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Posted 4 Marzo 2016 by Roberta Barbi in Mondolibri
 
 

Giorgio Bassani. A un secolo dalla nascita, un ricordo personale dello scrittore ferrarese

Giorgio Bassani

Giorgio Bassani (1916-2000)

Frequentavo il quinto ginnasio nel lontano anno scolastico 1993-1994, e la mia terribile professoressa di lettere, terrore dei sette mari e soprattutto dei suoi venticinque alunni, aveva scelto come romanzo di narrativa da approfondire, leggendolo interamente, Il giardino dei Finzi-Contini, opera somma di Giorgio Bassani, autore bolognese, ma originario di Ferrara.

La trama sembrava intrigante: si svolgeva proprio nella città romagnola negli anni immediatamente precedenti alla Seconda Guerra Mondiale e aveva come protagonisti alcuni ragazzi ebrei che si ritrovavano nello splendido giardino di questa ricca famiglia per trascorrere lunghi pomeriggi tra rinfreschi e partite di tennis. Oltre all’io narrante (alter ego dell’autore) di cui non viene mai rivelato il nome, i personaggi che danno vita alla vicenda sono i rampolli della facoltosa dinastia, Alberto e Micòl – per quest’ultima il protagonista proverà un’infatuazione che muoverà in più momenti l’azione – il milanese Giampiero Malnate, chimico e comunista, profondo amico di Alberto, e il prof Ermanno, patriarca dei Finzi-Contini che aprirà al protagonista le porte della sua immensa biblioteca.

Lo leggevo ovunque, voracemente, sugli autobus all’andata e al ritorno da scuola, durante la breve pausa che dopo pranzo mi concedevo prima di trascinarmi verso i compiti che mi aspettavano sulla scrivania, in bagno e ogni sera a letto prima di dormire, spesso anche quando l’ora di dormire era passata da un pezzo.

Mi affascinavano quelle atmosfere di giovani della mia età di allora, ma di un’epoca precedente alla mia e a quella dei miei genitori; immaginavo in loro l’adolescenza dei miei nonni, anche se sapevo che i miei tutta quella ricchezza non l’avevano conosciuta. Fu così che a un certo punto arrivai alla pagina in cui l’io narrante descrive di tutto punto la tavola che era stata imbandita per un pranzo in casa Finzi-Contini al quale partecipavano tutti i protagonisti, che il narratore ripercorreva in un elenco: oltre a lui, naturalmente Alberto e Micòl, i genitori Ermanno e Olga, l’amico Malnate. Nel paragrafo successivo, però, l’autore parlava espressamente di sette commensali. Rilessi l’elenco. Erano indubbiamente sei. Possibile che a tavola quel giorno la famiglia avesse invitato anche il maggiordomo-tuttofare Perotti? Poco credibile. Iniziai a fantasticare sull’identità di quel settimo ospite, immaginando una donna talmente bella da far girare la testa, un amico di Micòl di cui il narratore era geloso e che voleva dimenticare, un fuggiasco, addirittura una spia della Russia comunista, magari amica di Malnate. Decisi che l’avrei chiesto il giorno dopo alla prof di italiano.

La terribile insegnante accolse con curiosità la domanda di quell’allieva un po’ timida che in definitiva l’aveva presa in contropiede, e chiese tempo. Dopo qualche altro giorno di approfondimenti, ammise che non aveva trovato una spiegazione plausibile, ma al tempo stesso ci annunciò trionfante che era riuscita a organizzare un incontro tra gli alunni della nostra scuola e Giorgio Bassani per il mese successivo.

Tutti erano in fibrillazione: la preside aveva fatto tirare a lustro la palestra dove sarebbe avvenuto il grande evento, tutte le lezioni erano state annullate anche per gli “emarginati” della succursale e addirittura l’intera scolaresca era dovuta tornare un pomeriggio per fare le prove della conferenza, stabilendo quante e quali domande, il tempo per ognuna ecc. La mia, ovviamente, era quella di punta, perché in definitiva era il motivo che aveva messo in moto tutto quel circo. Se fosse avvenuto oggi, quella giornata sarebbe stata seguita in diretta sui social network di tutte le scuole di Roma (delle quali, peraltro, erano presenti alcune delegazioni, oltre a un ristretto gruppo di giornalisti selezionatissimi).

