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Posted martedì, 22 Settembre 2015 by Davide Meldolesi in Poesia e dintorni
 
 

Francesco Benozzo, il poeta anarchico dei paesaggi che “tenta” i giurati del Nobel

Francesco Benozzo

Assomiglia a una tentazione per certi versi irresistibile pensare alla possibilità che sia proprio lui, contro ogni pronostico e al di là di ogni logica di potere e di spartizione, a ottenere il riconoscimento come più importante scrittore vivente. A parte qualche sporadico commento alla sua opera nei blog americani e britannici dei bettors (scommettitori) sul vincitore finale, il suo nome non viene nemmeno preso in considerazione dai bookmakers specializzati da cui stanno trapelando le varie liste dei veri papabili, con le percentuali di probabilità di vittoria. Sta di fatto che la recente candidatura al premio Nobel per la Letteratura di Francesco Benozzo, il poeta anarchico dell’Appennino modenese portavoce pressoché solitario di una letteratura epica, legata in particolare alla rappresentazione (geologica, mitologica, “fisicizzata”) dei paesaggi, è già in sé fonte di suggestioni: la sua ritrosia piuttosto marcata per i circoli letterari, la veemenza polemica di certe sue prese di posizione contro la cultura “ufficiale” e la sua avversione addirittura congenita alle riviste di poesia e ai “salotti letterari”, non fanno certo di lui, a tacer d’altro, un “personaggio da Nobel”.

Arpista e cantautore (con una decina di album pubblicati tra Italia, Danimarca e Gran Bretagna, uno dei quali, Terracqueo, arrivato alle finali del Premio Tenco), Benozzo è anche un filologo (di tradizioni preistoriche e medievali) all’università di Bologna, settore in cui ha all’attivo centinaia di pubblicazioni e una quarantina di libri, frutto quasi sempre di ricerche sul campo in zone linguisticamente “periferiche” e minoritarie (Galizia, Galles, Isole Faroer, oltre che le parti ancora fortemente “rurali” dell’Appennino alto-italiano).

Del suo poema Onirico geologico, che ha egli stesso “eseguito” insieme a Bernardo Lanzetti (uno dei fondatori della PFM) al Parma Poesia Festival, e che è stato pubblicato dalle edizioni Kolibris di Ferrara nel 2014, il poeta newyorkese Berry Wallenstein ha scritto “Ascoltare Francesco Benozzo eseguire Onirico geologico accompagnato dalla sua arpa mi ha illuminato improvvisamente su come è nata la poesia ancora prima che esistessero i poeti”. Si tratta, nelle parole del critico Fernando Ribeiro, di un’opera caratterizzata da una “latitudine mitologica”, che “celebra la sacralità della materia e dei luoghi. Un esempio del tutto unico, al tempo stesso arcaico e avanguardistico, di epica portatile. Un piccolo miracolo in bilico tra canto sciamanico e cosmogonia del cuore umano”.

Nel primo reading poetico italiano di Wisława Szymborska dopo la vittoria del Nobel (avvenuto a Roma nel 2004), Benozzo ha accompagnato all’arpa al Teatro Valle di Roma la poetessa polacca, la quale in seguito ha scritto di lui: “A Roma c’era un giovane uomo solitario con lo sguardo inquisitivo accovacciato sul palco, che suonava l’arpa mentre leggevo le mie poesie: ci siamo scambiati tanti sorrisi durante tutta la serata, ma solo dopo, quando se ne era già andato, mi hanno detto che era anche lui un poeta. Che fortuna, ho pensato: essere poeti e suonare anche in quel modo! E il Nobel lo hanno dato a me?”.

