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Posted venerdì, 26 Febbraio 2016 by Davide Meldolesi in Poesia e dintorni
 
 

Terra di poeti? La letteratura italiana di oggi vista attraverso i candidati al Nobel

Italia, terra di poeti: il poeta Francesco Benozzo

Italia, terra di poeti: il poeta Francesco Benozzo

Con la scomparsa di Sebastiano Vassalli e Umberto Eco, chi sono oggi i candidati italiani al Premio Nobel per la letteratura? E quali considerazioni si possono fare, a partire da questo, sulla risonanza della nostra letteratura nel mondo e sul suo stato di salute?

A quanto è dato sapere, se si escludono quelli che sembrano più dei falsi scoop giornalistici (Roberto Saviano e Andrea Camilleri) , gli autori sono solo quattro: Dacia Maraini, il cui nome circola da almeno un decennio nella rosa dei candidati, Pierfranco Bruni, vicepresidente del sindacato liberi scrittori italiani, della cui candidatura “politica” si è parlato lo scorso anno ma che poco probabilmente verrà di nuovo nominato, Claudio Magris, additato come “papabile” dal 2007, e il poeta Francesco Benozzo, il nome nuovo, ancora poco noto al grande pubblico, la cui candidatura è stata fatta nel 2015 e rinnovata nel 2016.

La prima considerazione che si deve fare riguarda la preponderanza di prosatori-narratori: tre su quattro, o cinque su sei, considerando anche le candidature di Vassalli e Eco (otto su nove includendo Saviano e Camilleri). Vero è che la poesia è merce rara negli ultimi decenni a Stoccolma, ma almeno a livello di nomi che trapelano desta scalpore che i poeti della nazione che ha avuto tra i premiati Carducci, Montale e Quasimodo non attraggano i lettori internazionali. La ragione è però forse più semplice di quanto non paia: la poesia italiana appare spesso chiusa in se stessa, intellettualizzata, ripiegata sugli aspetti più formali. In questo è forse imbattibile, quasi impeccabile. Ma questa poesia di citazioni e di riferimenti colti, questa poesia stilisticamente ineccepibile ed elegante, che interesse può destare nei lettori del mondo contemporaneo? In altri termini: quali strumenti offre la poesia italiana di oggi per interpretare la realtà contemporanea? Non è forse questa una delle ragioni per cui ha un senso preciso che il Pen Club spagnolo abbia candidato un poeta come Benozzo? “Candidatura di protesta”, è stato detto. Oltre a questo, bisognerebbe aggiungere che la sua poesia “geologica” non soffre se tradotta in altra lingua (ne è un esempio il poema Felci in rivolta, uscito da poco con traduzione inglese a fronte), perché in essa si parla di vita e di morte, di destini e si paesaggi, di terra e di uomini.

La prosa di Vassalli e Magris, e ovviamente i romanzi di Eco, possono essere tradotti e letti nella loro bellezza in diverse lingue. Ma quanti sono, appunto, tra i nostri poeti, quelli la cui poetica fondata sul cesellamento della forma non risulterebbe ostica, poco comprensibile, non immediata, se tradotta in lingua inglese o francese? Forse non c’è bisogno di seguire la poetica di Benozzo fino alle sue estreme conseguenze, fino cioè alla sua essenza di poesia epica e mitologica, al tempo stesso arcaica e contemporanea. Ma l’indicazione che la sua candidatura sembra offrire ai suoi colleghi italiani è quella di uscire dal proprio mondo intellettualistico di citazioni e, in qualche caso, di autocompiacimento e autorispecchiamento nella forma del testo.

Se certi risultati poetici di Onirico geologico – il poema di Benozzo pubblicato nel 2014 e più volte “eseguito” all’arpa dallo stesso poeta – sembrano francamente inimitabili, se non altro per lo sguardo peculiare e difficilmente improvvisabile del poeta che li ha forgiati (come ha scritto Fernando Ribeiro “ciò che colpisce di questo poema non è soltanto la bellezza articolata e selvaggia dei suoi versi e del suo ritmo, ma la latitudine mitologica di cui si fa portavoce mentre celebra la sacralità della materia e dei luoghi”), e se naturalmente risulterebbe poco credibile che poeti tradizionali si trasformassero d’un colpo in poeti “orali” e performativi (quello della poesia intesa nella sua dimensione orale e “gestuale” è uno degli elementi su ci si basa la candidatura di Benozzo) è pur vero che una vena più vigorosa e meno ripiegata su se stessa è ancora possibile e praticabile. Se non altro per poter dire in futuro che il paese dove in fondo è nata la poesia moderna (da Dante in poi) vanta nella rosa dei propri candidati al Nobel qualche nome in più dell’unico che sia stato fatto, o che sia comunque trapelato, dopo le candidature di Mario Luzi e Andrea Zanzotto, e cioè da un decennio a questa parte (il presidente del Pen Club italiano, Sebastiano Grasso, a proposito delle candidature di poeti italiani ha affermato perentoriamente, nel 2009: “non vedo poeti italiani validi in giro, gli ultimi potevano essere Luzi e Zanzotto”).

Vero è che i poeti non sono stati, negli ultimi decenni, preponderanti nella lista dei vincitori. Ma ancora più vero è che gli ultimi ad avere raggiunto il premio (Tomas Tranströmer, Derek Walcott, Seamus Heaney e Wisława Szymborska) sembrano radicalmente lontani dall’orizzonte così formale e così poco attento ai grandi mutamenti del mondo contemporaneo che caratterizza la nostra poesia di oggi. Oggi più che mai si deve sottoscrivere quanto scriveva Paolo Valesio nel 1986, che cioè la modernità letteraria italiana assomiglia a “un’orgia un po’ troppo formalistica” . Si può sperare che si assista prima poi a un mutamento? Verso una poesia meno ripiegata su se stessa e più “onirica”? Meno intellettualistica e più “geologica”?




Davide Meldolesi