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Posted giovedì, 24 Marzo 2016 by Giorgio Podestà in Mondolibri
 
 

Gianna Manzini nel centenario della nascita

Gianna Manzini (1896-1974)

Gianna Manzini (1896-1974)

Strano e dolente destino hanno le scrittrici di casa nostra. Talenti che spesso e volentieri non hanno nulla da invidiare alle loro controparti maschili, ma che finiscono chissà come, chissà perché, tra le ombre che impolverano e fanno velocemente dimenticare, cadere, con la rapidità del fulmine, nell’oblio.

Sparute le troviamo spesso raggruppate insieme nei poderosi tomi che raccontano con dovizia di particolari e fiumi di parole la nostra letteratura. Relegate in un modesto capitoletto che riassume in pochissimi sbadati tratti la scrittura femminile, cercano di far sentire una volta tanto la loro voce. Di alzare per un istante testa e penna nella speranza (spesso vana) di catturare al volo la nostra attenzione.

Tra le grandi dimenticate figura certamente la toscana Gianna Manzini di cui proprio oggi ricorre il centenario della nascita. Una scrittura sperimentale la sua, invariabilmente sostenuta da un’intelligenza innovativa, appuntita, che ci ha dato pagine rapinose, difficili, tese su corde di suoni e parole.

Dall’esordio con Tempo innamorato nel 1927 fino a Ritratto in piedi del 1971 (dove la scrittrice fa rivivere l’amatissima figura del padre, un anarchico ucciso dai fascisti nel 1925) Gianna Manzini mette in luce un ingegno straordinario, ricco di guizzi e sobbalzi, di luci abbaglianti e abbagliantissime, dove la poesia diventa trama preziosa e costante di un racconto multiforme, lungo, questa volta, tutto una vita.

Mentre il bidello, con un pacco di vignette sotto il braccio, apriva la porta, entrò nell’aula dell’asilo d’infanzia una ventata caldo-umida di novembre, portando, sopra un odore di scarpe nuove e di legni lucidati, una fragranza di caldarroste; e, insieme, un leggero scompiglio, forse la vibrazione d’un aereo che passava alto, e un suono di clacson, e un vocìo come di litigio; ma anche il bacillo della tosse convulsa. In una lieve scia di pulviscolo chiaro – appunto il gesso di una serie di “o”, allora allora cancellata dalla lavagna – esso ristette con l’indolenza che rende poi sbalorditivo il suo aggredire; e calava adagio quando l’insegnante, dall’alto della cattedra, mostrò un gattino di gomma, lo premette per farlo miagolare e promise: “Lo regalerò al più buono di voi”. (da: La sparviera, Premio Viareggio 1956)

Foto | Biblioteca San Giorgio – Pistoia




Giorgio Podestà

 
Nato in Emilia si occupa di moda, traduzioni e interpretariato. Dopo la laurea in Lettere Moderne e un diploma presso un famoso istituto di moda e design, ha intrapreso la carriera di fashion blogger, interprete simultaneo e traduttore (tra gli scrittori tradotti in lingua inglese anche il premio Strega Ferdinando Camon).