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Posted lunedì, 12 Ottobre 2015 by Davide Meldolesi in Mondolibri
 
 

Francesco Benozzo “osservato speciale”. Un’intervista al poeta appenninico dopo l’assegnazione del Nobel a Svetlana Alexievich

Francesco Benozzo

Il poeta Francesco Benozzo

Abbiamo posto alcune domande a Francesco Benozzo, candidato Nobel italiano per la letteratura, dopo l’assegnazione del premio a Svetlana Alexievich. Lo ringraziamo per la celerità e per la cortesia con cui ha accettato di rispondere.

Ha già dichiarato in alcune interviste che la sua candidatura era una candidatura “di protesta”, e di non avere mai nemmeno lontanamente pensato alla possibilità di raggiungere il premio. Eppure sul sito ufficiale del Premio Nobel il suo nome è arrivato primo in un sondaggio in cui i lettori erano invitati a dare la loro preferenza. Che effetto le fa comparire, almeno in quel contesto, davanti a Milan Kundera, Philip Roth o Haruki Murakami?
Non riesco a comprenderlo e non ho seguito la vicenda. Quello che so e che è certo è che il Nobel lo ha vinto Svetlana Alexievich. Semmai questo piccolo fatto di cui lei mi parla va visto come un esempio o una conseguenza di ciò che sono le nostre società. Ho sempre pensato che le società contemporanee (non faccio qui distinzioni geografiche o geoculturali, e con “contemporanee” intendo qualcosa che parte forse già dal Neolitico e arriva fino ad oggi) si fondino su una specie di anelito verso ciò che è irreale e verso ciò che è inutile. Non mi pare infatti che la società esprima i nostri bisogni reali, mi pare piuttosto che tenda a soffocarli, a celarli, col risultato di crearne sempre di nuovi. Allontanandoci da ciò che è profondo, e tendendo a vivere in superficie, finiamo per conferire pregio a ciò che non può averne. Chi ha espresso una preferenza per me in quel sondaggio del sito del Nobel ha agito mi pare in balìa di questa deriva. E io stesso agirei in nome di questa tendenza dell’uomo contemporaneo se dessi un qualche peso al risultato di quel sondaggio. Diciamo che essere davanti a Roth o Murakami nelle preferenze dei visitatori del sito del premio Nobel rappresenta ai miei occhi qualcosa di irreale oltre che di inutile.

Conosce l’opera della Alexievich?
No. Difficilmente leggo la prosa contemporanea.

In un’intervista a Radio 3 di un paio di settimane fa, in cui le si domandava se una sua vittoria al Nobel avrebbe potuto essere vista come il segno di una rivoluzione, lei ha risposto che l’anelito rivoluzionario, specialmente quello poetico, esiste solo fuori dalle sale delle accademie, inclusa quella di Stoccolma. Non crede che esistano invece possibilità imprevedibili, e che anche le rivoluzioni possano passare per questa imprevedibilità?
Oh sì che ci credo. Eccome! Credo anzi che le uniche cose che contano davvero sono quelle imprevedibili. Non sto parlando di quegli eventi caratterizzati dal cosiddetto “effetto sorpresa”. Parlo della capacità di comprendere ogni evento che accade su questa terra come imprevedibile e unico. Ma mi sembra anche che la nostra specie, nella lotta che da sempre intraprende contro la propria prevedibilità biologica, risulti in fondo molto più prevedibile del determinismo che crede di combattere. L’ossessione classificatoria e combinatoria della scienza ne è un esempio. E le rivoluzioni, che sono un’invenzione peculiare della nostra specie, appaiono ormai chiaramente soggette a leggi – non scritte – piuttosto scontate, su cui sarebbe addirittura facile scommettere.

Posso sapere, al di là delle valutazioni che lei fa e che la mostrano distante e, se ho ben capito, autoironico, come si è veramente sentito quando ha saputo della sua candidatura al Nobel?
Credo che sia una risposta fin troppo facile. Se, al di là dei bisogni biologici, c’è un desiderio segreto che accomuna tutti, i reietti e i fortunati, gli esclusi e i detentori degli strumenti di esclusione, è quello di essere elogiati. È così perché ognuno di noi è solo e insicuro, specialmente forse quando non sembra esserlo. Quasi tutto in noi nasce da un desiderio di gloria, e l’adulazione è un meccanismo che funziona piuttosto bene con ogni soggetto umano. Personalmente dubiterei che chi dichiara di essere indifferente a tutto, e anche chi lo è realmente, sia indifferente anche ai complimenti. La mia candidatura al Nobel ha suscitato in me, come è ovvio e intuitivo, qualche turbamento, che però credo di aver manifestato in modo non spudorato.

