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Posted sabato, 20 Febbraio 2016 by Roberta Barbi in Mondolibri
 
 

È morto Umberto Eco, primo “comunicatore” d’Italia

Umberto Eco

Umberto Eco (1932-2016)

Filosofo, semiologo, storico, letterato, linguista, esperto di comunicazione e precursore dell’applicazione di tutte queste discipline alle nuove tecnologie: Umberto Eco non solo sapeva un po’ di tutte queste cose, lui era tutte queste cose e quindi oggi che è scomparso all’età di 84 anni, è come se a morire fossero state più persone, lasciando indiscutibilmente più povero il mondo della cultura italiana e internazionale.

Socio dell’Accademia dei Lincei, fondatore dell’associazione Libertà e Giustizia, membro dell’Aspen Institute e padre del primo corso di laurea italiano in Scienze della Comunicazione all’università di Bologna (per cui migliaia di laureati come la sottoscritta non finiranno mai di ringraziarlo – o maledirlo in caso i suddetti siano precari), a noi però preme ricordare soprattutto la penna di Eco, il suo amore per la scrittura colta e il suo acume letterario, riscontrabili già nel suo romanzo d’esordio, rimasto insuperato capolavoro: Il nome della rosa, uscito nel 1980 e finalista quattro anni dopo ai prestigiosi Edgar Awards, dove fu però battuto al fotofinish da Dissolvenza in nero di Elmore Leonard.

In questo famosissimo best-seller tradotto poi in quarantasette lingue, si trovano già tutti i temi cari alla poetica di Eco: l’esistenza del vuoto da contrapporre a quella di Dio (l’autore diceva spesso di essersi allontanato dalla fede, militante e privata, dopo aver approfondito la figura di san Tommaso d’Aquino per la propria tesi di laurea) e le caratteristiche dell’universo, come già ben delineato è il suo stile umoristico molto particolare. Proprio in questo romanzo, Eco disquisisce sulla questione del riso, inteso come la capacità d’individuare il lato comico della vita presente in ogni circostanza; esperienza alquanto sconosciuta per gli uomini del Medioevo in cui ha ambientato buona parte della sua letteratura.

Da Il pendolo di Focault a Baudolino, ha sempre rincorso filoni legati indissolubilmente a misteri sui quali, scrivendo, tenta di far luce, che siano i cavalieri Templari come il Sacro Graal o la Sindone, al pari di altri autori anche più moderni, come ad esempio Dan Brown, ma certamente in maniera più elegante e raffinata anche se un po’ meno planetaria. Ne Il cimitero di Praga, si riaffaccia inoltre la teoria del complotto, che tanto spazio ha trovato nelle teorie comunicative applicate al terrorismo di cui si è dibattuto tantissimo all’indomani dell’11 settembre. Le ambientazioni in costume e le allegorie che usa spesso, poi, sono l’influenza diretta dell’indefesso lavoro dello storiografo che legge, seleziona, elabora, accantona, in un ciclo continuo e inarrestabile (come la storia, appunto), di tentativi di usare il passato per interpretare il tempo presente. Per molti, invece, il suo ultimo romanzo – Numero zero – è stato una delusione.

Ma anche quando non ha prodotto letteratura, Umberto Eco ha spesso scritto sulla letteratura, analizzando la produzione altrui: nei suoi saggi ha esaltato il ruolo del lettore, da lui per la prima volta non considerato ingenuo ma capace di decodificare il “non detto” (Lector in fabula), ma anche la difficoltà del lavoro di traduzione, partendo dalla sua esperienza personale (in Dire quasi la stessa cosa). Da qui alla semiotica, scienza che studia l’arte dei segni e il modo in cui questi messi insieme possano avere un senso (il significato), il passo è breve ed egli lo applicherà in maniera esemplare ai suoi studi massmediologici.

Indimenticabile il suo articolo del 1961 Fenomenologia di Mike Bongiorno, di cui Umberto Eco ha dovuto rendere conto fino alla fine, in ogni sua intervista, ogni presentazione di libro e ogni dibattito pubblico cui ha partecipato: analizzando il successo del personaggio secondo i paradigmi semiologici, ne ha tratto le sue conclusioni, riassumibili nella mediocrità del presentatore che comunicava agli spettatori un senso di sicurezza, in quanto modello culturale senza pretese e perciò estremamente facile da raggiungere. Il testo, che ha suscitato molto scalpore come pure le reazioni dell’interessato, è considerato tra i primi esempi di critica televisiva e anticipatore di alcune conseguenze facilmente rintracciabili nella realtà di oggi, come, appunto, il generale appiattimento culturale causato dai mass media, tv in primis.

Questi temi qui appena accennati, saranno ripresi e ampliati (ma anche attenuati) nel suo saggio forse più importante, Apocalittici e integrati (1964) che sulla base della diffusione della cultura di massa, divide il mondo in queste due categorie: la prima è quella di chi crede che massificazione e globalizzazione informativa (ancora prima che economica) saranno le cause della fine del mondo e condanna ogni tipo di modernismo comunicativo; la seconda, invece, di cui volenti o nolenti facciamo parte un po’ tutti, è più possibilista e crede che nonostante spesso “il mezzo sia il messaggio”, esista una neutralità insita nel mezzo di comunicazione, mentre il male (o il bene) risieda solo nell’utilizzo che l’uomo ne fa.




Roberta Barbi

 
Roberta Barbi è nata e vive a Roma da 40 anni; da qualche anno in meno assieme al marito Paolo e ai figli, ancora piccoli, Irene e Stefano. Laureata in comunicazione e giornalista professionista appassionata di cucina, fotografia e viaggi, si è ritrovata da un po’ a lavorare per i media vaticani: attualmente si occupa del nuovo portale della Santa Sede, Vatican News. Nel tempo libero (pochissimo) si diletta a scrivere racconti e si dedica alla lettura, al canto e al cake design; sempre più raramente allo shopping, ormai rigorosamente on line.