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Posted sabato, 5 Settembre 2015 by Roberto Russo in Zibaldone
 
 

Andrea Camilleri: frasi celebri dello scrittore

Andrea Camilleri

Andrea Camilleri frasi – Andrea Camilleri compie novant’anni: auguri al “grande padre” della narrativa italiana contemporanea. Bene o male tutti noi abbiamo letto qualcosa di lui: ai più è senza dubbio piaciuto, a qualcuno forse no, ma resta il fatto che Andrea Camilleri è uno scrittore che caratterizza la nostra epoca. Camilleri non ha scritto solo le storie del commissario Montalbano, ma i suoi testi sono di vario tipo.

Facciamo, allora, i nostri migliori auguri ad Andrea Camilleri e lo celebriamo con alcune sue frasi che ci piacciono molto.

Andrea Camilleri frasi celebri

  • Arrivato ormai agli sgoccioli, mi rendo conto che per tutta la vita sono stato sempre pronto a perdere quello che avevo faticosamente guadagnato senza farne una tragedia. Non che non godessi di ciò che avevo, ma non l’amavo. Perché, fin da giovane, non sono mai riuscito ad amare veramente, profondamente, le cose che potevo procurarmi col denaro.
  • Bisogna guardare la tv portandosi appresso un paracqua ideale che permetta al nostro cervello di restare asciutto e lucido, di non inzupparsi di tutte le informazioni distorte, contraffatte, alterate, finalizzate che ci vengono propinate.
  • C’è chi dice che adopero il siciliano come l’uva passa: ne lascerei cadere qualche chicco su una struttura italiana. Non è così. La cosa è più complessa. Io utilizzo le parole che mi offre la realtà per descriverla in profondità. Non potrei mai ambientare un mio libro in una città che non conosco. Non è un problema di topografia. Oggi esistono guide che ti dicono anche come si chiama il tabaccaio all’angolo. Nessuno però ti può dire come e cosa pensa chi vi entra: quali sono i codici di comportamento dei clienti di quel tabaccaio. Detto questo non ho la pretesa di innovare la lingua. Semplicemente utilizzo la mia, il mio modo di scrivere.
  • Confesso, con Neruda, che ho vissuto. Ma mi corre l’obbligo di confessare anche che, alla mia veneranda età, molte delle cose per le quali ho vissuto mi appaiono come fatte da una persona che aveva il mio nome, le mie fattezze, ma che sostanzialmente non ero io.
  • Credere che la giovane età di un uomo politico sia già di per sé portatrice d’idee innovative a me pare, sinceramente, un’avventatezza. Tra l’altro, il fascismo privilegiava i giovani e si è visto il bel risultato. Le idee veramente nuove possono venire tanto dai giovani quanto dalle persone anziane.
  • Forse, senza saperlo, stiamo combattendo la prima guerra globale degli anni duemila. Una guerra che non usa più armi, che non bombarda né fa esplodere atomiche, che non provoca morte ma produce fame, disoccupazione, scontro sociale, impoverimento, insomma riduce sul lastrico i perdenti.
  • Il tempo è una giostra sempre in funzione. Tu sali su un cavalluccio o un’automobilina, fai un bel po’ di giri, poi con le buone o con le cattive ti fanno scendere.
  • In gioventù percepisci il tempo come un’entità astratta, nella maturità acquisti la nozione di un tempo in qualche modo collegato concretamente al tuo esistere, nella vecchiaia… Nella vecchiaia raggiungi la consapevolezza che il tempo è un flusso continuo che scorre al di fuori di te.
  • La cultura è sempre ragionata inclusione, mai partigiana esclusione.
  • Leoluca Orlando mi ha raccontato che il suo pescivendolo gli ha spiegato così la differenza tra lingua e dialetto: la lingua è lingua perché dietro di sé ha un esercito, mentre il dialetto, disarmato, non può che rimanere in sottordine. La tesi è meno campata in aria di quanto possa apparire.
