

«Ma no! Ma no!» continuava lei «È proprio fastidioso».

Arrivati a casa, silenziosi, i due scivolarono in bagno. Sofia poggiò la gonna sul lavandino, Tommaso aprì l’acqua della vasca da bagno, Sofia si sfilò le calze, facendo attenzione. Erano imbrattate di sangue. Ovunque. Anche le mutande di Sofia erano rosse. Rosse. Come il paese delle fragole.

«Sono diventata grande… Ecco il motivo di quel dolore!».

Tommaso la guardò accompagnato da un evidente, seppur timido, imbarazzo. «E cosa facciamo adesso? Chiamo mamma?».

«No, o, adesso non preoccuparti. Devo mettere questo… mamma fa così. Ah, grazie per oggi, mi sono divertita molto… anche se sono caduta!».

Tommaso uscì dal bagno.

Sofia chiuse la porta e sistemò ogni cosa al suo posto. Indossò un vestitino che era in bagno, lindo e asciutto. Poi si guardò allo specchio, a lungo, con uno sguardo curioso. Cercava di capire se, adesso che era diventata grande, era diversa dagli altri giorni. Sorrideva da sola, ma era anche vero che si vedeva sempre la stessa. E in fondo vedersi uguale la tranquillizzava.

Tommaso bussò di nuovo. «Scusa Riccioli Rossi, ma adesso che sei diventata grande, potrai ancora venire in biciletta con me?».

«Giocheremo sempre insieme, sì. Forse è arrivato il momento di farci regalare due mountain bike, che dici?».

Accadeva a Nemi. A Sofia, rossa nel paese delle fragole.


Scheda del libro

Una bella bici che va, a cura di Isabella Borghese, Giulio Perrone editore 2014, pp 180, euro 13

‘‘Non le nascondo che ho sempre pensato che prima la bicicletta era un mezzo indispensabile per andare a scuola, a lavorare. Oggi lo considero un mezzo che richiama la libertà, ecologico, per divertirsi.’’

Partire da questa affermazione che è stata di Margherita Hack nasce l’idea dell’antologia che vuole raccontare storie ‘‘di biciclette’’. Quello che la bicicletta rappresenta per ciascun autore, purché sia sotto forma di racconto. A partire da queste brevi considerazioni gli autori immaginano di passeggiare nella propria città, con in sottofondo la canzone di Paolo Conte, Silenziosa velocità che ispira il titolo dell’antologia, Una bella bici che va.

Il tutto diventa l’occasione per raccontare la loro idea di bicicletta, il vostro rapporto con essa. Il tema può essere dunque declinato alle molteplici argomentazioni che ruotano intorno al tema della ‘‘bici’’: dalla due ruote come stile di vita, come mezzo per passeggiare, come il piacere di costruirsela in una ciclofficina, cercarla in un mercatino. Come sport.

Ma anche per il divertimento di partecipare a giornate di svago in compagnia di chi come noi crede a un miglioramento della qualità della vita, al piacere di partecipare alla Cimmona, o anche al desiderio semplice di una mamma di portare un figlio a passeggio in bicicletta, o di raggiungere una villa, di alzarsi per andare al lavoro, proclamare l’addio all’automobile, chiudere la bici in due, salire in metro per poi riaprirla per gli ultimi 500 metri…

La bici si pedala e con essa si va alla ricerca di quella che Paolo Conte chiama e canta ‘‘silenziosa velocità’’.

L’antologia è divisa in due parti: Pedalando… con tre differenti racconti inediti a firma di Stefano Benni, Fulvio Ervas, Andrea Satta e … in bicicletta con tutti gli altri autori.

Isabella Borghese, giornalista, ufficio stampa. Blogger de Il fatto quotidiano. Ideatrice del progetto stylish-editoriale ‘‘Livres & Bijoux’’ (2009), ha pubblicato Dalla sua parte (Edizioni Ensemble, 2013) e ha curato l’antologia Sto qui perché una casa non ce l’ho (Edizioni Ensemble, 2013). È autrice del romanzo Gli amori infelici non finiscono mai (Giulio Perrone, 2014).




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