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Posted mercoledì, 7 ottobre 2015 by Susanna Trossero in Mondolibri
 
 

Massimo Lugli e “Nelmondodimezzo”: intervista all’autore

Massimo Lugli

Lo scrittore Massimo Lugli

Abbiamo avuto il piacere di conoscere Massimo Lugli durante una presentazione romanza del suo libro Nelmondodimezzo. Il romanzo di mafia capitale, Newton Compton Editori.

Per chi ancora non lo conoscesse, Massimo Lugli è un grande giornalista che si è occupato di cronaca nera per quarant’anni, inviato speciale de La Repubblica, e noto e apprezzato scrittore di romanzi gialli. Finalista del premio Strega 2009 e vincitore del premio Controstregati (l’alternativa al Premio Strega), durante la suddetta presentazione ha deliziato il suo pubblico con grande semplicità, raccontandosi e raccontando non solo del romanzo ma anche di tutto ciò che vi sta dietro, per esempio il suo mestiere di giornalista. Perché se è vero che i personaggi di Massimo Lugli sono frutto della sua vivace fantasia, è anche vero che attinge dalla memoria e dalle esperienze per farli muovere e vivere tra le pagine.

Vorremmo presentarvelo attraverso questa intervista che gentilmente ci ha concesso.

Intervista a Massimo Lugli

In genere sono le biografie a raccontare “le gesta” di un autore, ma noi di GraphoMania vorremmo farle una domanda un po’ particolare sulla sua essenza, piuttosto che su tutto ciò che ha fatto: chi è Massimo Lugli?
Beh è la domanda da un milione di dollari… A sessant’anni suonati lo devo ancora capire bene. Credo di essere un tipo abbastanza socievole, curioso, testardo, contraddittorio. Sono capace di grandi rigidità, anche se tento di adeguarmi ai cambiamenti e forse per questo studio da anni la filosofia taoista, tutta imperniata sul wu wei, sul non opporsi al fluire delle cose. Il concetto è semplice, metterlo in pratica è un’altra storia e infatti, quasi sempre, non ci riesco. Ho enormi problemi con la tecnologia ma credo che per chi, come il sottoscritto, ha iniziato a scrivere con la penna e il calamaio sia abbastanza normale. Sul lavoro sono più un gregario che un capo, detesto l’autorità in tutte le sue forme, penso di poter essere definito un bastian contrario di professione. Sono separato, non ho figli, adoro gli animali e i miei rapporti sentimentali oscillano regolarmente tra entusiasmo e catastrofe. La nota positiva è che sono un lettore onnivoro, ai miei editori dico sempre che se come autore non sarò un gran che come lettore ho pochi rivali. Adoro i romanzi storici, gli autori che li scrivono sono i miei idoli. Che altro? Vivrei sugli aerei, mi piace da morire viaggiare e per anni sono stato capogruppo di Avventure nel mondo. Ora che sono in pensione ne approfitto per girare un po’ il mondo: sono appena tornato dalla Spagna, quest’estate sono stato in Uganda e a dicembre andrò in Lapponia. La mia lista di posti da visitare si allunga in continuazione, così come quella dei libri da leggere… Non so se ho risposto alla domanda in modo esauriente ma di sicuro l’ho fatto con sincerità. Dire sempre quello che penso è uno dei miei pregi e al tempo stesso uno dei miei difetti cronici, qualcosa che in passato ho pagato spesso, anche duramente.

