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Posted martedì, 23 febbraio 2016 by Susanna Trossero in Mondolibri
 
 

Intervista a Stefano Santarsiere, autore de “La mappa della città morta”

Stefano Santarsiere

Stefano Santarsiere

Arriva in libreria, per Newton Compton, il romanzo La mappa della città morta di Stefano Santarsiere, un degno rivale di grandi e affermati autori quali Cussler o Follett. Avendo particolarmente apprezzato questa sua ultima fatica, gli abbiamo proposto un’intervista per voi lettori di GrapMomania, e desideriamo cominciare subito con un riferimento al suo blog.

Stefano, abbiamo letto una frase suggestiva, da te scritta sul tuo blog: “Io sono uno che scrive per non tornare a casa”. Ce la spieghi in modo un po’ più approfondito?
C’è una parte di me che non ha mai lasciato il paese in cui sono nato e ho vissuto la mia adolescenza. È una voce, un volto, che ha conservato i connotati di un me imberbe e febbrile, e che avrebbe abbastanza forza da riportarmi laggiù. Ma laggiù non troverei la mia casa d’infanzia, che abbiamo venduto, né i teatri delle mie giovanili scorribande, che si sono trasformati o dissolti. Se cedessi alla tentazione del ritorno, paradossalmente ucciderei quella voce; così devo renderle soddisfazione attraverso la scrittura, mettendo nelle mie storie qualcosa che mi riporti a quel mondo. In ogni mio racconto c’è un po’ di Sarconi, perfino nei luoghi apparentemente più lontani, Bologna, il Mato Grosso, le isole Fiji. Qualcosa che assomiglia al mio vecchio paese c’è sempre, nelle ambientazioni, nei personaggi o negli eventi che descrivo. La voce ottiene quel che vuole, io ottengo di restare lontano dai luoghi della mia infanzia lasciandoli intatti dentro di me.

Alcuni autori, raccontando della nascita dei loro romanzi, parlano di scalette ben studiate, altri di improvvise folgorazioni, altri ancora di estenuanti e faticosi anni di lavoro o – all’opposto – di storie che quasi si scrivono da sole. Come nasce “La mappa della città morta?”
Nasce da un’intuizione, come sempre nel mio caso. Per La mappa della città morta è l’idea di come un enigma geologico e uno antropologico si combinino per rivelare tutta una parte di storia umana rimasta sconosciuta. L’intuizione mi è giunta leggendo di un esploratore britannico scomparso nella foresta brasiliana mentre cercava le rovine di una città perduta. Ho iniziato a scrivere e poi, dopo ventimila o trentamila parole, mi sono fermato per fare ordine e dare corpo al progetto del romanzo. Più o meno faccio così sempre: metto legna nel fuoco, faccio una bella fiamma e poi lavoro i ciocchi per ricavarne la brace che mi riscalderà per altre sessanta-settantamila parole.

Scrivere di ambientazioni o fatti che non rappresentano soltanto parti della fantasia, significa necessariamente compiere ricerche e studi approfonditi. Quanto è stato faticoso, per te, nel caso di questa avventurosa storia? E, soprattutto, sei rimasto sorpreso da qualcosa in particolare?
La ricerca è una parte appassionante dell’attività di scrittura. Credo addirittura che se non dovessi farne, come sarebbe nel caso scrivessi solo della città in cui vivo o di situazioni che conosco alla perfezione, non mi divertirei e alla fine non scriverei. La necessità della ricerca, che deriva dal dedicarsi a un romanzo come La mappa della città morta, è insieme un obbligo per la verosimiglianza del racconto e opportunità per ricavare nuovi spunti. Per esempio, leggendo dello sfruttamento delle risorse naturali della foresta amazzonica, sono rimasto colpito dai dati sull’impatto ambientale causato dalle compagnie della gomma o dalle imprese minerarie. Questo aspetto mi ha offerto idee per sviluppare una dimensione ecologista della storia, incarnata da un personaggio femminile.

Un libro che rileggeresti volentieri, uno che è per te una sorta di mantra, e uno che non regaleresti mai.
Rileggerei tantissimi libri, cosa che tuttavia non faccio per non perdermi nuove letture. Però un giorno, quando sarò molto vecchio, magari rileggerò i libri di Salgari, di Verne e i classici dell’avventura come L’isola del tesoro, Robinson Crusoe o Storia di Gordon Pym. Sarà come chiudere un cerchio ritrovando la felicità degli inizi. Non ho libri-mantra, ma credo che certi romanzi di Bradbury, soprattutto Il popolo dell’autunno, si avvicinino parecchio a ciò che intendo per “magia della scrittura”. È quel che leggo quando devo ricordarmi che esiste un luogo dove la letteratura incontra il sogno, ed è lì che ogni scrittore dovrebbe avere la forza di andare. Un libro che non regalerei mai è Danse macabre, di King. Anche se mi è parso un guazzabuglio lo trovo un libro pericoloso, perché aumenta di una spanna la lista dei romanzi che ti vien voglia di leggere.

C’è un luogo particolare o una situazione che ti è congeniale, che ti facilitino il superamento di eventuali blocchi dello scrittore?
Quando accade, smetto di scrivere e mi dedico ad altro. Passeggio, cucino, sfoglio qualcuno dei miei libri preferiti. Oppure mi concentro sulla trama per capire come sbrogliare il nodo. Alla fine ciò che conta è restare sereni e per farlo mi tengo a stretto contatto con le persone che amo.

Per finire, tu che nella vita sei sempre stato assetato di storie, rivolgiti a un pubblico di non lettori e spiega loro perché leggere…
Non riesco a non citare Eco, che è morto pochi giorni fa. Leggere significa vivere molte più vite, e non una soltanto.




Susanna Trossero

 
Susanna Trossero è nata a Cagliari e vive a Roma. Ha fatto della scrittura la sua principale occupazione. Ha pubblicato poesie, raccolte di racconti, romanzi, e sta lavorando ad altri progetti. È un’appassionata di racconti brevi.