In perfetto orario, Giorgio Bassani, accompagnato da un segretario piuttosto giovane, fece il suo malfermo ingresso in palestra e si accomodò alla cattedra migliore che il mio liceo classico statale aveva potuto permettersi. Aveva già quasi 80 anni non portati benissimo nel fisico, ma tutti speravamo – la mia insegnante in testa –- che lo spirito e la lucidità fossero intatti.

Dopo il saluto della preside, del vicepreside e la sfilata di tutti gli insegnanti di italiano dell’istituto, visibilmente in sollucchero, prese la parola per cinque minuti il grande autore, regalandoci una vera e propria lezione sulla scrittura creativa, sull’arte del romanzo e sull’autodisciplina che ogni autore deve imporsi per raggiungere un risultato brillante e assurgere all’Olimpo degli scrittori che fanno la storia della letteratura. Aveva una tossetta secca da ex fumatore, la lingua non era scioltissima come immaginavo e l’occhio ceruleo, certamente un giorno vivace e accattivante, era velato da lacrime che non potevano essere deterse. La vecchiaia, me ne resi conto in quel preciso istante, non risparmiava nessuno, neppure un caposaldo della letteratura contemporanea.

Venne il momento delle domande. La mia era stata collocata tra le prime, ma non proprio all’inizio per non turbare il grande vecchio con un quesito che poteva essere interpretato come impertinente. Mi avvicinai timidamente e le mie narici furono colpite da un intenso odore di acqua di colonia vecchio stile, di quelle che avrebbe potuto usare mio nonno. Pronunciai la domanda tutta d’un fiato, stringendo le dita attorno alla mia copia di Il giardino dei Finzi-Contini e, ne sono quasi certa, strizzando gli occhi per non vedere la sua reazione. Quando li riaprii lui era lì, con gli occhi fissi su di me, declinati in uno sguardo impenetrabile tra il divertito – mi parve – e l’indispettito.

“Signorina, lei come si chiama?”. “Roberta, professore”. “E quale classe frequenta?”. “La quinta ginnasio, professore”. “Dunque è una ragazzina di quindici anni a scoprire l’unico errore che una rete esperta di correttori ed editor, in trent’anni non sono riusciti a trovare?”. Tutta la palestra adibita a sala conferenze stava trattenendo il fiato. “Lei è stata bravissima, signorina, si merita un autografo”, e con uno scatto di agilità che non mi aspettavo, mi sottrasse il libro e si mise faticosamente a comporre la sua firma con una lunga e pesante stilografica emersa da chissà quale taschino. “Quindi – mi feci coraggio – è solo di questo che si tratta, di un errore?”. “Ma certo, cosa credeva? E comunque non cambia molto, nell’economia del romanzo, in quanti fossero a tavola quel giorno, o sbaglio? Bene, grazie, un’altra domanda…”.

Il tono era stato gentile ma fin troppo sbrigativo, la voce sempre malferma, ma in un modo nuovo, più simile allo stridio di chi viene preso in castagna che al tartagliamento di un anziano, e anche i suoi occhi, nei quali mi era sembrato di scorgere un lampo, raccontavano una storia diversa da quella che voleva far credere, da trent’anni, al mondo intero. C’era qualcun altro, quel giorno, alla mensa dei Finzi-Contini, ora ne ero sicura, ma lo ero altrettanto del fatto che nessuno l’avrebbe saputo mai, che quel segreto, Bassani, se lo sarebbe portato nella tomba.

Infatti morì sette anni dopo, e al settimo commensale, che per un attimo ebbe vita in quella palestra, nessuno pensò più. Ma io ci penso ancora, maestro, ed è proprio attraverso questo nostro incontro che mi ha fatto sfiorare uno dei segreti più inviolabili della nostra letteratura, che oggi ho voluto renderle omaggio.

Foto | YouTube




Roberta Barbi

 
Roberta Barbi è nata e vive a Roma da 40 anni; da qualche anno in meno assieme al marito Paolo e ai figli, ancora piccoli, Irene e Stefano. Laureata in comunicazione e giornalista professionista appassionata di cucina, fotografia e viaggi, si è ritrovata da un po’ a lavorare per i media vaticani: attualmente è autrice e conduttrice de “I Cellanti”, un programma di approfondimento sul mondo del carcere in onda su Radio Vaticana Italia. Nel tempo libero (pochissimo) si diletta a scrivere racconti e si dedica alla lettura, al canto e al cake design; sempre più raramente allo shopping, ormai rigorosamente on line.