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Posted 7 Novembre 2016 by Graphe.it in Racconti e testi
 
 

Gli occhi del vecchio

Gli occhi del vecchio: un racconto

Gli occhi del vecchio: un racconto

Cercavo di farlo il più lentamente e dolcemente possibile ma non era facile aiutarlo a respirare, tenergli sollevata la testa, non lasciarla affondare tra le pietre e i rovi, sul ciglio della via Ostiense.

«…famme respirà…»

Erano le uniche parole comprensibili che gli avevo sentito pronunciare nella concitazione dei primi momenti, appena arrivati presso di lui insieme ad altri automobilisti che avevano visto l’accaduto. Gli tenevo la testa tra le mani mentre aspettavamo l’ambulanza.

Guidavo la 127 aziendale, appena pochi minuti prima. Avevo fretta e mi era anche venuta la tentazione di sorpassarlo, ma non lo avevo fatto, considerato il budello che era, ed è ancora, quella strada. Rognosa da percorrere e sempre intasata, la via Ostiense.

Appena arrivato al cavalcavia tortuoso che portava al Grande Raccordo Anulare, gli avevo visto mandare la ruota anteriore fuori dall’asfalto, sullo sterrato.

E il brecciolino lo aveva tradito.

Un attimo dopo, il motorino se n’era andato per conto suo e il vecchio e pesante corpo dell’uomo era rimasto come sospeso, per un attimo, in aria, per poi abbattersi nella cunetta al lato della strada. Tra le pietre e i rovi assetati di quel primo pomeriggio di un giorno d’estate.

«… fa… mme… respirà…» mi pregò ancora. Più con gli occhi che con la bocca, dalla quale già spuntava un sottile filo di sangue a dire che dentro quel corpo qualcosa si era crepato.

«L’ambulanza?» domandai a un altro automobilista che si era fermato a dare una mano.

«Ariva ariva, so’ annati a chiamalla» mi rispose indicando dalla parte di Acilia.

«Senti… – continuò – ma sei sicuro che stai a fa’ bene? Nun è che stai a compromette? Nun era mejo nun toccallo?»

«Non lo so – risposi – non lo so, mi ha chiesto di farlo respirare. Stava soffocando».

Assentì con un cenno della testa mentre rivolgeva lo sguardo alla strada e ai curiosi ormai numerosi.

Mi chinai ancora a osservare il viso del vecchio. Mi ricordava quello di mio padre. Era colorato, più che abbronzato, da una vita all’aperto. Vita da contadino o da operaio. Gli guardai anche le mani e ne ebbi conferma. Erano tozze, rugose, come intarsiate. Poi notai anche le striature e i graffi che evidentemente si era procurato nella caduta lungo il fianco della cunetta. Righe e macchie, brune, verdi, rosse. Terra, erba, sangue.

Accovacciato in posizione scomoda, cominciavo a sentire la fatica, ma non mi muovevo né cercavo una posizione diversa. Non mi sembrava il caso di inseguire comodità in quel momento. Quell’uomo stava morendo. Ne ero certo.

Mi sentii anche in colpa per il pensiero che correva a casa, a mia moglie, alle bambine, il traghetto, la traversata notturna che ci avrebbe portati in Sardegna. E le spiagge de La Maddalena, dove noi e le nostre figlie, da anni, avevamo fatto il nostro nido estivo.

Almeno un paio di volte, durante la vacanza di quell’anno, le mie figlie mi avrebbero sorpreso con la testa altrove. «Papo, papo … papààà? Ma ci sei? Ci stai a sentire?».

Ecco, la sirena in lontananza. Ancora qualche minuto e sarebbero arrivati i soccorsi.

Cercai gli occhi del vecchio per capire se avesse udito anche lui.

Erano fissi. Il rivolo di sangue era già sceso lungo la guancia fino al collo.

La fila di auto ferme sulla strada rallentò, ancora, il sopraggiungere dell’ambulanza che dovette fermarsi a parecchi metri di distanza. Ne scesero uomini in bianco che proseguirono a piedi per arrivare da noi.

Da me e dal vecchio.

Ma c’ero solo io, ormai, a vederli arrivare.

Gli occhi del vecchio è un racconto di Damiano Siragusa
allievo del corso di scrittura narrativa che Susanna Trossero tiene a Ostia-Roma
presso l’associazione Fo.Ri.Fo.

Foto | Nicolas Alejandro




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