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Posted 14 Novembre 2016 by Graphe.it in Racconti e testi
 
 

L’attesa

L'attesa: un racconto

L’attesa: un racconto

Imprigionata dentro quell’immagine di continuità. Non voleva nient’altro.

Eretta, guardando fuori dalla finestra con la sensazione di beatitudine che nemmeno sapeva spiegare, data la giovane età.

La ragione del tempo aveva smesso di essere, e l’impercettibile moto dell’eterno si piegò alla superficie delle cose che semplicemente annullarono le distanze.

La guardò dal vetro patinato; fili d’acqua fittissimi, riuscivano quasi a nascondere le superfici della palazzina di fronte, il muretto in calcestruzzo e le piante che vi crescevano sopra. L’insaziabile padrone dell’inettitudine più solenne, percepiva la mente di quel corpo giovane soggiogato al suo fascino. La mano di lei si mosse in direzione della finestra, la poggiò sopra con delicatezza, togliendone l’alone di condensa e lasciandola in quella posizione, sospesa.

La guardava: pareva la regina dell’autunno imminente, sembrava controllare gli elementi che si scatenavano e potesse scegliere come e quando far cessare i cambiamenti di tempo, in quell’ottobre inoltrato. Avere il potere di spazzare via la densa coltre che ricopriva l’intero cielo impegnato a demarcare i contorni di quella stagione.

Alzò lo sguardo di un castano scuro e vide occhi negli occhi, come se ne possedesse un paio: una miriade di tagli perpendicolari convergere da un unico punto e coglierne la densa gravità dello scorrere a linee rette, ognuna con una propria traiettoria. Finendo a terra si dissolvevano, sparpagliavano, accumulavano in piccole e grandi pozzanghere, bagnavano il terreno conferendogli morbidezza e quell’odore tipico che tirando su dalle narici la allietava. A quelle altezze, le sembrava dovessero acquistare una tale velocità, violenza, e invece, al contrario, avevano l’aspetto di un’eterea danza della pioggia.

Il pallone, con cui aveva giocato il pomeriggio di qualche giorno fa, era bagnato fradicio come un esile pulcino e si muoveva appena, fin quando, colto dalla frenesia non era scivolato nella piccola crepa che ora lo teneva intrappolato; l’edera raccoglieva e si passava di foglia in foglia l’acqua, trasferendola come un vaso comunicante che pigramente o in modo repentino – a seconda della pendenza – si calava giù.

Le belle di notte si erano schiuse, avendo scambiato l’ombra discesa sul giorno per la notte, e venivano colpite a raffica ma rimanevano comunque integre mostrando fierezza; il piccolo giardino dietro l’abitazione le era sembrato sempre un nascondiglio perché lambito da più parti, dando l’idea di essere raccolto come in una sacca e ora, nel grigio predominante pareva davvero non essere visibile ad anima viva. Sentiva picchiettare sulle finestre laminate, un suono continuo, di metallo… Ricordava uno strumento a percussione.

La fissò negli occhi e avvertì il senso di abbandono appropriarsi di lei, non era consapevole che l’oggetto del suo interesse era proprio quell’entità statica che si affacciava davanti al suo davanzale in pietra. Stranamente, lui – per darsi una parvenza di umanità, si attribuiva un corpo con fattezze di uomo maturo – come mai prima di allora, provò un calore forte persino in mezzo a quell’umida giornata uggiosa. Si rese conto che provava l’effetto di una calamita su di lei, e l’avrebbe avvinghiata a sé, ghermita a sé, così forte che non avrebbe più temuto di essere lasciato da anima alcuna. Il suo ego ingigantito e, anche lui, come per effetto di un inconscio, come la sagoma immobile che l’ammaliava così tanto, si era appropriato di una nuova e irresistibile forma di attrazione, quasi sovrumana. Le bianche e affusolate dita con venature verdastre che sfumavano in un lilla, le conferivano un aspetto di nobiltà severa e lo sguardo perso in vagheggiamenti, sospesi in aria come quei fili di vento, rimanevano in lei senza più scivolare a terra, simili a un pendolo cadùco.

Sì, poteva immaginarla, vederla: un lungo filo la sollevava, quel corpicino esile lasciato a mezz’aria che, invece di far parte della gravità, di una sudicia e brusca caduta, contemplava una forza altrettanto potente che la proiettava sempre più su per mostrarle la completezza della vastità.

D’un tratto ritrasse la mano, l’avvicinò alla maglia di lana, sul petto per toglierne via il gelo che l’aveva percorsa, prima che un brivido la facesse tremare con un movimento improvviso delle spalle che si mossero veloci, a spasmi. Fece una smorfia, probabilmente nemmeno se ne rese conto, ma era il richiamo alla sua forma ineluttabile. Aveva allontanato la mestizia, il suo ruolo di persona da un giudizio universale a cui sarebbe stata sottoposta, suo malgrado, prima o poi e che forse anche ora percepiva. Era quell’età a cui nessuno si poteva sottrarre ma lei era assorta nei suoi luoghi segreti, osservando la materia che le girava attorno, come un ago di una bussola pronta ad assecondare i voleri di quell’entità, dell’attesa personificata, che lusinghiera la ammirava dall’alto della sua saggia compostezza.

Non voleva più lasciarla andare via, perché in lei esisteva un’appagante voglia di fare parte di quel vuoto che le si frapponeva, si insinuava tra il prima e il dopo che occupavano tratti di esistenza rivolti alla quotidianità, all’azione. Voleva restare lì, aggrappata al suo appiglio preferito, dove si scorgevano i più bei momenti inespressi della vita.

Indietreggiò al richiamo di una voce provenire come un’eco in lontananza, si ritrasse e subito dopo si rigirò verso la finestra: un raggio di sole tagliò in due la massa uniforme di nubi, come un coltello che strappa via il grigiore per lasciare spazio alla luce. Continuò a guardare e lui, occhi negli occhi, scorse il riflesso di quel bagliore e una goccia le scese, bagnando la piccola gota rosa; non era pioggia, non si era affacciata fuori, non era entrata in contatto con l’esterno della sua abitazione. Ma l’esterno era entrato in lei, spettatrice fragile di una scena in divenire che sarebbe mutata con essa, ogni volta che ne avrebbe voluto far parte.

Udì di nuovo una voce familiare annunciarle qualcosa, il vento aveva cambiato direzione.

L’attesa è un racconto di Paola Caringi
allieva del corso di scrittura narrativa che Susanna Trossero tiene a Ostia – Roma
presso l’associazione Fo.Ri.Fo.

Foto | Pixabay




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