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Posted giovedì, 1 Ottobre 2015 by Roberto Russo in Mondolibri
 
 

L’infinito di Giacomo Leopardi: testo, parafrasi e breve commento

Giacomo Leopardi, L'infinito

Il colle dell’Infinito a Recanati

L’infinito è una poesia di Giacomo Leopardi (1798-1837), composta a Recanati nel settembre 1819, pubblicata nel Nuovo ricoglitore nel dicembre 1825, come primo degli Idilli e inserita poi nei Canti, tra i «piccoli idilli» nella sistemazione definitiva del 1845. È una breve, intensa contemplazione, in cui gli elementi paesistici (l’ermo colle, la siepe) vengono assorbiti e trascesi in una profonda esperienza sentimentale e fantastica dell’infinito spaziale e temporale.

Testo de L’infinito di Leopardi

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare

L’infinito di Giacomo Leopardi: parafrasi

Una parafrasi della poesia L’infinito di Giacomo Leopardi è la seguente: Sempre caro mi è stato questo colle solitario e questa siepe che per gran parte impedisce di vedere un tratto dell’orizzonte. Ma stando seduto e guardando, immagino spazi interminabili oltre la siepe, e silenzio profondissimo e quiete assoluta tanto che il cuore quasi si spaventa. Quando sento le foglie delle piante stormire al vento, paragono la voce del vento con quel silenzio infinito: e mi viene in mente il pensiero dell’eternità, il passato ormai morto e l’oggi, presento e vivo, con il suo suono. Così, in questa immensità, annega il mio pensiero: e mi è dolce naufragare in questo mare.

Le figure retoriche ne L’Infinito di Leopardi

  • anastrofe: sempre caro mi fu quest’ermo colle
  • antitesi: questa siepe… da quella; questo infinito silenzio a questa voce; morte stagioni… viva
  • enjambements: interminati / spazi; sovrumani / silenzi
  • iperbole: interminati; sovrumani; profondissima
  • metafora: a questa voce (il vento diventa una voce); il naugrafar m’è dolce in questo mare
  • onomatopea: stormir

Breve commento a L’infinito

L’infinito è una delle più note composizioni poetiche di Giacomo Leopardi e, al contempo, un testo esemplificativo della sua sensibilità che, partendo dalla breve descrizione di un luogo familiare, approda alla vastità dell’universo, del Tutto verso cui tutto tende e in cui si sciolgono i limiti fra il vissuto personale e l’indifferente flusso dell’essere.

Foto | Google Maps




Roberto Russo

 
Roberto Russo è nato a Roma e vive a Perugia. Dottore in letteratura cristiana antica greca e latina, è appassionato del profeta Elia. Segue due motti: «Nulla che sia umano mi è estraneo» (Terenzio) e «Ogni volta che sono stato tra gli uomini sono tornato meno uomo» (Tommaso da Kempis). In questa tensione si dilania la sua vita. Tra le altre cose, collabora con alcune testate online, è editore della Graphe.it, e tanto tempo fa ha pubblicato un racconto con Mondadori.