0
Posted lunedì, 11 Luglio 2016 by Davide Meldolesi in Poesia e dintorni
 
 

La poesia come luogo incondivisibile e solitario. Appunti sulla poetica di Francesco Benozzo

La poesia come luogo incondivisibile e solitario. Appunti sulla poetica di Francesco Benozzo

La poesia come luogo incondivisibile e solitario. Appunti sulla poetica di Francesco Benozzo

In una recente intervista a “Poetry Today” (maggio 2016) Francesco Benozzo, il poeta anarchico dell’Appennino modenese candidato da due anni al Nobel per la Letteratura, ha affermato: «In ogni poeta c’è una nostalgia irrimediabile per qualcosa che egli sa che non esiste nella vita, e che spesso nemmeno la morte sembra potere appagare. Parlando dei miei poemi di paesaggio e riferendosi ad alcune mie affermazioni, hanno scritto di me che detesto il genere umano. C’è stato un tempo in cui rispondevo a questa insinuazione negando che fosse vera. Ma spesso mi capita di pensare che una forma di disprezzo sia l’unico istinto salvifico in risposta all’evidenza schiacciante dei troppi fallimenti dell’uomo, che sono simili a quelli di chi scrive poesie senza avere il talento per farlo».

La partecipazione di Benozzo al Festival di Scrittura Selvatica Enkidu (Bologna, 28 maggio 2016) è un documento prezioso per comprendere ancora più a fondo aspetti della sua poetica, fondata sulla visione epica dei paesaggi e sulla dimensione orale del comporre: il video del suo intervento al Festival Bolognese, dal titolo Necessità vegetale e poetica dell’invettiva mostra la sua passione e in alcuni punti la sua veemenza nel difendere un’idea di poesia come controparte selvatica (e cioè, secondo Benozzo, “civilizzatrice”) del mondo. Il poeta è per lui «colui che precede lo stesso Homo loquens, la figura in cui si riassume ogni possibilità di nominare e pensare il mondo. La poesia è poi il luogo di ciò che non è condivisibile, che non potrà ai essere condiviso, e la rivendicazione della necessità dell’individualismo».

Sono parole controcorrente, politicamente scorrette, che Benozzo ha sviluppato in modo esteso in un suo libro recente (Le origini sciamaniche della letteratura europea) e che riecheggiano quanto aveva affermato al Festival Literario di Madeira nel 2013, quando, in opposizione all’immagine della poesia come portatrice di pace, si era espresso – in un dibattito acceso con gli altri scrittori di fama mondiale che presero parte al festival – per una poesia che tra le sue ineludibili caratteristiche ha anche, come congenita attitudine, la violenza: il poeta, incaricato per istinto di liberare le percezioni abitudinarie dell’uomo, deve secondo lui scardinare, spesso con violenza, ciò che ha reso possibile la sclerotizzazione delle visioni, ciò che ha detonato e addormentato i nostri sensi e la nostra sensibilità. Come ha scritto nell’ultimo poema pubblicato (Felci in rivolta) «L’unica cosa che so è la poesia: / grandinata inattesa che devasta / mattanza di balene – mare rosso – / sillabe-fiocine per spiaggiare l’abitudine / felci in rivolta alle frontiere dei villaggi».

Non è allora un caso che uno degli ultimi libri di saggistica di Benozzo sia dedicato alla figura di Giosuè Carducci, e si soffermi in più punti proprio su queste caratteristiche. L’ultima pagina di quel saggio è eloquente, e appare quasi autobiografica: Scrive Benozzo: «Carducci fu uno degli intellettuali più influenti nell’Italia e nell’Europa lacerate nel passaggio tra i due secoli, e tuttavia io credo che la sua natura e il suo destino fossero segnati e rimasero fino alla fine pervasi da una limpida e incontaminata rivendicazione di solitudine: «amo le selve e i boschi e i monti, dove vivrei volentieri a modo di fiera». La natura della sua poesia è nella solitudine. La sua vita fu quella di un poeta solitario. La solitudine conviveva in lui con la fama: senza contraddizioni, perché fu come una quercia che vive solitaria e presso la quale sono gli uomini a volersi recare, attratti proprio dalla sua diversità. Quando non fu solo c’era un istinto che lo portava a isolarsi, a creare intorno a sé, grazie alle sue parole e ai suoi gesti, le condizioni per venire incompreso, o perché qualche cosa di lui non venisse compresa del tutto.L’ultima immagine che lasciò di sé in poesia fu quella di un uomo al cospetto delle solitudini glaciali. Nessuno era con lui, con il poeta della rivolta, a parte i suoi fantasmi. Nessuno, a parte i suoi fantasmi, avrebbe più compreso la sua poesia».

Seguendo per un attimo una seducente suggestione biografica (Carducci insegnò, proprio come Benozzo, Filologia romanza all’Università di Bologna) potremmo pensare, per un caso di destino incrociato, che, proprio come Carducci, anche il poeta modenese arriverà al Nobel al quale è stato candidato per il secondo anno consecutivo. Il 2016 potrebbe essere una data suggestiva: 110 anni dopo quello dato a Carducci. Forse anche per Benozzo vale ciò che Benozzo stesso scrive di Carducci: i tratti che vanno riconosciuti come autenticamente suoi, fino alla sua morte, sono dentro quella sua costante sospensione tra rabbia e malinconia, tra sdegno e rêverie, tra realtà e sogno, sempre nel segno di una consapevolezza di solitudine che appare sempre, fin dalla fanciullezza, senza rimedi possibili.

Sulla candidatura al Nobel, però, Benozzo continua a non uscire da uno sguardo lieve e quasi schivo: «Ancora questa domanda sul Nobel? Cosa vuoi che ti dica: per me è come il titolo di un film a cui mi pare che però manchi un regista, o ancora più precisamente come il nome di un piatto in un menù che non prevede alcuna portata. Continuo a leggere che sono candidato al Nobel per la letteratura, ma per me è come se leggessi che al circolo polare artico gli orsi danzano al crepuscolo sulle mie musiche. Tutto molto allettante, ma abbastanza slegato dalla realtà» (intervista a “Radio Città del Capo”, 17 aprile 2016).

Un poeta solitario e sdegnoso, che difende spesso posizioni eccessive e oltranzistiche, ma che appare fondamentalmente, più che altro, come un personaggio autoironico e riservato. Ecco ancora le sue parole su Carducci: «Fu un poeta schivo e gigantesco, una figura eroica non immortale ma chiamata alla fine, animata da furori eroici ma anche da tristezze e rimorsi, da un’ossessione per la fugacità e per il rimpianto d’amore. La sua ferocia e la sua irritabilità furono l’espressione di una natura ineluttabile, di un’indole insopprimibile, ma diventarono anche una maschera, cioè una strategia, per sopravvivere nel mondo in cui la sua voce incominciò a essere ascoltata più di quanto il suo disprezzo per il mondo avrebbe voluto».

Parole in cui non è difficile riconoscere, ancora una volta, una notazione di coscienza autobiografica.

Di Francesco benozzo (Opera propria) [CC BY-SA 4.0], attraverso Wikimedia Commons




Davide Meldolesi