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Posted 18 Novembre 2015 by Roberto Russo in Mondolibri
 
 

Marilù Oliva e “Lo zoo”: intervista

Marilù Oliva

Marilù Oliva

Già prima di iniziare a leggere, sappiamo che Lo zoo, romanzo noir di Marilù Oliva, parla proprio di uno zoo come il titolo lascia intendere, ma uno zoo del tutto particolare: una piantina all’inizio del romanzo ci mostra la struttura dello zoo in questione e ci indica chi vive nelle gabbie. In ordine, troviamo l’Uomo Scimmia, la Donna Anfora, l’Angelo, El Pequeño, la Sirena, il Ciclope e la Strega. È “Lo Zoo della tenuta delle Pescoluse”, dice la didascalia della piantina.

Marilù Oliva ci porta, così, all’interno di una ricca dimora del sud Italia che, come uno scrigno, custodisce questo particolare giardino zoologico, ben nascosto agli occhi dei più. Nel romanzo facciamo la conoscenza di chi abita in quelle gabbie e di chi ce li ha messi e anche il perché di questa struttura che ha tutto il sapore del grottesco. Essendo un noir, poi, non manca l’aspetto del giallo, con una morte inspiegabile.

Abbiamo incontrato Marilù Oliva a Perugia, in occasione di Umbrialibri 2015, e le abbiamo rivolto alcune domande sul suo romanzo.

Marilù Oliva, Lo zoo

Copertina del romanzo “Lo zoo” di Marilù Oliva (Elliot edizioni)

A proposito di zoo, ti chiederei di fare un commento a questa frase di Gaston Berger (1896-1960), filosofo francese: “Lo zoo non può non deludere. Lo scopo pubblico degli zoo è quello di offrire ai visitatori l’opportunità di vedere gli animali. Ma in nessuna parte di uno zoo un estraneo può incontrare lo sguardo di un animale. Al massimo, l’animale occhieggia e va oltre. Loro sono da un’altra parte”.
Lo zoo come luogo-non luogo presuppone uno spettacolo. Chi va allo zoo lo fa per vedere gli animali, ma anche gli animali guardano noi e noi ci guardiamo attraverso i loro occhi, anche inavvertitamente. Ricordo un gorilla in uno zoo il cui sguardo era indefinibile, uno sguardo che mostrava che non solo si rendeva conto della situazione, ma si anche della miseria della nostra situazione, costretti a pagare un biglietto per fruire della prigionia di esseri viventi in prigione. Lo zoo, poi, può diventare metafora della nostra condizione umana: siamo tutti ingabbiati nelle nostre prigioni, chi più chi meno; la prigione può essere più stretta o più comoda, ma la società stessa ci relega, con ruoli ben definiti, anche all’interno della famiglia e dei rimandi parentali o amicali, con tutte le aspettative di cui ci caricano le persone che amiamo, i colleghi di lavoro o i doveri stessi: in un modo o nell’altro tutte queste sono gabbie.

Quindi sei d’accordo con Aldous Huxley (1894-1963) che afferma: “Non c’è libertà a questo mondo; solamente gabbie dorate”.
Verissimo! L’unico appunto che faccio a Huxley è che le gabbie dorate esistono solo per i più fortunati… o per gli illusi. Poi dobbiamo metterci d’accordo sul concetto di libertà. È vero che posso parlare di libertà finché non danneggio l’altro, ma allora devo rinunciare all’idea di libertà totale. Da qui scaturisce una riflessione sull’anarchia, che potrebbe essere la migliore forma di vivere, se fossimo già socializzati e in grado di rapportarci gli uni agli altri. Ma la storia ci insegna che le cose non stanno così, abbiamo bisogno di freni, di leggi, di paletti: l’anarchia è veramente un’utopia irrealizzabile.

Ma che cos’è la normalità?, si chiede la Donna Anfora. Che risposta possiamo dare?
La risposta del romanzo Lo zoo a questa domanda è nell’ultima pagina. Come autrice ti dico che la normalità non esiste, perché dipende dal nostro canone individuale. Solitamente chi ha un problema significativo con il diverso o è lui stesso diverso o anela a esserlo o ancora ha alle spalle un background di problematiche e pregiudizi. E se non si può definire in senso univoco la normalità l’unica spiegazione che resta è che non esiste una normalità standard vestibile per tutti..

Iginio Ugo Tarchetti in un suo racconto sosteneva che la lettera U fosse terribile, “una vocale spaventosa”. Tu quando scrivi ti lasci trasportare dal suono di alcune parole invece che di altre? Nel leggerti ho l’impressione che tu prediliga parole che hanno una sapore evocativo e un po’ onomatopeico. Un esempio da Lo zoo: “L’estate salentina arranca in oro liquefatto. Cola su campi rossi, sugli uliveti rugosi, si disfa nell’aria stanca di luglio così rovente che, delle volte, gli orologi si fermano e le cicale interrompono il canto”.
Ho il culto di alcune parole e devo stare attentissima a evitare ripetizioni perché ci sono parole che preferisco. Come verbo, per esempio, mi piace molto sciogliere perché lo si può adoperare su tutto: sugli stati d’animo, su un solido, su qualsiasi cosa. E poi ha un suono meraviglioso. Però io so che sciogliere lo posso usare una volta, tuttalpiù due volte – all’inizio e alla fine di un romanzo: in questo sono molto puntigliosa e soprattutto alla fine della scrittura controllo tutte le ripetizioni e le parole utilizzate. Poi ci sono alcune parole che mi piacciono tantissimo. Ne Lo zoo ci sono il Ciclope e la Sirena: io sapevo già che avrei fatto una chiusura con il binomio due creature mitologiche. Ci sono parole a cui tengo o che addirittura mi annoto, magari derivanti da una suggestione che ricevo dalla lettura di altri libri. Le parole sono un ponte tra te e l’immaginario e quindi vanno utilizzate con molto scrupolo, con coraggio e con determinazione.

Il tuo romanzo Le Sultane ha ricevuto la menzione speciale per il premio “A qualcuno piace leggere” Memorial Gaia Di Manici-Proietti. Come mai, secondo te, qualcuno è così perverso tanto che gli piace leggere?
Ci sono diversi motivi perché possa piacere leggere e dobbiamo tener presente che esiste una narrativa e una letteratura. Chi legge narrativa lo fa per distrarsi, per evadere, per divertirsi, per avere un intrattenimento. C’è un divario enorme tra la narrativa e la letteratura, ma è giusto che sussistano entrambe. Nella letteratura il discorso si fa un po’ più serio, perché nella letteratura è come se tu cercassi uno sguardo ulteriore sul mondo. La letteratura non deve necessariamente darti una risposta, ma metterti in condizione di porti ulteriori domande o per avere nuove possibilità, nuovi orizzonti o per sentirti meno solo o per vivere di più, qualitativamente e quantitativamente. Per vivere più vite, come ha detto, ad esempio, Umberto Eco – e non solo lui. Leggendo letteratura si spalancano tanti universi: perché rinunciarci?




Roberto Russo

 
Roberto Russo è nato a Roma e vive a Perugia. Dottore in letteratura cristiana antica greca e latina, è appassionato del profeta Elia. Segue due motti: «Nulla che sia umano mi è estraneo» (Terenzio) e «Ogni volta che sono stato tra gli uomini sono tornato meno uomo» (Tommaso da Kempis). In questa tensione si dilania la sua vita. Tra le altre cose, collabora con alcune testate online, è editore della Graphe.it, e tanto tempo fa ha pubblicato un racconto con Mondadori.