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Posted 13 Aprile 2015 by Roberta Barbi in Premi letterari
 
 

Scomparso Günter Grass, l’ultimo fustigatore del silenzio

Scomparso Günter Grass, l’ultimo fustigatore del silenzio

Se n’è andato in silenzio, contraddicendo un po’ la sua vita fatta di letteratura e proclami scandalosi che hanno riempito d’inchiostro le colonne dei giornali e di chiacchiere i salotti culturali di tutto il mondo: dalla rivelazione che la sua ferma nelle SS fu volontaria e non coscritta, alla dichiarazione – dopo la caduta del muro a Berlino – che le due Germanie avrebbero fatto meglio a restare separate, fino al recente schieramento al fianco dell’Iran e alle conseguenti invettive contro la politica estera d’Israele, che gli valsero la qualifica di “persona non gradita” nello Stato ebraico. Scultore, grafico, socialdemocratico e pacifista, Günter Grass era così: uno scrittore intenso e appassionato, sprezzante della diplomazia e al tempo stesso schivo, di quella diffidsenza che essere nati in certi contesti geografici ti tatua addosso. Nel suo caso il contesto era quello dell’isolamento della città-stato di Danzica, prima tedesca, poi città libera, in seguito polacca, casus belli della Seconda Guerra Mondiale e, molti anni dopo, anche culla del movimento Solidarność. Gunter Grass è morto oggi, a 87 anni, nella sua casa di Lubecca dove si trasferì nel 1995. A gennaio 2014 aveva annunciato di non voler più scrivere: “Sono troppo vecchio per continuare a scrivere romanzi. Non credo che ci riuscirò a scrivere ancora un romanzo. La mia salute non mi permette di fare piani per i prossimi cinque o sei anni. Tuttavia questa sarebbe la condizione da cui partire per un romanzo”.

“Le sue licenziose fiabe ritraggono la faccia dimenticata della storia”, si legge nella motivazione addotta dall’Accademia svedese che gli attribuì il premio Nobel nel 1999, a quarant’anni esatti dall’uscita del suo capolavoro: Il tamburo di latta, un romanzo epocale. Racconta la storia, narrata a posteriori dal manicomio in cui è rinchiuso, di Oskar, un ragazzo deforme e problematico che a tre anni decide di smettere di crescere, in aperta contestazione al mondo degli adulti che lo ripugna. Per sottolineare la sua stranezza e il suo spirito libero, Oskar va in giro con un tamburello di latta appeso al collo, accompagnandosi, talvolta, con la sua voce, capace di rompere qualunque vetro. In questo modo racconta le vicende della sua famiglia, andando indietro nel tempo fino ad anni precedenti la sua nascita, e incrociando inevitabilmente la sua storia con la storia dalla S maiuscola, fatta dell’ascesa del Nazismo, dell’epurazione contro gli ebrei, della guerra e del crollo della Germania. È una specie di grillo parlante che non risparmia nulla a nessuno, se stesso compreso, indirettamente responsabile anche della morte dei suoi due padri, episodi che lo faranno finalmente risvegliare dal suo torpore. Una volta ‘liberato’ dai legami familiari, infatti, Oskar a ventuno anni tenta una riabilitazione, seppellendo il tamburo di latta e decidendo di ricominciare finalmente a crescere.

L’opera, oltre a costituire l’esordio letterario di Grass, è anche la prima della cosiddetta trilogia di Danzica, che si compone di Gatto e topo e Anni di cani, entrambi popolati da personaggi al limite. Nel primo troviamo Joachim, che con la sua orribile deformità al pomo d’Adamo, è un Oskar adolescente che al suo opposto, però, fa di tutto per nascondere la sua stranezza contro il gatto, metafora della società sempre in agguato, pronta a scoprirlo e ridicolizzarlo. Nel secondo corrono parallele le vite di Eduard e Walter: l’uno grassoccio, mezzo ebreo, di una goffaggine proverbiale; l’altro ubriacone, nazi-comunista e cattolico militante.

Scomparso Günter Grass, l’ultimo fustigatore del silenzioNel 1986 il flop di La ratta, stroncato dalla critica tedesca, indusse Günter Grass a trasferirsi in India. Eppure il racconto non si discostava troppo dai suoi temi chiave, sebbene ambientati in un futuro postmoderno descritto con tutti gli elementi del caso, quali piogge acide, veleni nell’aria, incombenti minacce nucleari, in cui l’unica a essere sopravvissuta è la razza dei ratti giganti. Allegoria della degenerazione tedesca prima e universale poi, in cui vengono chiamati in prestito alcuni antieroi di altre opere (come il solito Oskar), l’estrema domanda che l’autore si pone è se tuttavia possa ancora esistere la speranza. Tornato dall’India, nel 1988 Grass pubblicò la raccolta di racconti Mostrare la lingua, in cui protagonista è la povertà vera, assoluta, per una volta non morale o culturale, che ha toccato con mano a Calcutta e che diventa metafora apocalittica della fine del genere umano, rappresentato laggiù da storpi, mendicanti ed emarginati: i veri “dannati della terra”.

L’ultima opera in prosa prodotta dalla penna di Grass è datata 2002 e s’intitola Il passo del gambero: è la ricostruzione dell’affondamento della nave da crociera nazista Wilhelm Gustloff, abbattuta davvero da un sommergibile sovietico nel 1945. Il transatlantico veniva usato per portare in salvo i cittadini tedeschi fuggiti dall’est. Anche qui s’intrecciano storie e piani narrativi diversi, in cui la metafora dell’affondamento non potrebbe essere più chiara.

Se da una parte tutta la produzione di Grass s’inquadra nella corrente letteraria che si propone di superare il doloroso passato tedesco, dall’altra è ancorata a un passato personale e ancora più remoto: non mancano mai, infatti, nei suoi libri, i riferimenti alla cultura casciuba da cui trae le proprie origini, un’esigua popolazione slava la cui lingua è considerata un dialetto germanizzato del polacco. Diviso tra l’essere tedesco e l’essere polacco, Grass era dimidiato anche tra la religione protestante del padre e il cattolicesimo della madre. La scelta di entrare nelle Waffen SS fu proprio, come spiegò anni dopo lui stesso, “un modo per voltare le spalle ai genitori”, e probabilmente scegliersi un’identità che fosse solo sua, seppur poi condannata dalla storia. Ma la domanda è: può il passato compromettere per sempre il giudizio sulle opere di un uomo? Sarà la storia, ancora una volta, a deciderlo.




Roberta Barbi

 
Roberta Barbi è nata e vive a Roma da 40 anni; da qualche anno in meno assieme al marito Paolo e ai figli, ancora piccoli, Irene e Stefano. Laureata in comunicazione e giornalista professionista appassionata di cucina, fotografia e viaggi, si è ritrovata da un po’ a lavorare per i media vaticani: attualmente è autrice e conduttrice de “I Cellanti”, un programma di approfondimento sul mondo del carcere in onda su Radio Vaticana Italia. Nel tempo libero (pochissimo) si diletta a scrivere racconti e si dedica alla lettura, al canto e al cake design; sempre più raramente allo shopping, ormai rigorosamente on line.