Al di là delle sue posizioni così chiare, ha sentito qualcosa che assomiglia in qualche modo a una delusione quando ha saputo di non essere stato lei a vincere il premio?
Se mi fa questa domanda evidentemente le mie posizioni non le risultano così chiare come dice… Può darsi, comunque, che potrebbe porla con più successo a chi non è nella rosa dei candidati. Le posso assicurare che la candidatura al Nobel costituirebbe già di per sé l’obiettivo di un’intera vita per molti poeti e scrittori. Così almeno mi è parso di capire se devo giudicare da alcune manifestazioni di invidia e rancore che alcuni di essi, a vario titolo e in modo davvero inatteso, mi hanno fatto pervenire a vario titolo in questi due mesi.

Credo di capire. Le chiedo, invece, se può dirmi come cambia il modo di scrivere quando si sa di essere “osservati speciali”
Quella che cambia, a parte le frequenti e a me incomprensibili interviste che un poeta – e in particolare un poeta che vivrebbe volentieri appartato – si trova a dover affrontare, è forse la percezione, dentro di me, dei miei eventuali lettori. Io ho passato la mia vita pensando di scrivere soprattutto, e in molti casi direi proprio esclusivamente, per una forma di contatto e di frequentazione con i grandi poeti del passato. Adesso sento che devo affrontare la sconcertante possibilità che qualche mio verso sia letto da persone in carne ed ossa. Cambia dunque questo: che io, istintivamente, devo far capire a questi eventuali lettori o ascoltatori, che la mia poesia vive soprattutto, per vocazione, in un non tempo: in una dimensione che non è né mia né di chi legge o ascolta i miei versi. L’aspirazione, in questo senso, diventa forse di portare anche chi legge e ascolta al di là di se stesso e del proprio tempo.

Ha a che fare con questo la scelta, per lei privilegiata, del poema epico?
Non saprei. Per me è un istinto. Di certo so che, per istinto, non scriverei mai un romanzo. Quindi forse sì, se il romanzo è soprattutto il luogo della dimensione dialogica e polifonica, la mia scelta e il mio istinto hanno in qualche maniera a che fare con un rifiuto del dialogo, a favore di qualcosa di più ritualizzato e meno riconoscibile, che è a monte del dialogo stesso e lo comprende. Qualcosa che forse parla di una mia avversione a ciò che si intende comunemente per letteratura, o di una mia incapacità di accettarla anche solo come possibilità.

Esce in questi giorni il suo nuovo poema, “Felci in rivolta”. Può dirci a grandi linee di che cosa parla?
L’ho composto pensando di parlare prima di tutto della bellezza dei luoghi d’Appennino. Partendo da quelli, ho poi forse accennato all’ingombrante e scomoda evidenza e magnificenza del corpo umano, quando è percepito con gli stessi occhi che guardano un paesaggio.

C’è un verso di questo poema in cui lei scrive che la poesia è come una “grandinata inattesa” che tinge di rosso sangue il mare, come nelle mattanze delle balene. È davvero così che vede la poesia?
La poesia è in sé violenta, perché non può che essere una forma di lotta. Una lotta contro le abitudini e i luoghi comuni. Ho usato quell’immagine aggiungendo che le sillabe usate dai poeti sono come le fiocine che uccidono e spiaggiano le balene dell’abitudine. Nessun grande poeta, da Dante a Séamus Henaey, esiste al di fuori di questa autocoscienza di lotta. Ed è proprio grazie a questa irruenza congenita della poesia che essa è anche leggera, a volte inerme, e sempre indifesa. Ma un vero poeta è sempre dentro alla rivoluzione, e solo per questo può diventare, paradossalmente, il più grande interprete dei desideri di quiete e delle nostalgie di dimore tranquille. Quiete e dimore che quasi mai, o molto raramente, ha la possibilità di conoscere davvero nella realtà.

Foto |  (Opera propria) [CC BY-SA 4.0], attraverso Wikimedia Commons




Davide Meldolesi