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Posted 31 Ottobre 2016 by Graphe.it in Racconti e testi
 
 

La mano di muffola

La mano di muffola: un racconto

La mano di muffola: un racconto

L’uomo era rannicchiato sul marmo freddo, l’umidità della sera saliva come vapore attraverso gli scarponi e gli abiti ormai consunti. Sopra di lui la scalinata del municipio era ancora rischiarata dal tramonto. Da quella posizione aveva una visuale completa della piazza, si era appostato da un’ora, il pastrano che lo avvolgeva si sarebbe presto inzuppato di nebbia e le sue ossa cominciavano a indolenzirsi.

Cambiava spesso posizione, ora con le gambe racchiuse, ora stese, non si poteva muovere troppo perché sarebbe stato visibile dalla ronda.

Fra non molto l’unico suono udibile sarebbe stato il passaggio di Pippo, il caccia tedesco che ogni sera invitava tutti a una riunione nei sotterranei del palazzo più grande del paese.

Si chiese la ragione del nomignolo dell’aereo: forse era un modo per esorcizzare la paura, forse faceva sorridere un po’ i bambini.

Se non fosse stato l’inverno del ’45 la piazza sarebbe stata animata. Qualche ragazza in bicicletta con le gonne sventolanti, un operaio sporco di lavoro duro che affamato si affrettava verso casa, un gruppo di anziani dediti alla briscola serale e a un bicchiere di rosso seduti all’osteria. Ma era il ’45, la piazza era vuota, lui era solo e non avrebbe rispettato il coprifuoco.

L’aveva notata la sera prima, camminava frettolosamente verso il rifugio, con lei due donne vestite a lutto. Aveva forse vent’anni, il fazzoletto a fiorellini non riusciva a domare un ciuffo biondo che le copriva in parte la fronte. Si erano quasi scontrati, lei lo aveva guardato senza vederlo.

Questa volta avrebbe atteso il suo passaggio, sarebbe rimasto lì per tutta la notte, finché Pippo non avesse terminato i suoi assordanti giri della morte.

Nelle case la gente si preparava a uscire, i bambini invece cercavano di entrare nei cappotti troppo piccoli, con le maniche troppo corte o in quelli abbondanti del fratello maggiore. Le donne si coprivano con gli scialli di lana e portavano le coperte. Le abbracciavano, quelle coperte marroni che graffiavano il viso, come fossero i mariti che le avevano lasciate per la guerra.

Lui non era stato arruolato, era il più piccolo di quattro figli, a lui non spettava la mattanza, così diceva la legge. Poco più di un ragazzo, era l’apprendista del fabbro di un paese vicino.

«Almeno lì starai al caldo», gli diceva sua madre la mattina quando lo svegliava.

Le dita dei piedi si erano informicolate. Ormai era buio, solo due lampioni illuminavano debolmente i punti d’ingresso della piazza; lui fissava quello di sinistra, da lì sarebbe apparsa.

Qualcuno cominciava a uscire di casa, un uomo anziano aprì il portone del palazzo, fece entrare la sua famiglia e aspettò qualche secondo, incerto se richiudere o no.

La ragazza non si vedeva, l’idea dell’uomo non era quella di entrare nel rifugio, ma il freddo lo rese coraggioso, vinse la timidezza come se fosse quella la sua guerra.

Attraversò la piazza, entrò nell’androne del palazzo e si sedette sul pavimento.

Altre persone lo seguirono e velocemente scesero lo scalone che portava al sotterraneo, una donna gli chiese cosa facesse lì seduto: «Dai scendi, cosa aspetti?». Lui non rispose e la donna se ne andò alzando gli occhi al cielo.

Il cuore in subbuglio, il respiro corto, sapeva che mancava poco all’arrivo della ragazza. Si chiedeva come fosse possibile tutta quell’agitazione, in fondo l’aveva vista una volta sola, ma non aveva altro in mente. Ora non sentiva neanche più il freddo, e non perché fosse al riparo ma perché il sangue sembrava correre veloce nelle sue vene, tanto da scaldarlo.

Entrò con un passo così leggero che se non fosse stato per lo stridere del portone non l’avrebbe udita. Era sola. Lui rimase immobile, il sangue smise di correre, aveva appena inspirato cosicché restò a polmoni pieni per più del necessario. Lei si fermò un istante, lo guardò piegando quasi impercettibilmente la testa e gli porse la mano racchiusa in una muffola calda. Finalmente lui poté espirare, alzò entrambe le braccia e prese delicatamente la sua mano alzandosi da terra.

Il suo sguardo non si staccò mai da lei, anche a rischio di cadere dalla scala che li portava al rifugio.

La luce era fioca, bastava comunque a fissare nella mente dell’uomo ogni curva dei lineamenti di quel viso. Arrivati al sotterraneo, sedettero su una panca accanto a una famiglia con due bambini. La madre allattava il più piccolo intonando una nenia appena percettibile. Pensò che quella madre dava calore.

L’uomo si guardò intorno: in fondo allo stanzone le persone dormivano sdraiate l’una accanto all’altra, in un angolo una donna sgranava una corona pregando un Dio che forse non ascoltava.

La ragazza aveva la testa bassa e lo sguardo appoggiato sulle ginocchia, la sua mano di muffola stringeva sempre quella dell’uomo. A ogni passaggio di Pippo, la stretta aumentava d’intensità e l’uomo la fissava muto. Avrebbe voluto rimanere lì per sempre.

Non ci furono bombardamenti vicini, le bombe avevano scelto altri siti da colpire. L’aria diventava ovattata come la mente dell’uomo.

Stettero tutta la notte così, in silenzio, in attesa del giorno.

La mano di muffola è un racconto di Patrizia Ometto
alunna del corso di scrittura narrativa che Susanna Trossero tiene a Ostia – Roma
presso l’associazione Fo.Ri.Fo.

Foto | Di Ojan (Opera propria) [Public domain], attraverso Wikimedia Commons




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