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Posted 23 Agosto 2016 by Anna Clara Basilicò in Mondolibri
 
 

James Joyce, vita e opere

James Joyce (1882-1941)

James Joyce (1882-1941)

James Augustine Aloysius Joyce nacque a Dublino il 2 febbraio 1882. La sua vita fu segnata da spostamenti caotici e travagliati fin dal 1902. A pochi giorni dal conseguimento del titolo di laurea Joyce si trasferì a Parigi e, nonostante la brevità del soggiorno, qui ebbe modo di scoprire una delle opere cui più si rivelerà debitore: ne Les Lauriers sont coupés di Édouard Dujardin infatti l’espediente dello stream of consciousness trova per la prima volta più piena e matura realizzazione e dall’incontro fortuito e casuale con questo volume (Joyce lo trovò in una stazione) nacque la prerogativa stilistica dell’autore irlandese.

Nell’aprile del 1903 il giovane studente fu obbligato a rientrare frettolosamente a Dublino per una grave malattia della madre, che morì di lì a pochi mesi. Si trattò di un momento difficile, attraversato da problemi economici, crisi politiche, cui James Joyce reagì con il buio dell’alcolismo. Allo stesso periodo risale la stesura di Stephan Hero, uno schizzo autobiografico che venne pubblicato solo postumo e in forma mutila, poiché parte del manoscritto andò persa.

Fuori luogo in territorio irlandese, James Joyce non esitò, al termine dell’estate del 1904, durante la quale conobbe Nora Barnacle – sua futura moglie, ad abbandonare l’isola in favore dell’Europa continentale per stabilirsi a Pola e, in un secondo momento, a Trieste. Pur avendo trovato diversi impieghi come insegnante di inglese, la situazione finanziaria si aggravava costantemente e l’autore, incapace di far fronte alle proprie responsabilità, si dedicò nuovamente all’alcol. Un parziale sostegno gli venne dal fratello minore, Stanislao, anch’egli scrittore, seppur di minor talento e fama.

James Joyce e «The Dubliners»

Nonostante le crisi personali, Joyce mantenne vivo l’impegno della scrittura, concludendo nel 1905 la più celebre raccolta di novelle: The Dubliners. Stesa sotto lo pseudonimo di Stephen Dedalus, la raccolta venne in effetti conclusa nella forma a noi nota solo nel 1907, quando James Joyce pospose al nucleo il racconto in assoluto più famoso, I morti, da cui nel 1987 John Huston trasse un film. Si tratta da una raccolta di quindici novelle raggruppate in quattro sezioni, ciascuna delle quali rappresenta una fase della vita (infanzia, adolescenza, maturità e vita pubblica), all’interno della quale Joyce con occhio assieme realista, naturalista e simbolista descrive la condizione decadente della moralità, della politica, della cultura e della spiritualità della sua città natia.

L’opera non fu però destinata a un immediato successo: James Joyce ottenne moltissime critiche al punto che la pubblicazione non avvenne fino al 1914 – dopo diciotto rifiuti – grazie a un accordo con l’editore Grant Richards e la mediazione di Ezra Pound, conosciuto tramite Yeats. I veri protagonisti dell’opera non sono però i dubliners, descritti in scorci di fatto privi di azione e trama, bensì le due tendenze che li animano: la paralisi da un lato e l’istinto alla fuga dall’altro. L’impossibilità di movimento è legata alla stasi morale, le cui cause Joyce individua nella politica e nel dogma religioso dell’Irlanda cattolica dell’epoca, mentre la fuga viene vista come naturale reazione all’immobilità data dalla presa di coscienza dei protagonisti. La fuga, però, è sempre destinata a fallire.

Dedalus

Lo stesso Pound si fece promotore di un’altra opera, Dedalus, ritratto dell’artista da giovane, una sostanziale riscrittura della prima fatica letteraria di James Joyce, Stephen Hero, accantonato già nel 1905.

L’opera, scritta in terza persona, è un esempio di Künstlerroman, vale a dire di “romanzo dell’artista”, in cui l’autore riferisce attraverso un’autobiografia romanzata il proprio risveglio intellettuale. La narrazione si apre con l’infanzia di Stephen Dedalus e vengono ripercorse tutte le tappe fondamentali del suo percorso formativo, dal collegio privato dei gesuiti all’università, passando attraverso scuole pubbliche. Viene descritto nell’adolescenza, quando nuove pulsioni di natura sessuale lo assalgono, e nel suo tentativo di reazione attraverso la fede e la strettissima osservanza dei dogmi cattolici. La storia si interrompe ai tempi del college, quando una cocente delusione d’amore spinge il protagonista a scrivere un romanzo e a partire per Parigi.

Ulisse, il capolavoro di James Joyce

Dell’effettiva realizzazione di questo viaggio abbiamo però notizia in un altro romanzo di Joyce, il più famoso, il suo capolavoro: Ulisse.

Nato durante la stesura di The Dubliners come capitolo da inserire nell’opera, venne in realtà ampliato a partire dal 1914 e portato a termine solo nel 1921. Come i precedenti letterari, anche l’Ulisse subì travagliate vicende letterarie: pubblicato a partire dal 1918 a puntate sulla statunitense The little review, smise di uscire nel 1920, quando la pubblicazione del tredicesimo capitolo (Nausicaa) procurò alla rivista una querela per oscenità e decretò l’interruzione delle stampe. Fu solo nel 1922 che l’opera nella sua interezza vide la luce a Parigi, ma l’intera partita di libri venne acquistata da un gruppo che poi la diede alle fiamme. Il vero problema fu però trovare un editore in Irlanda, Gran Bretagna e Stati Uniti: passarono quattordici anni prima che il romanzo circolasse nelle ultime due, e in Irlanda venne pubblicato solo nel 1966.

