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Posted mercoledì, 22 Giugno 2016 by Roberto Russo in Poesia e dintorni
 
 

Tre poesie di Eliot

Poesie di Eliot

Alcune poesie di Eliot

Nel 1948 Thomas Stearns Eliot (Saint Louis, 26 settembre 1888 – Londra, 4 gennaio 1965) vinse il Premio Nobel per la letteratura con la seguente motivazione: «Per il suo eccezionale e pionieristico contributo alla poesia contemporanea». E che le sue poesie fossero pionieristiche lo può notare chiunque si accosti ai suoi testi. Eliot fu l’interprete per eccellenza del «disorientamento consapevole» a cui propose di reagire con uno stile poetico che, rendendo quasi oggettiva l’emozione individuale del poeta, rimandasse a un’eco universale.

Tre poesie di Eliot

Vi proponiamo tre poesie di Eliot, per apprezzare al meglio lo stile di questo poeta: testi non sempre facili, bisogna dirlo, ma sempre affascinanti.

Mattina alla finestra

In Mattina alla finestra, Eliot racconta la vita che ogni giorno incontro in Russell Square, la zona londinese in cui vive. La poesia è tratta da Prufrock e altre osservazioni e la traduzione è di Massimo Bacigalupo.

Stanno rigovernando rumorosamente i piatti
della prima colazione nelle cucine seminterrate,
e lungo i cigli pesti della strada
sono consapevole delle anime umide delle domestiche
che sbocciano malinconiche ai cancelli dei cortili.

Le onde brune della nebbia mi gettano contro
facce contorte dal fondo della strada,
e strappano a una passante con la sottana infangata
un sorriso senza meta che aleggia nell’aria
e svanisce lungo il livello dei tetti.

Attratti da questo amore, alla voce di questo richiamo

Una poesia-riflessione di Eliot (nella traduzione di E. Cecchi) sul principio e la fine e l’importanza della parola.

Ciò che chiamiamo principio è spesso la fine
e finire non che è principiare.
La fine è donde si parte. Ed ogni frase
e proposizione giusta (dove ogni parola è a casa sua,
al suo posto per sorreggere le altre:
la parla né malsicura né pretenziosa,
d’un facile commercio tra il vecchio e il nuovo;
la parola corrente, esatta senza volgarità,
la parola scelta, precisa ma non pedantesca,
in copia perfetta che danzano insieme)
ogni frase e proposizione è una fine e un principio,
ogni poesia è un epitaffio. E qualsiasi azione
è un passo verso la mannaia, verso il fuoco, giù dentro la gola marina
o verso una pietra indecifrabile; e così è donde si parte.
Noi muoriamo con i morenti:
ecco, essi se ne vanno, e noi con loro.
E nasciamo coi morti:
ecco, essi tornano, e ci portano con loro.
L’attimo della rosa e quello della pianta di tasso
sono d’uguale durata. Un popolo senza storia
non si redime dal tempo, perché la storia è un disegno intessuto
d’attimi senza tempo. Così, mentre la luce declina
nel vespro invernale, in una cappella solitaria
la storia è ora e tutta l’Inghilterra.

Con l’attrazione di questo Amore, e la voce di questo Richiamo
non tralasceremo l’esplorazione
e la fine di tutto il nostro esplorare
sarà di giungere donde partimmo
e conoscerne il luogo per la prima volta.
Al di là del cancello ignoto e rammemorato
quando ciò della terra rimane a scuoprire
e quello che fu il principio;
alla sorgente del fiume interminabile
la voce della cascata nascosta
e i bambini nella pianta del melo
sconosciuti, perché non li cercammo
ma uditi, appena uditi, nella quiete
fra due onde del mare.
Presto ora, qui, ora, sempre –
una condizione di totale semplicità
(che non costa meno del tutto)
e tutto sarà bene e
ogni sorta di cosa sarà bene
quando le fiamme lingueggianti s’incurvano
nell’annodata corona di fuoco
e il fuoco e la rosa sono una cosa sola.

