0
Posted 22 Giugno 2016 by Roberto Russo in Zibaldone
 
 

Maturità 2016: Umberto Eco e le funzioni della letteratura

Maturità 2016: il brano di Umberto Eco

Umberto Eco per la maturità 2016

Com’era prevedibile all’esame di maturità 2016 è stato proposto un brano di Umberto Eco (1932-2016) per l’analisi del testo (tipologia A). In particolare si tratta di un testo sulle funzioni della letteratura. Il brano è tratto dalla raccolta di diciotto saggi Sulla letteratura, pubblicata da Bompiani nel 2002. Si tratta di testi scritti tra il 1990 e il 2002, eccezion fatta per due testi: Le sporcizie della forma (1954) e  Il mito americano di tre generazioni antiamericane (1980). Sono testi eterogenei, scritti per diverse occasioni – come incontri, conferenze, prefazioni – tutti uniti dal filo rosso della letteratura. Scrive lo stesso autore nell’Introduzione:

Questo libro raccoglie una serie di scritti occasionali, tutti però incentrati sul problema della letteratura. Essi sono occasionali in quanto stimolati dal titolo di un incontro, simposio, congresso o raccolta antologica a cui ero stato invitato. Talora l’essere obbligato dal tema (anche se ovviamente si va  a incontri dove il tema in qualche modo tocchi da vicino i propri interessi) serve a sviluppare qualche pensiero in più, o a ribadirne di antichi.

Una preziosa indicazione questa di Umberto Eco, anche in vista degli esami di maturità 2016: avere un tema predefinito aiuta a sviluppare «pensieri in più».

Maturità 2016: il brano di Umberto Eco da analizzare

Ecco il brano di Umberto Eco sulle funzioni della letteratura che i maturandi devono analizzare:

Siamo circondati di poteri immateriali, che non si limitano a quelli che chiamiamo valori spirituali, come una dottrina religiosa […] E tra questi poteri annovererei anche quello della tradizione letteraria, vale a dire del complesso di testi che l’umanità ha prodotto e produce non per fini pratici (come tenere registri, annotare leggi e formule scientifiche, verbalizzare sedute o provvedere orari ferroviari) ma piuttosto gratia sui, per amore di se stessi – e che si leggono per diletto, elevazione spirituale, allargamento delle conoscenze, magari per puro passatempo, senza che nessuno ci obblighi a farlo (se si prescinde dagli obblighi scolastici). […]
A che cosa serve questo bene immateriale che è la letteratura? […]
La letteratura tiene anzitutto in esercizio la lingua come patrimonio collettivo. La lingua, per definizione, va dove essa vuole, nessun decreto dall’alto, né da parte della politica, né da parte dell’accademia, può fermare il suo cammino e farla deviare verso situazioni che si pretendano ottimali.
La lingua va dove vuole ma è sensibile ai suggerimenti della letteratura. Senza Dante non ci sarebbe stato un italiano unificato. […]
E se qualcuno oggi lamenta il trionfo di un italiano medio diffusosi attraverso la televisione, non dimentichiamo che l’appello a un italiano medio, nella sua forma più nobile, è passato attraverso la prosa piana e accettabile di Manzoni e poi di Svevo o di Moravia.
La letteratura, contribuendo a formare la lingua, crea identità e comunità. Ho parlato prima di Dante, ma pensiamo a cosa sarebbe stata la civiltà greca senza Omero, l’identità tedesca senza la traduzione della Bibbia fatta da Lutero, la lingua russa senza Puskin. […]
La lettura delle opere letterarie ci obbliga a un esercizio della fedeltà e del rispetto nella libertà dell’interpretazione. C’è una pericolosa eresia critica, tipica dei nostri giorni, per cui di un’opera letteraria si può fare quello che si vuole, leggendovi quanto i nostri più incontrollabili impulsi ci suggeriscono. Non è vero. Le opere letterarie ci invitano alla libertà dell’interpretazione, perché ci propongono un discorso dai molti piani di lettura e ci pongono di fronte alle ambiguità e del linguaggio e della vita. Ma per poter procedere in questo gioco, per cui ogni generazione legge le opere letterarie in modo diverso, occorre essere mossi da un profondo rispetto verso quella che io ho altrove chiamato l’intenzione del testo.

Un’analisi del brano di Umberto Eco per la maturità 2016

Prima di analizzare il brano di Umberto Eco proposto per la maturità 2016, una breve riflessione, dal sapore un po’ complottistico. Come si nota il testo ha vari tagli, come è naturale che sia. Fa pensare un po’, però, che quando si parla della letteratura che contribuisce a formare la lingua, sia stato tagliato un riferimento alla cultura indiana. Si è lasciato Omero, Lutero e Puskin. Poi il brano di Umberto Eco continuava: «La civiltà indiana senza i suoi poemi di fondazione». C’entrerà la questione dei Marò in questo taglio?