  • Mentre il rigore morale e l’onestà non sono contagiosi, l’assenza di etica e la corruzione lo sono, e possono moltiplicarsi esponenzialmente con straordinaria velocità.
  • Mi pare che i tedeschi abbiano troppo in fretta dimenticato quanto l’Europa ha fatto per loro, prima per la riunificazione tra le due Germanie, e poi con l’aiuto e le agevolazioni economiche ricevuti durante la loro grande crisi della fine del secolo scorso.
  • Non basta leggere, bisognerebbe anche capire. Ma capire è un lusso che non tutti possono permettersi, diceva Silvio D’Amico.
  • Non capisco perché nel linguaggio dei politici e dei governanti con “grandi opere pubbliche” si intenda solo ed esclusivamente la costruzione di ponti, gallerie, autostrade. Che spesso e volentieri, sia detto tra parentesi, si rivelano essere né impellenti né necessarie, ma sicura fonte d’illeciti guadagni. Mi chiedo: mettere mano a Pompei, che se ne cade letteralmente a pezzi, non sarebbe una grande opera pubblica? E non lo sarebbe anche una vera riforma universitaria che adeguasse i nostri atenei alle richieste di lavoro del mondo d’oggi, dotandoli di attrezzati laboratori di ricerca? E come definire altrimenti la ristrutturazione e l’attenta manutenzione dei nostri archivi storici che sempre più s’approssimano allo sfacelo?
  • Ogni singola storia d’amore, vissuta o inventata, riesce a essere unica e diversa e irripetibile rispetto ai miliardi di altre storie già accadute, che accadono, che accadranno. Insomma, l’amore non s’impara né teoricamente né andando a bottega da altri. S’impara amando, vale a dire perdendosi.
  • Possibile che logica, buon senso, sincerità non abbiano più corso legale in Italia?
  • Qualche anno dopo aver finito gli studi, mi capitò inopinatamente fra le mani una copia de “La colonna infame”. La lessi, ne rimasi incuriosito, colpito, addirittura turbato. Avvenne in me un risveglio di attenzione. Ma era possibile che quel baciapile di Manzoni avesse scritto quell’opera così profonda, che scandagliava l’animo umano nei suoi meandri più nascosti, che rappresentava la drammaticità e le contraddizioni dell’esistenza, con acutezza e sguardo critico?
  • Se l’Europa non si fonda neppure sulla solidarietà economica, su cosa si fonda? Sull’assicurare tranquillità ai tedeschi?
  • Una volta si usava dire: «Morto un papa se ne fa un altro». Che adesso bisogna aggiornare in: «morto o dimessosi un papa, se ne fa un altro». Il nuovo papa, poco dopo la sua proclamazione, è andato a trovare il papa dimissionario e hanno pregato insieme. Ah, come se la sarebbe scialata Gioacchino Belli!
  • Una volta un raccomandato veniva considerato per quello che veramente era, e cioè un tale che, non riuscendo a farcela con le proprie forze, pregava un santo in paradiso di dargli una spintarella. Oggi invece l’essere raccomandati è come uno status symbol e il raccomandato si affretta a farlo sapere in giro. “Attenzione! Andateci piano con me! Sono un raccomandato!” Anche perché i suoi protettori non sono più santi e non abitano in Paradiso.




Roberto Russo

 
Roberto Russo è nato a Roma e vive a Perugia. Dottore in letteratura cristiana antica greca e latina, è appassionato del profeta Elia. Segue due motti: «Nulla che sia umano mi è estraneo» (Terenzio) e «Ogni volta che sono stato tra gli uomini sono tornato meno uomo» (Tommaso da Kempis). In questa tensione si dilania la sua vita. Tra le altre cose, collabora con alcune testate online, è editore della Graphe.it, e tanto tempo fa ha pubblicato un racconto con Mondadori.