Esce in questi giorni, sempre per Kolibris e con traduzione inglese a fronte, Felci in rivolta, un “poema orale in quattro parti”: una delle caratteristiche di Francesco Benozzo è infatti la composizione “orale” e non scritta di molti suoi poemi, secondo la tradizione dei “professionisti della parola” dell’Europa arcaica (a questo argomento Francesco Benozzo ha dedicato anche alcuni libri, tra cui La tradizione smarrita, del 2007, Etnofilologia, del 2010, e Le origini sciamaniche della cultura europea, del 2015). Si tratta di un poema annunciato come “un nuovo inoltramento nelle profondità dei paesaggi per parlare di vita e morte, dei fondali del cuore umano e della scomodità della poesia e del poeta, sempre in bilico tra sogno e invettiva, tra nostalgia dell’imperfezione e rifondazione di nuovi mondi”. Tra gli altri poemi, si ricordano Fondazioni / Strofe dell’alluvione vegetale, pubblicato su “La questione romantica”, 19, 2006, Bretagne des Apennins, in lingua francese, pubblicato in Bretagna su “Hopala!” nel 2008, Gondomar. Poema dei fondali, pubblicato in Galizia su “A Trabe de Ouro” nel 2008, e Clogwyn Clarach, un lungo poema in lingua inglese sulla scogliera di Clarach, nel Galles centrale, uscito su “The Welsh Planet” nel 2007.

Come pensatore anarchico, Benozzo ha contribuito alla ridefinizione di una visione del mondo anarchica legata a un nuovo umanesimo, in particolare esposta nel libro-intervista Anarchia e Quarto Umanesimo (Bologna, Clueb, 2012), nonché nel provocatorio Appello all’Unesco per liberare Dante dai dantisti (Alessandria, Edizioni dell’Orso, 2013). La sua idea di anarchia è espressa nell’intervista rilasciata alla rivista “Libertaria” il 16 marzo del 2010, dove dichiara: “L’anarchia è per me un modo di stare al mondo, una spontanea aderenza al ritmo del paesaggio. Per larga parte, si tratta di un altro possibile nome della poesia, dell’essere poeta o del sentirmi poeta. Quando parlo di anarchia intendo anzitutto quella geologica, il ritmo mitocondriale delle pietre, i loro modi millenari di manifestarsi in logiche acentriche e libere. Per come la vedo io, il fatto di essere anarchico significa che io sono anzitutto me stesso, lontano il più possibile dal chiacchiericcio e dal frastuono, più prossimo al soffio delle scogliere. Essere anarchici significa camminare sui tavolati di bassamarea appena dopo che il mare di cose ovvie e senza poesia le ha liberate, e prima che torni la piena delle cose di sempre. Essere anarchico significa stare in bilico tra se stessi e il vento forte dei crinali. Per fermarsi ad ascoltare il respiro di ciò che accade ogni secondo”.

Francesco Benozzo e il Nobel per la letteratura

Le sue reazioni all’inattesa inclusione del suo nome nella rosa dei candidati al Nobel (per ora leggibili nelle interviste alla Gazzetta di Modena e al Corriere della Sera)  sono caratterizzate da autoironia e da una volontà di non venire meno ad alcuni principi cari alla sua visione del mondo: alla domanda se una sua vittoria al Nobel andrebbe presa come il segno di una rivoluzione, ha risposto “Un rivoluzionario può non essere un poeta, ma nessun poeta può non essere un rivoluzionario. La parola rivoluzione è per me un semplice sinonimo della parola poesia. Questa domanda riguarda un’eventualità troppo remota e surreale per essere analizzata, ma al di là di questo mi pare che l’anelito rivoluzionario, specialmente quello poetico, esista soprattutto fuori dalle sale delle accademie, inclusa quella di Stoccolma”.

Nessuna rivoluzione e nessuna teoria, insomma, al di là dei versi e dei paesaggi. Come ha chiarito lo stesso Francesco Benozzo in un passaggio di Onirico geologico:

Valli valli allungate valli sospese sul mare
pietre pietre sonore pietre forgiate dal mare
boschi rovine di boschi boschi sfrangiati nel mare
declinazione irregolare dei sedimenti

cose grandi e lontane: tutte hanno un nome
ma il vero onore l’ho appreso senza parlare
prima di nominarle – voce e respiro –
nella nuda grammatica dell’albero
nella logica anarchica delle frane
nella sintassi dei frammenti d’orogenesi

ecco è arrivato un vento pieno di polline
la partitura muta di ciò che accade
ombre fugaci corrono sui bordi dei crepacci
animali sconosciuti, malinconici

non cerco nulla dietro i fenomeni del mondo
camminando i paesaggi percorro teorie.

Foto | Di Marinoni12 (Opera propria) [CC BY-SA 3.0], attraverso Wikimedia Commons




Davide Meldolesi