Il canto d’amore di J. Alfred Prufrock

Concludiamo questo breve excursus sulle poesie di Eliot con il monologo drammatico Il canto d’amore di J. Alfred Prufrock (The Love Song of J. Alfred Prufrock), scritto tra 1910 e il 1911, ma pubblicato per la prima volta nel 1917. Si tratta di un flusso di coscienza in cui parti da interpretare in maniera letterale e altre in maniera simbolica: il fatto è che è difficile capire quali siano queste parti! La traduzione è di Luigi Berti.

S’io credessi che mia risposta fosse
a persona che mai tornasse al mondo,
questa fiamma staria senza più scosse.
Ma per ciò che giammai di questo fondo
non tornò vivo alcun, s’i’ odo il vero,
senza tema d’infamia ti rispondo.
[Dante, Inferno, canto 27, vv 66-66]

Allora andiamo, tu ed io,
quando la sera è tesa contro il cielo
come su un tavolo un paziente in preda alla narcosi;
andiamo per certe semideserte strade
ritrovi mormoranti
di chi passa notti agitate in alberghi da poco
e restaurants sparsi di segatura e gusci d’ostrica;
strade si susseguono come un tedioso argomento
d’ingannevole intento
e c’inducono ad una domanda opprimente…
Oh, non chiedete: «Cos’è?».
Andiamo a far la nostra visita.

Nella stanza le donne vanno e vengono
parlando di Michelangelo.

La nebbia gialla che strofina il dorso sui vetri della finestra,
il fumo, giallo che strofina il muso sui vetri della finestra
ha lambito con la lingua gli angoli della sera,
ha esitato sulle pozze stagnanti dei gorelli
s’è lasciato cadere sul dorso la fuliggine caduta dai camini,
è scivolato dalla terrazza, ha fatto un salto improvviso,
e vedendo che era una tenera sera d’ottobre
s’è inanellato intorno alla casa e s’è assopito.

E invero ci sarà tempo
per il fumo giallo che scivola lungo la strada,
strofinando il dorso sui vetri della finestra;
ci sarà tempo, ci sarà tempo
per preparare un viso per affrontar quelli che incontri;
ci sarà tempo per assassinare e creare
e tempo per tutte le opere e i giorni di mani
che sul tuo piatto sollevino e lascino cadere una domanda;
Tempo per te e tempo per me,
e tempo anche per cento indecisioni
e per cento visioni e revisioni,
prima di prendere un crostino e tè

Nella stanza le donne vanno e vengono
parlando di Michelangelo.

E infatti ci sarà tempo
di chiedersi: «Avrò il coraggio?» e «avrò il coraggio?».
Tempo di tornare indietro e scendere la scala,
con una piazza in mezzo ai miei capelli…
(diranno: «Come ti si diradano i capelli!».)
Il mio abito da mattina il colletto che saldo sale al mento,
la cravatta di buon gusto e modesta ma fatta valere da un semplice spillo…
(Diranno: «Come son magre le sue braccia e le sue gambe!».)
Oserò
turbare l’universo?
In un attimo c’è tempo
per decisioni e revisioni che un attimo rovescerà.

Perché già tutte, ormai, le ho conosciute, tutte le ho conosciute…
Ho conosciute le sere, le mattine, i pomeriggi,
ho misurato la mia vita con cucchiai da caffè;
conosco le voci languenti con una cadenza languente
sotto la musica che proviene da una stanza più lontana.
Così, che dovrei credere?

Ed ho già conosciuto gli occhi, tutti li ho conosciuti…
Gli occhi che ti fissano in una frase formulata,
e quando sono formulato, dibattendomi su uno spillo,
quando sono appuntato e mi contorco sul muro,
allora come potrei cominciare
a sputar tutte le cicche dei miei giorni e delle mie abitudini?
E che dovrei credere?

E conosciuto ho già tutte le braccia, le ho conosciute tutte…
Braccia adorne di braccialetti e bianche e nude
(ma alla luce delle lampade, coperte di lanugine castane!)
è il profumo che viene da un vestito
che mi fa divagare a questo modo?
Braccia appoggiate lungo un tavolo, avvolte in uno scialle.
E allora che dovrei credere?
E come dovrei cominciare?