Massimo Lugli, Nelmondodimezzo. Il romanzo di mafia capitale

Copertina del libro “Nelmondodimezzo” (Newton Compton) di Massimo Lugli

Lei si è occupato di cronaca nera per una vita intera, visitando i bassifondi, muovendosi spesso la notte, avendo a che fare con situazioni cruente e con personaggi che vivono in un mondo più o meno sommerso ma sempre regolato da leggi che niente hanno a che fare con quelle ufficiali. Che cosa la spinse, tanto tempo fa, a dedicarsi a questo tipo di giornalismo? Ci fu un momento in cui seppe che quella sarebbe stata la sua strada?
Sì, anche questo viene da un libro: Conversazione nella «Catedral», di Mario Vargas Llosa. Il protagonista, Santiago Zavala, scopre che suo padre è implicato nel golpe cileno, scappa da casa e decide di mettersi a fare il cronista di nera, la forma più umile e secondo me più nobile del giornalismo. Per me è stata una folgorazione, ho capito qual era il mio scopo nella vita: volevo fare la nera a Paese Sera. Non in un altro giornale, a Paese Sera: volevo aspettare ore nei commissariati, farmi mandare al diavolo dai parenti dei morti e dai poliziotti, vedere i cadaveri, tirare tardi coi colleghi e tutto il resto. Con la mia cronica testardaggine tanto ho fatto che sono riuscito a farmi accettare come volontario (la parola precariato non esisteva ancora), sono stato assunto a vent’anni e non ho più smesso fino a sessanta. Credo di essere uno dei pochissimi giornalisti che, pur diventando inviati speciali, non hanno mai cambiato settore, non hanno mai fatto il caposervizio, sono rimasti per tutta la carriera in cronaca locale. Ma era quello che volevo fare e l’ho fatto.

Durante le presentazione del suo romanzo “Nelmondodimezzo”, abbiamo avuto l’impressione che le sue parole rivelassero una forma di attrazione – se così vogliamo chiamarla e ci perdoni il termine – per “i delinquenti di un tempo”, rispetto a ciò che ad oggi si vede in questo nostro paese. Se è così, ce ne racconta le ragioni?
Sì, è proprio così. Rimpiango la mala degli anni 70, i marsigliesi, con la loro strafottenza, le loro regole d’onore, la pistola facile ma anche un codice malavitoso che ormai non esiste più. Era un milieu feroce, spietato, che non consentiva infamità e puniva gli sgarri col sangue e col piombo… Turatello, Vallanzasca, Berenguer, Bergamelli… Grandi banditi, certamente ma con una loro, anche se incomprensibile, dirittura morale. Dai tempi della Magliana in poi, soprattutto a Roma, è cambiato tutto. Ricordo di aver intervistato in carcere Jean Daniel Nieto, il rapitore di Giovanna Amati: un personaggio incredibile, da film, che mi disse candidamente: «C’è chi nasce con la vocazione del poeta o dello scrittore… Beh la mia era quella del bandito, che ci vuoi fare?» Lo capii benissimo, tanto che per anni ci siamo scritti regolarmente. Ma vorrei aggiungere una cosa: non ho mai dimenticato che questi personaggi hanno provocato dolore e lutto in molte famiglie. La mia compassione (nel senso buddista del termine) e profonda comprensione va innanzitutto alle vittime incolpevoli e credo che la mitizzazione della mala, in termini letterari, cinematografici o televisivi sia spesso deleteria. Lo so, anche questa è una contraddizione ma qualcuno, ben più saggio di me, ha scritto: “Mi contraddico? Ebbene mi contraddico. Sono vasto, contengo moltitudini…”.

Scrivere di cronaca impone il raccontare ciò che realmente accade o è accaduto; scrivere un romanzo regala la possibilità di lasciarsi andare alla fantasia, d’essere padroni della situazione e di poter curare la regia di fatti accaduti o azioni e reazioni dei personaggi. In quale delle due forme di scrittura lei si sente meglio?
Credo che le due cose siano complementari, un po’ come lo yin/yang, almeno per me. La nera, anche se racconta fatti reali, è una forma molto letteraria di giornalismo perché parla di passioni primarie: dolore, odio, lutto, morte. Ma fin dall’inizio ho pensato che non mi sarebbe bastata, che volevo far volare anche la mia fantasia, mettere alla prova quel po’ di creatività che ho, uscire dagli stilemi giornalistici. Ho scritto il mio primo romanzo a ventidue anni, un libro così bello che nessuno ha voluto pubblicarlo, anche se mi hanno riempito di complimenti. Ci ho riprovato molti anni dopo con lo stesso risultato. Testardo come sempre ho insistito e al terzo tentativo ho trovato un editore, la mia adorata Newton Compton. Tempo dopo, il secondo romanzo è uscito nella collana Live: terzo in classifica italiana per due o tre settimane, merito ovviamente del prezzo stracciato di 99 centesimi ma forse anche un po’ dell’autore… Il primo libro è rimasto nel cassetto e sta ancora lì. Oggi mi sento più scrittore che cronista anche perché, come molti giornalisti anziani, nella professione, così com’è cambiata, mi riconosco solo in parte.