La struttura dell’Ulisse

Il libro è strutturato in diciotto “episodi”, ciascuno dei quali muove i propri passi da reminiscenze omeriche. Per svelare le effettive corrispondenze con l’Odissea, James Joyce in persona stese due schemi, l’uno redatto per Carlo Linati, e noto infatti con il nome Schema Linati, e l’altro per l’arco e critico Stuart Gilbert, nei quali illustrò le correlazioni e i temi principali di ciascun capitolo, così da rendere l’interpretazione dell’opera più facile.

La trama si svolge in un’unica giornata, il 16 giugno 1904, data in cui Nora Barnacle si innamorò di Joyce, e descrive il sovrapporsi delle vicende di Leopold Bloom, ebreo irlandese di estrazione medio borghese, che al risveglio percepisce l’imminenza del tradimento della moglie Molly, e Stephen Dedalus, già protagonista del Portrait. I due, assimilati da Joyce rispettivamente a Ulisse e Telemaco, rappresentano due antipodi del carattere umano: alla materialità, alla venalità e alla mancanza di scrupoli di Leopold Bloom fanno da contraltare l’introspezione e la spiritualità estetizzante di Stephen.

Nel loro viaggio lungo ventiquattro ore i due personaggi si incontrano di frequente senza mai riconoscersi fino a quando, nel quindicesimo capitolo (Circe) i due si recano insieme al bordello di Bella Cohen e sperimentano stati allucinati di coscienza. È alla fine di questa esperienza allucinatoria che si apre la fase finale del romanzo, il Nostoi, il ritorno a casa. Si tratta di tre capitoli dalla prosa volutamente oscura, macchinosa, che sfociano naturalmente nel celeberrimo ultimo capitolo, Penelope, in cui la voce narrante diventa il pensiero di Molly Bloom, un instancabile flusso di coscienza che in otto lunghissimi periodi, nei quali la punteggiatura scompare del tutto, riferisce le intenzioni e le riflessioni della donna mentre, a letto, giace accanto al marito.

Finnegans wake, l’ultima opera di Joyce

Questa tecnica, passata poi nella storia della critica come il marchio distintivo di James Joyce, venne perfezionata e portata alla sua esasperata applicazione nell’ultima fatica letteraria dell’autore, Finnegans wake. Il titolo, tratto da una ballata irlandese, aiuta il lettore ad addentrarsi nel nuovo mondo descritto da Joyce.

Se infatti con l’Ulisse l’autore aveva inteso dare un ritratto iperrealista di un mondo esteriore, diurno, con Finnegans wake ci si addentra nel mondo onirico e polisemico del sonno, in cui ogni realtà è labile, soggetta alla più personale delle interpretazioni e svincolata da qualunque fenomenologia nota. Il romanzo segue l’andamento dei sogni di Humphrey Chimpden Earwicker, che proietta ad esempio sui personaggi mitologici di Tristano e Isotta l’amore incestuoso per la figlia Isobel, o ancora in un increscioso incidente con la polizia il desiderio omosessuale nutrito nei confronti del figlio prediletto, Kevin. Tutte le corrispondenze sono fluide, complicate, e molto devono alle scoperte di Freud sull’inconscio, ma al lettore non vengono fornite chiavi interpretative prima dell’ultima parte del romanzo, quando alcune corrispondenze vengono svelate nella breve veglia del protagonista.

La grandezza di Joyce

La produzione di James Joyce si estende per circa quarant’anni e segue un preciso intento poietico che raggiunge effettivamente il suo culmine nelle difficoltà di Finnegans wake, dove è finalmente possibile, avventurandosi nel teatro rarefatto del sogno, dar spazio e voce alla totalità del sapere, all’epopea della cultura e all’infinità dell’uomo. Se già l’Ulisse aveva cercato di rispondere ad Omero proponendo un viaggio nelle pieghe dell’umanità, è solo facendosi largo nell’inconscio che Joyce può finalmente dar voce alla varietà di cui si sente spettatore e pittore, e lo fa attraverso un uso del linguaggio inedito e incredibile. T. S. Eliot definì Joyce il più grande maestro del linguaggio della letteratura inglese dai tempi di Milton, mettendo peraltro in evidenza l’importanza della componente fonetica su quella formale, in comune ai due autori, che sfiorarono la cecità.

Oltre alla sua produzione in prosa, James Joyce va ricordato per alcune opere minori: il dramma teatrale Esuli, che trae ispirazione da I morti, racconto contenuto nei Dubliners, nonché la produzione poetica che annovera The holy office, una raccolta di severo attacco nei confronti dei poeti contemporanei (ivi compreso Yeats), dai quali James Joyce orgogliosamente si distacca, Musica da camera, in cui fortissime sono le influenze della cultura iraniana e subasiatica, e le Poesie da un soldo.

Foto | General Research Division, The New York Public Library. «James Joyce and the plain reader». The New York Public Library Digital Collections. 1926 – 1947.




Anna Clara Basilicò

 
(Quasi) laureata in Lettere classiche, vivo tra Milano e Palermo per soddisfare il bisogno di agire e quello di sognare. Il mio motto è il kantiano “Sapere aude”, ma nel mondo dello scibile sono attratta soprattutto dalla letteratura e dalla filosofia medievale. O almeno per ora.