Ai maturandi è chiesto di riassumere brevemente il brano proposto e poi di analizzare il testo, dal punto di vista stilistico, lessicale e sintattico. Il brano proposto è il primo del saggio Sulla letteratura ed l’intervento di chiusura del Festivaletteratura di Mantova del 2000, rivisto e ampliato. Il brano è scritto nello stile tipico di Umberto Eco, cioè con solidissime basi ma non per questo pesantemente: si legge infatti facilmente e rende benissimo i concetti che l’autore voleva mettere in evidenza.

Su alcune funzioni della letteratura, almeno per i passi qui proposti, riflette sulla lingua, sulla letteratura e sul significato che queste hanno nella quotidianità. L’autore pone domande – a volte esplicitamente, altre volte implicitamente – che ruotano attorno ai temi principali della questione letteraria: la nascita della lingua, come la letteratura forma la lingua e, con essa, l’identità nazionale. E poi c’è la questione delle interpretazione, che era un po’ un cruccio di Umberto Eco. L’autore afferma che la libertà di interpretare un testo letterario non significa stravolgerlo a proprio uso e consumo, ma vuol dire rispettare profondamente le intenzioni del testo, come le chiama Umberto Eco: solo rispettando profondamente il testo e chi lo ha scritto lo si può comprendere in profondità.

La traccia di analisi del testo chiede poi di spiegare il significato e la valenza di questo passo: «E se qualcuno oggi lamenta il trionfo di un italiano medio diffusosi attraverso la televisione, non dimentichiamo che l’appello a un italiano medio, nella sua forma più nobile, è passato attraverso la prosa piana e accettabile di Manzoni e poi di Svevo o di Moravia». Un’affermazione, questa di Eco, che mette proprio il dito nella piaga: in molti, infatti, sostengono che la tv abbia contribuito ad abbassare enormemente il livello linguistico dell’italiano; Umberto Eco, invece, sostiene che l’italiano medio che si è diffuso proprio tramite la tv (e la radio, possiamo aggiungere) affonda le sue radici, in un certo qual senso, nella scrittura di Alessandro Manzoni, che con la lingua de I promessi sposi «risciacquata in Arno», ha contribuito a creare una lingua comune, come anche nella scrittura di Italo Svevo e Alberto Moravia.

In questa frase, è da notare anche il tono che usa Umberto Eco: è un monito, infatti, un puntare il dito contro chi, presupponendo in maniera tracotante di sapere tutto, accusa un mezzo di svilire la lingua. Quel: «E se qualcuno oggi lamenta un trionfo» sembra quasi l’incipit di un’arringa. Alla fine, Umberto Eco, grande comunicatore non dimentichiamolo mai, sposta l’attenzione: non è il mezzo che crea problemi, ma l’uso che se ne fa, sia da parte di chi lo “propone” che da parte di chi ne “fruisce”.

L’analisi del testo di Eco chiedeva poi di soffermarsi sul significato di «potere immateriale» della letteratura e sul rapporto tra libera interpretazione e fedeltà al testo. Inoltre si è chiesto di spiegare e commentare il significato di questa frase: «La letteratura, contribuendo a formare la lingua, crea identità e comunità».

Infine, si chiedeva un’elaborazione personale: «Sulla base dell’analisi condotta, proponi un’interpretazione complessiva del brano ed approfondiscila con opportuni collegamenti ad altri testi ed autori del Novecento a te noti. Puoi anche fare riferimento alla tua personale esperienza e percezione della funzione della letteratura nella realtà contemporanea».

Approfondimenti su Umberto Eco

Per approfondimenti su Umberto Eco, al di là della traccia dell’esame di maturità 2016, vi rimandiamo a una serie di articoli pubblicati qui su GraphoMania:

Foto | © Anna Fogarolo




Roberto Russo

 
Roberto Russo è nato a Roma e vive a Perugia. Dottore in letteratura cristiana antica greca e latina, è appassionato del profeta Elia. Segue due motti: «Nulla che sia umano mi è estraneo» (Terenzio) e «Ogni volta che sono stato tra gli uomini sono tornato meno uomo» (Tommaso da Kempis). In questa tensione si dilania la sua vita. Tra le altre cose, collabora con alcune testate online, è editore della Graphe.it, e tanto tempo fa ha pubblicato un racconto con Mondadori.