Dirò, all’imbrunire ho vagato per le strade strette
e ho guardato il fumo che sale dalla pipe
di uomini soli e scamiciati ai davanzali?…

Avrei dovuto essere due ruvide branche
in corsa sul fondo di mari silenziosi.

E il pomeriggio, la sera, dorme quieto così!
Lisciato da lunghe dita,
addormentato… stanco… o malato immaginario
sdraiato sul pavimento, qui accanto a te e me.
Dovrei, dopo il tè, i gelati e i dolci
aver la forza di spingere l’attimo alla sua crisi?
Ma sebbene abbia digiunato e pianto, pregato e pianto,
sebbene abbia visto la mia testa (divenuta calva) portata su un vassoio,
io non sono un profeta… e questo non m’importa;
ho veduto il momento della mia gentilezza vacillare,
ho veduto l’eterno Valletto tenermi il soprabito e ghignare,
e in breve, ne ero spaventato.

E sarebbe valsa la pena, dopo tutto,
dopo le tazze, la marmellata e il tè,
fra le porcellane, fra qualche chiacchiera tua e mia,
sarebbe valsa la pena,
di farla finita con un sorriso, di comprimer l’universo in un palla
e di farlo rotolar verso una domanda opprimente,
e dir: «Son Lazzaro, venuto dai defunti,
tonato a dirti tutto, e dirò tutto…».
Se uno accomodandole il guanciale presso il capo,
dicesse: «Questo non è quello che intendevo.
No, non così».

E sarebbe valsa la pena, dopo tutto,
sarebbe valsa la pena,
dopo i tramonti, i cortili e le strade spruzzate,
dopo i romanzi, le tazze del tè, le sottane che frusciarono sul pavimento –
e questo, o molto più? –
è impossibile dire proprio quel che intendo!
Ma come se una lanterna magica proiettasse in disegni i nervi su uno schermo:
sarebbe valsa la pena,
se uno, aggiustando un guanciale o levandole uno scialle di dosso,
volgendosi verso la finestra, dicesse:
«No, non così,
questo non è quello che intendevo».

No, non sono il Principe Amleto, né destinato ad esserlo;
sono un cortigiano del seguito, uno che servirà
per ingrossare un corteo, avviare una scena o due,
consigliare il principe; senza dubbio, un docile strumento,
ossequiente, contento d’esser utile,
politicone, cauto e meticoloso;
pieno di solenni sentenze, ma un po’ ottuso;
quasi ridicolo, a volte, veramente,
e, quasi il Buffone, qualche volta.

Divento vecchio…divento vecchio…
Porterò i calzoni arrotolati in fondo.

Dividerò i miei capelli sulla nuca? E a mangiare una pesca avrò coraggio?
Porterò calzoni di flanella bianca e a spasso me ne andrò sulla marina.
Ho sentito cantare le sirene, l’una all’altra.

Io non credo che canteranno per me.
Le ho viste cavalcare l’onde verso il largo
pettinando la bianca chioma dei flutti gonfi
quando il vento gonfia l’acqua bianca e nera.

Nelle alcove del mare abbiam languito
vicino alle sirene coronate d’alghe rosse e brune
finché voci umane ci destano, e anneghiamo.

Altre poesie di Eliot

Su GraphoMania ci sono altre due poesie di Eliot. Questi i link:

Foto | Di Thomas Stearns Eliot with his sister and his cousin by Lady Ottoline Morrell.jpg: Lady Ottoline Morrell (1873–1938)derivative work: Octave.H [Public domain], attraverso Wikimedia Commons




Roberto Russo

 
Roberto Russo è nato a Roma e vive a Perugia. Dottore in letteratura cristiana antica greca e latina, è appassionato del profeta Elia. Segue due motti: «Nulla che sia umano mi è estraneo» (Terenzio) e «Ogni volta che sono stato tra gli uomini sono tornato meno uomo» (Tommaso da Kempis). In questa tensione si dilania la sua vita. Tra le altre cose, collabora con alcune testate online, è editore della Graphe.it, e tanto tempo fa ha pubblicato un racconto con Mondadori.