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Posted lunedì, 7 marzo 2016 by Roberto Russo in Mondolibri
 
 

Giovanni Pascoli, La mia sera: parafrasi e figure retoriche

La mia sera

Giovanni Pascoli, La mia sera

La mia sera è una poesia di Giovanni Pascoli composta nel 1900 e poi inserita nei Canti di Castelvecchio nel 1903. Secondo diversi studiosi questa poesia ha diverse analogie con La quiete dopo la tempesta di Giacomo Leopardi: in entrambe si parla della pace dopo un forte temporale; nel componimento pascoliano l’occasione è adatta a riflettere su alcuni episodi della vita dell’autore e, in particolare, sull’omicidio del padre (ricordato dalla poesia X agosto)

La poesia La mia sera è composta da cinque strofe che terminano con la parola sera; ogni strofa è costituita da otto versi (sette novenari e un senario, l’ultimo).

Il testo della poesia La mia sera

Il giorno fu pieno di lampi;
ma ora verranno le stelle,
le tacite stelle. Nei campi
c’è un breve gre gre di ranelle.
Le tremule foglie dei pioppi
trascorre una gioia leggiera.
Nel giorno, che lampi! che scoppi!
Che pace, la sera!

Si devono aprire le stelle
nel cielo sì tenero e vivo.
Là, presso le allegre ranelle,
singhiozza monotono un rivo.
Di tutto quel cupo tumulto,
di tutta quell’aspra bufera,
non resta che un dolce singulto
nell’umida sera.

È, quella infinita tempesta,
finita in un rivo canoro.
Dei fulmini fragili restano
cirri di porpora e d’oro.
O stanco dolore, riposa!
La nube nel giorno più nera
fu quella che vedo più rosa
nell’ultima sera.

Che voli di rondini intorno!
che gridi nell’aria serena!
La fame del povero giorno
prolunga la garrula cena.
La parte, sì piccola, i nidi
nel giorno non l’ebbero intera.
Né io… e che voli, che gridi,
mia limpida sera!

Don… Don… E mi dicono, Dormi!
mi cantano, Dormi! sussurrano,
Dormi! bisbigliano, Dormi!
là, voci di tenebra azzurra…
Mi sembrano canti di culla,
che fanno ch’io torni com’era…
sentivo mia madre… poi nulla…
sul far della sera.

Parafrasi della poesia La mia sera di Giovanni Pascoli

La giornata è stata piena di lampi, ma adesso si vedranno le stelle, silenziose. Nei campi le raganelle gracidano. Una gioia leggera si avverte sulle foglie dei pioppi. Quanti lampi e quanti tuoni durante il giorno. Quanta pace, invece, la sera!

In un cielo così vivo e pulito splendono le stelle. Là, dove le rane cantano allegre, un ruscello gorgoglia sempre uguale. Di tutto il rumore sordo che c’è stato durante il giorno, di tutta quella forte bufera, non resta che un vago accenno nella serata umida.

Quella tempesta che sembrava infinita si è conclusa con una sorta di canto. Dei fulmini restano solo nuvole rosse e gialle. Riposa, dolore stanco! Quella nube che durante il giorno era la più nera ora, a sera, è quella che mi sembra più rosa.

Le rondini volano nel cielo e gridano nell’aria, ormai serena. La fame provata lungo il giorno sembra allungare la cena gioiosa: durante il giorno, infatti, gli uccellini non hanno avuto la loro razione completa. E non l’ho avuta nemmeno io… che svolazzare, che grida o mia sera limpida!

Rintoccano le campane e mi cantano dormi, sussurrano dormi, bisbigliano dormi come voci di una notte tersa. Mi sembrano le nenie per cullare, che mi fanno tornare bambino: sul far della sera sentivo mia madre e poi il nulla.

Figure retoriche

  • Allitterazioni: tacite stelle (v. 3); allegre ranelle (v. 11); fulmini fragili(v. 19); cantano… canti… culla (vv. 34 e 37); mia madre (v. 39).
  • Anafore: “di tutto / di tutta” (vv. 13-14, con una leggera variazione); “dormi” (vv. 33-35).
  • Analogia: “là voci di tenebra azzurra” (v. 36); “nulla” (v. 39).
  • Anastrofi: “è quella infinita tempesta / finita in un rivo canoro” (vv. 17-18); “la parte sì piccola i nidi / nel giorno non l’ebbero intera” (vv. 29-30).
  • Antitesi: “infinita tempesta / finita” (v. 17-18).
  • Apostrofi: “o stanco dolore” (v. 21); “mia limpida sera” (v. 32).
  • Climax: “dicono… cantano… sussurrano… bisbigliano” (vv. 33-35).
  • Enjambements: “pioppi / trascorre” (vv. 5-6); “tempesta / finita” (vv. 17-18); “restano / cirri” (vv. 19-20); “nera / fu” (vv. 22-23); “giorno / prolunga” (vv. 27-28); “i nidi / nel giorno” (vv. 29-30).
  • Metafore: “si devono aprire le stelle” (v. 9); “cirri di porpora ed oro” (v. 20); “le tremule foglie dei pioppi / trascorre una gioia leggiera” (vv. 5-6).
  • Metonimie: “stanco dolore” (v. 21); “la fame del povero giorno” (v. 27); “la garrula cena” (v. 28).
  • Onomatopee: “gre gre” (v. 4); “don don” (v. 33); “sussurrano” (v. 34); “bisbigliano” (v. 35);
  • Ossimori: “tenebra azzurra” (v. 36); “fulmini fragili” (v. 19).
  • Personificazioni: “singhiozza monotono un rivo” (v. 12); “stanco dolore” (v. 21).
  • Sineddoche: “nidi” (v. 29).
  • Sinestesie: “tacite stelle” (v. 3); “gioia leggiera” (v. 6); “fulmini fragili” (v. ); “voci di tenebra” (v. 36).

Foto | Pixabay




Roberto Russo

 
Roberto Russo è nato a Roma e vive a Perugia. Dottore in letteratura cristiana antica greca e latina, è appassionato del profeta Elia. Segue due motti: «Nulla che sia umano mi è estraneo» (Terenzio) e «Ogni volta che sono stato tra gli uomini sono tornato meno uomo» (Tommaso da Kempis). In questa tensione si dilania la sua vita. Tra le altre cose, collabora con alcune testate online, è editore della Graphe.it, e tanto tempo fa ha pubblicato un racconto con Mondadori.