A proposito di Mauro Corvino, il cronista protagonista principale dei suoi romanzi definito suo alter ego: gli invidia qualcosa? Ovvero, c’è qualcosa della personalità di Corvino che vorrebbe le appartenesse?
Marco Corvino sono io e al tempo stesso è quello che vorrei essere. Ha tutti i lati del mio carattere portati all’estremo: è indisciplinato, cocciuto, indomabile e i suoi amori sono inevitabilmente fallimentari. Pratica le arti marziali e il tiro a segno come me. Non scende a compromessi a differenza del sottoscritto, è duro come il granito, non si arrende mai. E questo glielo invidio: io, per forza di cose, più di una volta ho dovuto cedere e abbassare la testa. Non ho mai picchiato un caposervizio, anche se ci sono andato vicino, lui sì… E oggi vorrei tanto averlo fatto. Ma la cosa che invidio di più a Marco è Paolo, suo figlio. Io mi sono inventato un figlio di carta, in mancanza di uno vero… O magari anche due o tre, mi sarebbe piaciuto da morire potermi guardare nella crescita di un bambino, di un adolescente, di un ragazzo.

In una intervista ha dichiarato: “Amo le arti marziali con tutto me stesso e senza la pratica non credo che sarei mai stato capace di lavorare e superare tanti momenti difficili della mia vita”. Che cosa rappresenta per lei questa disciplina? Quali sono stati i grandi insegnamenti che ne ha tratto?
Le arti marziali sono la mia vita. A nove anni sono entrato in una palestra di judo e sono rimasto incantato. Come tanti marzialisti, ho cambiato spesso disciplina: tae kwon do, karate goyu ryu, wing tsu, tai ki kung e qualche incursione nelle arti occidentali di combattimento che non hanno niente da invidiare a quelle orientali. Cambia la tecnica, lo spirito è pressappoco lo stesso: tenacia, rispetto, umiltà. Il combattimento è un mezzo, non un fine e questo fa la differenza tra le arti marziali e gli sport (nobilissimi) di confronto individuale come savate, kickboxing, lotta o muay thay. Le arti marziali, quelle che ho praticato e quelle che ho seguito da appassionato spettatore, mi hanno insegnato la perseveranza, la disciplina, la pratica quotidiana, la concentrazione ma soprattutto la gentilezza, anche se sembra un paradosso. Il rapporto col maestro e con gli altri praticanti è qualcosa che si affina negli anni e che ti cambia profondamente. Da ventitré anni sono allievo di un maestro cinese, Ming Wong C.Y. che insegna una versione familiare e tradizionale del tai chi, tipico approdo di chi, a una certa età, si rivolge alle discipline interne: il vero avversario è dentro di te. Beh credo di aver imparato soltanto questo ma, se comincio a cianciare di arti marziali, rischio di provocare un attacco di narcolessia ai lettori ed è meglio che mi fermi qui.

Per concludere: dopo quarant’anni di cronaca nera, tanti romanzi di successo e prestigiosi premi, qual è il sogno nel cassetto di Massimo Lugli?
Aprire una mia scuola di arti marziali che si chiamerà “Il fiore del Tao”. E scrivere un romanzo storico. Il tema già ce l’ho: battaglia di Crécy, 26 agosto 1346. Sotto un diluvio scrosciante, gli arcieri inglesi fanno strame della cavalleria pesante francese: fango, sangue, nugoli di frecce, armature trafitte, destrieri da guerra impazziti. Ne ho letto a diciotto anni in un libro sui “secoli bui” e ci rimugino da allora. Per ora sono riuscito a farne un racconto, uscito su una rivista letteraria col titolo L’ultima freccia. Per il romanzo prendo tempo, forse lo scriverò e forse no, Inshallah. È bello avere un’aspettativa nella vita.




Susanna Trossero

 
Susanna Trossero è nata a Cagliari e vive a Roma. Ha fatto della scrittura la sua principale occupazione. Ha pubblicato poesie, raccolte di racconti, romanzi, e sta lavorando ad altri progetti. È un’appassionata di racconti brevi.