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Posted 10 Gennaio 2016 by Roberto Russo in Premi letterari
 
 

Un ricordo del poeta Jaroslav Seifert a trent’anni dalla morte

Jaroslav Seifert

Jaroslav Seifert

Era il 1984 quando Jaroslav Seifert, poeta e giornalista ceco, ricette il Premio Nobel per la letteratura con la seguente motivazione: “per la sua poesia che, dotata di freschezza, sensualità e inventiva, fornisce un’immagine di liberazione dello spirito e della versatilità indomita dell’uomo”. Primo ceco a vincere il Nobel per la letteratura, Jaroslav Seifert è considerato uno dei grandi poeti contemporanei e attivo ispiratore dei principali movimenti avanguardisti cechi, tra cui figura il cosiddetto poetismo.

Chi era Jaroslav Seifert

Jaroslav Seifert nacque a Praga il 23 settembre 1901 e morì nella stessa città il 10 gennaio 1986.

Nel 1920 partecipò alla costituzione del gruppo Devětsil, che ebbe forte influsso nella letteratura ceca posteriore, e che combinava i principi della rivoluzione russa ai movimenti futuristi e dadaisti. Nel 1921 fu anche membro fondatore del Partito Comunica cecoslovacco che poi abbandonò nel 1929, dopo un viaggio nell’Unione Sovietica.

Sulla spinta del gruppo Devětsil pubblicò il suo primo libro di poesie, Città in lacrime (1921) per poi iniziare un cammino esteticamente più radicale e lontano dalle dottrine sovietiche che confluirono ne Nient’altro che amore (1923) opera che è alla base dei principi del “poetismo”. Negli anni seguenti, senza abbandonare i movimenti e le pubblicazioni socialiste, approfondì l’avanguardia della sua creazione poetica in titoli come Sulle onde del telegrafo senza fili (1926), L’usignolo canta male (1926) – in cui già si percepisce una concezione del mondo pessimista – e Il colombo viaggiatore (1929). Negli anni Trenta, mano a mano che la situazione politica e sociale andava degradandosi, si rivolse al classicismo e la sua voce divenne più chiara e forte. Il titolo che segna questo giro di boa è La mela dal grembo (1933), in cui il poeta considera conclusa la propria fase giovanile per diventare un gran maestro di quel verso musicale ed espressivo che gli porterà grande popolarità. Le braccia di Venere (1936) e Primavera addio (1937) sono libri che si inseriscono in questo solco.

Sotto l’occupazione tedesca e all’inizio della seconda guerra mondiale scrisse versi patriottici e antifascisti che troviamo in Otto giorni (1937), Spegnete le luci (1938) e Il ventaglio di Bozena Nemcová (1940). Praga occupata è la città che canta in titoli come Vestita di luce (1940) e Ponte di pietra (1945). Jaroslav Seifert continuò a scrivere e a pubblicare anche a guerra terminata, ma, dopo aver pronunciato un discorso critico contro la politica culturale imposta dal regime stalinista, venne ostracizzato per diversi anni.

Jaroslav Seifert comparve nuovamente sulla scena pubblica nel 1965 con Il concerto sull’isola, libro a cui sono seguiti La cometa di Halley (1967) e La colata delle campane (1967). Venne eletto presidente dell’Unione degli Scrittori Cecoslovacchi e in questa veste condannò l’invasione sovietica del suo Paese, presa di posizione che gli provocò non poche difficoltà, tanto che diversi suoi libri vennero poi pubblicati direttamente in Germania e non in patria.

Seguì un decennio di silenzio fino a quando non firmò, nel 1977, la Charta 77, la più importante iniziativa del dissenso in Cecoslovacchia, a favore della libertà di espressione e del rispetto dei diritti umani in genere.

I suoi ricordi hanno visto la luce nel 1981 con il titolo Tutta la bellezza del mondo mentre nel 1983, un anno prima di ricevere il Nobel, ha visto la luce la sua ultima raccolta poetica: Essere poeta.

Il 23 settembre 2011 Google ha realizzato un doodle, disponibile solo nella Repubblica Ceca, dedicato a Jaroslav Seifert in occasione del suo 110° anniversario della nascita.

Tre poesie di Jaroslav Seifert

Dalla raccolta Vestita di luce. Poesie 1925-67 pubblicata da Einaudi con la curatela di Sergio Corduas riportiamo tre poesie di Jaroslav Seifert.

Se dite che i versi sono anche canto

Se dite che i versi sono anche canto
– e si dice –,
tutta la vita ho cantato.
E ho camminato con quelli che nulla avevano,
né luogo né fuoco.
Ero uno di loro.

Ne ho cantato il dolore,
la fede, la speranza,
con loro ho vissuto
ciò che vissero. Angoscia,
debolezza, paura e coraggio,
e la tristezza della miseria.
E il loro sangue, quando scorreva,
spruzzava me.

Ne è scorso sempre abbastanza
in questo paese di dolci fiumi, erbe, farfalle,
e donne appassionate.
Anche le donne ho cantato.
Accecato dall’amore,
nella vita ho brancolato,
inciampando in un fiore perduto
o gradino d’antica cattedrale.

Il bisbiglìo reticente

Il bisbiglìo reticente di una bocca baciata
che sorride: sì
non lo sento da molto tempo.
E poi non mi spetta.
Mi piacerebbe però trovare ancora parole
che fossero impastate
con mollica di pane
o profumo di tiglio.
Ma il pane è ammuffito
e i profumi sono amaricati.

E attorno a me strisciano parole in punta di piedi
e mi strangolano
se voglio afferrarle.
E i colpi delle maledizioni rimbombano sulla porta!
Se le costringessi a danzare per me,
resterebbero mute.
E per giunta zoppicano.

Però so bene
che un poeta deve sempre dire più
di ciò che sta nascosto nel rombo delle parole.
Ed è la poesia.
Altrimenti non potrebbe con la búrbera del verso
cavare un bocciolo da strascichi di miele
e forzare il brivido
a corrervi per la schiena
quando spoglia la verità.

Versi

Isolarsi con chi, con chi restar solo
e star piantati sopra l’abisso?
E piangere? Pianse una volta il vecchio Abramo
e un angelo s’involò in manto d’ermellino.

Io non so dove è il Nord, mente il compasso
e mentono tutte le ragazze.
Corri al crocevia, tre vie insieme
ti indicherà la colonna.

Dai capelli delle giudee esala odore forte,
sono le comete che volano.
Mi ròteano gli occhi, ma solo a ellissi
che non sono visibili.

Abbiamo dimenticato le Muse,
quelle senz’ali.
Avere per amanti le Meduse, ah le Meduse,
che dànno baci incandescenti.

Un bastone di corallo e poi via,
dove regnano le seppie,
gustar latte di balene
se qualcuno c’è che te lo versa.

Adieu, adieu, adieu!

Foto | Di Hana Hamplová (Opera propria) [CC BY-SA 3.0], attraverso Wikimedia Commons




Roberto Russo

 
Roberto Russo è nato a Roma e vive a Perugia. Dottore in letteratura cristiana antica greca e latina, è appassionato del profeta Elia. Segue due motti: «Nulla che sia umano mi è estraneo» (Terenzio) e «Ogni volta che sono stato tra gli uomini sono tornato meno uomo» (Tommaso da Kempis). In questa tensione si dilania la sua vita. Tra le altre cose, collabora con alcune testate online, è editore della Graphe.it, e tanto tempo fa ha pubblicato un racconto con Mondadori.