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Posted domenica, 24 Gennaio 2016 by Antonella Serrenti in Racconti e testi
 
 

Il disagio del dolore altrui

Il disagio del dolore altrui

Il disagio del dolore altrui. Un racconto-riflessione

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ono sola, davanti a un foglio bianco che non riesco a sporcare, in ascolto di me stessa. Non ho attorno a me alcun pubblico desideroso di far parte del mio sentire, eppure la mia mano trattiene la penna, quasi intimidita.

Mi domando se sia un déjà-vu composto di emozioni e parole che non vogliono rivelarsi, oppure se è il pudore di raccontare sentimenti non miei a impedirmi di scrivere.

È difficile tradurre in semplici parole ciò che ho percepito nell’intimo e nelle lacrime di due genitori che hanno perso il loro unico figlio. La disarmonia che ho respirato nella loro casa mi ha sussurrato frasi fino a ora sconosciute e mi ha trasmesso una profonda tristezza, come se tutta la desolazione che mi circondava facesse oramai anche parte di me.

Il figlio dentro una bara, i genitori dentro una tomba

Ho viaggiato con lo sguardo tra i muri e gli oggetti di quel luogo… Tutto era stato privato di ogni colore, mancava l’aria e si avvertiva l’odore della fatica alla sopravvivenza di un dolore talmente grande da avere mutilato due vite.

Ero avvilita, e mentre fissavo le pareti tappezzate di fotografie non pensavo più a niente, a parte il fatto che stavo guardando il sorriso di un ragazzo che non c’è più.

Sono passati quasi quattro anni, quattro anni di non vita o di ciò che ne resta in queste due anime, e guardandole penso a un futuro che – assieme al loro figlio – non arriverà mai. Un futuro fatto di chiacchiere, di auguri e di brindisi per feste e compleanni, di litigi e di sorrisi.

Intanto, qui sul loro divano, si parla e si racconta, ma ogni parola è un grido di dolore che aiuta a tenersi in equilibrio nel nulla.

Anni di un’esistenza dove i giorni si susseguono con una lentezza esasperante, perché si desidera la solitudine, il buio. Ma la notte è breve, e per paura del sorgere del sole (sempre troppo puntuale) basta una pillola. Una pillola come unico strumento per allontanare il momento del dover avere rapporti con l’esterno, del dover affrontare dialoghi impacciati leggendo nello sguardo delle persone l’imbarazzante disagio di fronte al dolore altrui.

La pillola del non vivere, del creare il vuoto nero intorno.

In quell’angoscia, in quella luce artificiale fatta di ombre e di malinconica pesantezza, dai loro corpi costretti da tempo in uno spazio troppo ristretto traspira solo rabbia, annientamento e impotenza.

Il figlio dentro una bara, i genitori dentro una tomba…

Sento in loro l’ansia di conoscere e di guardare oltre l’immobilità della morte, l’attesa di un segno, di una parola, la ricerca spasmodica di una carezza o di una fonte di luce.

Cercano la loro vita nella vita del loro figlio morto; pur non guardandosi più negli occhi, bramano un dialogo che, prima di essere parole, passi dagli occhi al cuore, e scavano nel vuoto nero alla ricerca di una traccia, di un’indicazione, di un’ipotesi da seguire.

Capire.

Capire chi è stato, come sia potuto accadere, in che modo.

Ma cercano anche un mediatore che li metta in bilico tra la dimensione del visibile e quella dell’invisibile, che accolga le loro anime tormentate e realizzi i loro umani desideri.

Solo un genitore può amare così, senza misura né logica, soprattutto una madre!

Spero riescano a trovare la scintilla di luce e il raggio di comprensione, che sempre si celano nel dolore e nella sofferenza. Perché possano, un giorno, ricominciare almeno a respirare.

Foto | Pixabay




Antonella Serrenti